Ginestre di Provenza

27 Mag

Al di là del colle faticoso inutilmente verdeggiante si apre la valle, anfiteatro spoglio in pietra chiara e solitudine che subito precipita in un abisso stretto, scavato nei millenni dall’acqua che ora scorre quasi placida sul fondo. Il vento deve aver tolto nei secoli ossigeno alle piante, non un albero ha resistito sui contrafforti di roccia aspra e poca terra, solo cespi di ginestra e ciuffi di erbe ruvide e odorose.

La discesa è un serpente infido per pendenza estrema e pioggia che non cessa; dietro ogni curva temi che lui, viscido, ti attenda con il suo morso di veleno. Vorrei fosse per te l’ultimo pensiero prima dell’errore, che l’errore appare inevitabile, la raffica di vento che ti coglie impreparato e ti sbatacchia come una vela ingovernata, la geometria scorretta di un tornante che diventa la tangente per cui parti, un freno meno pronto del dovuto che ti proietta oltre il ciglio per niente protettivo della strada, una cunetta, un sassolino, un passo sbagliato nella danza, un passo solo fuori tempo e hai finito di ballare, vorrei per te l’ultimo pensiero, che sia memoria nobile degna del momento o nuda nostalgia, vorrei, ma non ho più pensieri in corso, non un passato da cui attingere, non un futuro a cui aggrapparmi, solo il presente costruito nel pericolo. Sono compresso tra un’attenzione tesa, quasi sterile, e una paura stramba che mi spinge a essere veloce, più veloce di quanto possa sostenere.

Brividi di freddo scuotono le ruote, la bicicletta quasi cieca per la pioggia, altri squilibri che s’aggiungono all’equilibrio già precario. La velocità negli occhi è un nastro grigio che si snoda troppo in fretta e macchie gialle che s’imprimono vivaci sul bordo estremo della retina. Scrosci e rovesci mi sferzano la faccia, mi lavano il cervello. Scendo a testa bassa e mente spenta, un toro ottuso che carica la spada che lo aspetta, no, sono più simile a uno struzzo infreddolito che non vuol vedere in faccia la sua fine.

Eppure scendo e arrivo in fondo e arrivo intero.

La strada è diventata piana e piano scorro accanto all’acqua che vedevo scorrere dall’alto e mi sembrava irraggiungibile. Respiro e rido in un sollievo acidulo che contiene il controsenso di un rammarico per la discesa già finita.

Mi fermo a bordo strada e come un gesto d’obbligo raccolgo due rametti di ginestra da portare fino a casa.

In fondo, ti ho pensata.

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2 Risposte to “Ginestre di Provenza”

  1. Nerina Garofalo 7 giugno 2012 a 10:48 #

    (Legnani, la tua scrittura ha una punta di perfezione quando racconti un sogno)–

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