ogni volta un’america

7 Mag

 

 

 

                                                                                     

 

Certe volte vorrei imparare il vocabolario a memoria, che quando serve non trovo mai la parola giusta per tradurre ciò che sento. Come stamattina, mi sono alzato per tempo perchè ho dormito con una nuvola sopra la testa, sai quelle compatte e bianche che basta guardarle e piove. Mi sono alzato perchè credevo che bastasse essere cosciente per far uscire limpida quella specie d’acqua che da sola si trasforma nella parola esatta. E invece niente, sta svaporando in fretta come un’eredità promessa a babbo ancora vivo. Avevo in mente la bellezza, e bellezza non è la parola giusta. Avevo in mente quella cosa che incontro spesso quando vado, me la trovo davanti che non me l’aspetto, ogni volta un’america, meglio di Colombo, uno stupore per la terra che credevo l’India e non so che nome ha.
Faccio il lettighiere, o meglio l’autista di ambulanza. No, aspetta, non pensare a quelli belli, vestiti di arancione, che corrono ululando e salvano le vite. No, io ho una divisa blu, come un portinaio. Mi metto in macchina alle otto e dalla radio mi dicono Gianpiero vai in via dei mille, prendi il signor Cosimo e portalo alla dialisi e mentre aspetti che lo ripuliscano, vai fino a Cuorgnè, ritira le provette dal centro prelievi e torna indietro, piano che l’altro giorno quattro erano rotte. Va bene, vado, non ribatto che non sono stato io a romper le provette, magari in laboratorio o l’infermiera per le scale, inutile discutere, loro hanno la parlantina sciolta, a me manca il vocabolario, va bene, vado, sì, starò più attento.
Così vado dal signor Cosimo lo scarico alla dialisi e riparto per Cuorgnè. Guido veloce per rosicchiare qualche minuto al servizio, che ho una specie di appuntamento. Eccolo lì, nel campo al sole, poco dopo la Cascina Carolina, immobile come sempre. Questa volta mi sono portato anche il binocolo per osservarlo meglio. Sì, come pensavo, è proprio un airone cinerino. No, non pensare all’airone classico, questo è il suo cugino povero e sfigato che dell’airone bianco non ha il candore nè la grazia. Smilzo smilzo se ne sta lì impalato su quei trampoli smisurati e quel colore slavato che sa di sporco. È brutto e ha pure un’aria stupida. Eppure mi sembra dignitoso o forse umile, non so trovare un’altra parola per dire quel suo stare, consapevole dei propri limiti. E poi, quando ondeggia il collo, è quasi bello, guardalo, così inclinato in avanti sembra un cammello che s’abbassa per ricevere il carico di sale. Eccolo il movimento che aspettavo, il gesto che m’incanta, quel piegare il collo e infilare la testa tra i trampoli fino a toccare col becco il sotto-coda. Sembra la mano di una donna in amore che presa da dietro cerca il sesso del suo uomo in un accompagnamento tenero e audace. Che meraviglia! È questa la mia America di oggi?
Accidenti, la radio gracchia nuovi ordini. Gianpiero quando torni lascia perdere il signor Cosimo, devi fare un trasporto a Torino, in oncologia pediatrica, niente di grave, solo per degli esami. Niente di grave? Ho già l’angoscia, non voglio sapere la sofferenza, vedere un bambino con la testa d’uovo e lo smarrimento in fondo agli occhi.
Quando arrivo in reparto con la barella ho un momento di sollievo: la bambina ha tutti i capelli in testa e quasi sorride mentre cammina, la mano nella mano enorme della mamma, una gigantessa dallo sguardo bovino.
Poi tutto precipita.
La mamma mi chiede se può venire anche il marito in ambulanza.
Solo un genitore, rispondo.
La donna mi guarda e muggisce, sì muggisce e si riempie di lacrime, come volesse sciogliere tutto il suo grasso in quelle lacrime.
È un crollo verticale a cui non sono preparato. Le dico che è per via dell’assicurazione, e poi non c’è nemmeno lo spazio. Lei pesta i piedi per terra, ma silenziosamente, non so come faccia, pesta quei piedi da elefantessa per terra, che ti aspetti un rimbombo da far tremare i vetri, invece non esce nessun rumore.
Non mi sono mai mossa senza mio marito, non mi faccia questo. Ne abbiamo passate tante, ma non mi faccia questo, m’implora.
Cerco di farla ragionare, che suo marito ci può seguire in auto, ma lei scuote il capoccione e piange. Il marito è lì, smarrito, non spiccica parola, lascia a lei tutto il carico di disperazione.
Chiedo aiuto al mio dio gracchiante. Mi risponde, Gianpiero arrangiati, lo sai il regolamento. E spicciati.
Il donnone è al colmo di una desolazione pacata e irremovibile.
Non so che fare, siamo allo stallo quando si fa avanti un tipo in braghe di tela verde, magro magro, il naso come un becco. Sì, sembra l’airone cinerino. Guarda la donna e non le dice niente ma se l’abbraccia e se la culla, che sono quasi buffi da vedere, tanto sono sproporzionati e assurdi. Le passa una mano tra i capelli unti e sul volto gonfio. Forse le bisbiglia qualcosa all’orecchio, non so. Fatto sta che la donna gli fa cenno di sì, poi sorride alla bambina, la riprende per mano e insieme si avviano al mio fianco.
Ogni volta un’america, quel che mi accade intorno.

 

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