le querce del destino

17 Mag

 

 

 

Cara,
le querce, da quanto tempo avrei dovuto dirtelo, ma come si fa, le querce, forti come noi, ci dicevamo, quando ci credevamo forti. L’ombra poderosa, un abbraccio maschio, e i rami rettilinei, mani materne, rami adatti all’altalena e a far progetti da mulino e miele. “Qui si dondolerà, con la nostra spinta i primi tempi, poi imparerà il pendolo; e su questo nodo appoggerà il piede in un’impossibile scalata, ma poi quel ramo che sembra irraggiungibile diventerà il rifugio, il luogo suo, e noi, ti prego scendi, gli/le grideremo a sera”. Gli/le…già! Non abbiamo fatto in tempo a dare un nome e un sesso a quell’idea. Mulino bianco e molto miele sì, ma anche una proiezione del futuro sulle pareti ancora bianche della casa. Che il futuro lo credi lì, a un passo, più certo del passato, come le querce, sempre loro, che partite da un lontano sconosciuto le vedi gettare rami verso un cielo che sarà.
“Ti agghinderò di ghiande e fronde, una ghirlanda al collo, una corona tra i capelli…di fronde e ghiande una ghirlanda” cantavo quell’estate, la schiena appoggiata al tronco. Le poche note che sapevo pizzicare sulle corde le ripetevo in una cantilena che tu ascoltavi avvolta dalle lucciole. È musica bellissima, dicevi, e mi guardavi come fossi stato Donovan. Ed ogni volta staccavi una foglia e la infilavi tra i capelli.
Il futuro s’interruppe con la lettera del sindaco.
Sembrava una richiesta ragionevole, tagliare il grosso ramo che aveva invaso la strada comunale e minacciava i cavi del telefono. E un poco a malincuore sacrificammo il ramo al vivere quieto.
Ma fu una leggerezza.
Lo strano torpore al braccio destro ti comparve in quel periodo, ed all’inizio ci ridemmo sopra, “l’arto fantasma del nostro albero”. Ma poi la quercia mostrò di risentire in modo imprevedibile per quel ramo monco, come avesse perduto il suo equilibrio interiore. E tu con lei.
Guardavo te che deperivi e per istinto misi tende alle finestre, che non vedessi, tu, l’ingiallire malaticcio della pianta.
Avrei dovuto accudirvi meglio, a te e a lei. Ma quel vostro viaggiare in parallelo aveva qualcosa d’ineluttabile che mi toglieva la speranza.
Non ti è sopravvissuta a lungo, sai, come un cane che s’abbandona all’inedia per una fedeltà postuma e tenace al suo padrone.
Cara; così va il mondo, mi sono detto e ho tratto una minima consolazione dal vostro andare assieme e dal mio restare, in compagnia dell’altra quercia.
Mi affacciavo al balcone appena sveglio e la guardavo, ed anche a sera, quando tornavo a casa, mi avvicinavo a carezzarle il tronco. Ma non facevo più sogni e progetti sui suoi rami, preferivo osservarne le radici.
Così andai avanti qualche tempo, tempo fermo ma quieto.
È stata la primavera successiva che ho compreso. Sai, i giorni di aprile in cui il vento la fa da padrone e s’accanisce sulle piante che giusto allora stanno gemmando. In quei frangenti, un tempo, sembrava che le due querce per difendersi intrecciassero i rami una con l’altra, ricordi come s’acquattavano vicine per vincere la sfida? Beh, la primavera che la quercia per la prima volta dovette combattere da sola, ho compreso che non avrebbe resistito a lungo. Forse quella volta sì, a costo di qualche acciacco, rami spezzati, foglie troppo tenere spazzate via come vecchi stracci. Ma sarebbe stato un declino inesorabile, un arrancare sperando nella stagione successiva, come ad un porto dove rifiatare. Ma ogni stagione avrebbe portato la sua insidia alla pianta indebolita.
Il destino della quercia era segnato.
Divenni irrequieto. Vivevo cupo, spiando dietro i vetri lo stato di salute della pianta, con un disagio che cresceva col peggiorare della quercia. È che fino a quel momento c’era stata una simmetria quasi geometrica tra il destino nostro e quello delle querce e, comunque mutassi il punto di vista, dall’affettivo al razionale, gli eventi erano lì chiari ad indicarmi ciò che mi toccava.
Cara, avevo nostalgia di te, in ogni istante, ma quest’obbligo morale, questo percorso già segnato, com’è possibile? Una vedova indiana da immolare sulla pira, ecco cos’ero. In nome di che cosa, poi? Di una superstizione? No, non sono nato eroe, lo sai. Mi sono ribellato. Non ho sopportato oltre la vista della quercia malandata. Così ho messo in vendita la casa, lo scheletro di quercia che ribassava il prezzo non m’importava, e mi sono trasferito nella città che tanto odiavo.
In mezzo a quel cemento ho perso smalto e forze in fretta, ogni giorno un poco peggio. Lo smog, mi sono detto.
E sapevo d’ingannarmi.
Cara, le querce, da quanto tempo avrei dovuto saperlo, ma come si fa, le querce, forti come noi, ci dicevamo, quando ci credevamo forti.

 

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4 Risposte to “le querce del destino”

  1. tempodiverso 20 maggio 2012 a 17:59 #

    questo forse è stato uno dei primi racconti che ho letto… sì, proprio allora
    uno che mi ha fatto innamorare della tua scrittura, mi commuove ancora, e per le cose che mi emozionano ho una memoria che ben s’addice alle querce

  2. massimolegnani 26 maggio 2012 a 10:16 #

    ma tu guarda, un vecchio brano che credevo fosse passato inosservato o letto e presto dimenticato scopro ora che è stato una specie di mia cartad’identità. Grazie ragazze 🙂

  3. christo74 21 novembre 2016 a 11:33 #

    uauuu … dalla cima di una quercia, osservo il tramonto e piango. senza parole. bellissimo racconto

    • massimolegnani 21 novembre 2016 a 11:44 #

      che piacere quando qualcuno scova e condivide un mio racconto polveroso e prediletto

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