ore a rovescio

16 Apr

L’ascensore esterno che dalle mura porta direttamente alla piazzetta dell’INPS è già salito e sceso tre volte senza che nessuno sia entrato o uscito dalla cabina. Un uomo solo al comando della pulsantiera schiaccia il tasto per la risalita o la discesa prima che si aprano le porte. Una specie di dirottamento, ma il passeggero ha bisogno di stare solo.

Camillo, quasi ipnotizzato, non può interrompere la meraviglia dell’immagine riflessa sulla parete di alluminio anodizzato, più fedele di uno specchio. Studia come un evento straordinario il proprio viso, magro ma non scavato, esamina la patina del tempo, pelle indurita e rughe, le profonde della fronte, pensierose, e quelle più sottili che fanno da corona agli occhi e lì potrebbero richiamare l’attenzione di uno sguardo femminile, nota i baffi accattivanti, affumicati dalle annose sigarette e le sopracciglia folte ancora nere che forse incuriosiscono le donne per il contrasto con il candore della barba. Preme di nuovo il bottone per iniziare un altro viaggio e intanto contempla la lieve abbronzatura che gli dà un’aria vissuta e rende più attraente anche la testa quasi spoglia. Poi, con la massima obbiettività possibile, fa scorrere uno sguardo sull’intera figura, corpo muscoloso, asciutto,  portamento ancora eretto, e alla  fine non ha più dubbi.

Sta diventando bello.

“Adesso, la bellezza?” chiede quasi gridando all’immagine che lo fissa incredula.

Sa di beffa questa specie di regalo, dopo che l’aveva atteso per decenni. Come una Maserati offerta in dono ad uno che ha sempre guidato Topolino e Cinquecento e a cui ormai stanno per revocare la patente per sopraggiunti limiti di età.

La bellezza, che me ne faccio adesso?

Camillo è ancora nel mondo del lavoro unicamente per via della Fornero, ma la sua voglia di vita, quella, se n’è andata in pensione già da tempo. La Maserati gli sarebbe servita quando viaggiava con una Ottoecinquanta scalcagnata e le ragazze si vergognavano a farsi vedere in giro con lui, scordati che salga su questo catorcio, aveva detto Marisa mentre lui le teneva speranzoso la portiera aperta. E la bellezza l’ha desiderata tante volte in passato, sfrontata o tenebrosa, da duro o anche vagamente effemminata, sarebbe andata comunque bene pur di non collezionare rifiuti e sberleffi. Nicoletta era stata la più candida, lei che passava da un ragazzo all’altro con un appetito quindicenne che non la faceva andare tanto per il sottile, lei lo aveva scartato adducendo una motivazione ineccepibile, se tu fossi un po’ più bello oggi avrei scelto te, ma così come faccio? Gli era sembrata la maestra che con tutto il cuore avrebbe voluto darti la sufficienza, ma con un compito così malfatto come poteva.

I ricordi gli saettano in testa come fulmini a bersaglio. La risata di Claudia in terza media gli provoca la stessa sofferenza dell’abbandono di Giuliana dopo due anni di convivenza faticosa, al risveglio sembrava sempre che lo guardasse come un errore imperdonabile. Gianna, Michela, la delusione di Marina nel trovarselo davanti, Elisabetta e quell’altra di cui mai aveva saputo il nome scappata appena riemersi dal buio del cinema, tutte loro hanno ormai ridotto in cenere quella lieve contentezza che avrebbe potuto provare a ritrovarsi bello.

E siccome i pensieri negativi sono peggio delle ciliegie, uno ne tira dietro altri, Camillo si mette a rimuginare su un fenomeno strano che lo riguarda nel profondo. La sua storia è costellata di avvenimenti e azioni fuori dal loro tempo canonico, veri appuntamenti con se stesso a ore sbagliate. Mozart e Bach quando gli altri andavano ai concerti rock, una pigrizia patologica, televisione divano e patatine, nel vigore dei trent’anni, e, all’opposto, la bicicletta affrontata ad un’età in cui di solito viene appesa al chiodo, e poi gli innamoramenti tardivi e un matrimonio, il primo e unico, nel tempo in cui i suoi coetanei già sono nonni.

Tutto questo lo sconcerta.

Esce dall’ascensore frastornato, quasi barcolla sull’acciottolato sconnesso della piazzetta. Dovrebbe andare agli uffici dell’INPS, a che punto è la mia pensione?, ma è distratto dal campanile che sta battendo le ore. Fissa il grande orologio come se questo racchiudesse il segreto della sua vita dalla cronologia così sconclusionata. Entra dall’uscio socchiuso alla base della torre campanaria, sale a fatica un’infinità di scale e alla fine si ritrova in una stanzetta tra le campane e il quadrante dell’orologio, attraverso il quale vede la città ai suoi piedi.

Contempla in un unico sguardo il mondo e il tempo.

Mentre guarda le lancette e gli ingranaggi gli sembra di spiare dentro se stesso, di studiare il proprio orologio biologico. E finalmente capisce. Dalla posizione in cui è le lancette sono corrette, ma l’ ora che legge sul quadrante è rovesciata. Ecco i suoi appuntamenti sbagliati, ma pure giusti se li si guardasse dalla parte opposta.

Con un senso di sollievo Camillo ridiscende attento la lunga chiocciola.

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10 Risposte to “ore a rovescio”

  1. Nerina 16 aprile 2012 a 14:47 #

    :-)))) oh, bello. Un blog tutto tuo? :-)))))

    • massimolegnani 17 aprile 2012 a 22:17 #

      ciao nerina, è ancora tutto in gestazione. tra qualche anno forse riuscirò a sistemarlo 🙂
      carlo

      • Nerina 18 aprile 2012 a 10:40 #

        mi sembra contenga un bellissimo inizio–

  2. Miresol 18 aprile 2012 a 20:00 #

    Mi sembra bello iniziare proprio con questo brano, ml, vedrai che l’estetica del blog migliorerà col tempo, proprio coem accade a Camillo!

  3. tempodiverso 20 aprile 2012 a 20:01 #

    ben arrivato,
    bellissimo l’orologio sullo sfondo!

  4. Gianluigi 20 aprile 2012 a 22:42 #

    Ciao e in bocca al lupo per questa nuova avventura. Un saluto, Gianluigi. a presto 🙂

  5. pasric 21 aprile 2012 a 11:21 #

    l’ INPS e la Fornero fanno ripiombare nella travagliata realtà dei nostri giorni un racconto e un viaggio interiore, paradossalmente, fuori da ogni “tempo”. Complimenti, bellissimo! 🙂

  6. libus 29 aprile 2012 a 23:12 #

    L’ho letto di là ma i complimenti te li fo qui. Un’altra delle tue storie sempre così ben raccontate, centrate. Storie in cui riesci a sempre trovare l’intonazione giusta, quella più adatta all’occasione. Qui esistenziale con ironia, come regolarmente accade se c’è Camillo di mezzo. Un saluto.

    libus

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