il silenzio delle pendole

7 Giu

                                                                                                        

photo by luca ferrara

Lei capì che qualcosa d’importante stava per accadere. Aveva sempre avuto una particolare attenzione per i gesti simbolici, così non le era sfuggito il mio fermare quasi furtivo la grande pendola dell’ingresso, mentre l’accoglievo in casa. Casa anche sua, fino a un anno prima. A me era bastato molto meno per intuire che qualcosa forse era cambiata; era bastato sentire la sua voce al telefono in una richiesta tutt’altro che imperiosa.

–         Sono in città. Ho nostalgia dei nostri muri. Posso passare un momento?

Non era la prima volta che lei tornava in questa casa, ma sempre era stato per qualche motivo urtante, strascico di una difficile spartizione delle cose. Quello era ancora il tempo lungo delle rivendicazioni.  Ora era diverso, c’era un’ammissione, la nostalgia, e c’era una richiesta umile, la visita alla casa. Era giusto registrare l’avvenimento con un gesto.

 

Ci scambiammo un sorriso tiepido.

–         Gira pure per le camere, io vado in cucina a preparare qualcosa.

Lei fece un cenno col capo, tra assenso e riconoscenza. Lasciò cadere il soprabito sul divano e si avviò per le scale. Io, uscendo dal soggiorno, fermai anche la piccola pendola sopra il buffet. Feci lo stesso, entrando in cucina, con l’orologio a cucù dei miei nonni. Erano i tre resti di una generazione andata, resti malconci a cui, rimasto solo, avevo dedicato tempo e ignoranza. Un bel periodo quella ricostruzione lenta, portata avanti come un cieco che cerca a tentoni la sua strada, smontare e ricomporre gli ingranaggi senza capirne la funzione, guardare con stupore i meccanismi misteriosi ed imparare poco alla volta le corrispondenze tra movimenti e suoni, fino ad ottenere, senza sapere come, la nuova vita delle pendole. Presi ad amare il ticchettio continuo che mi accompagnava ovunque e l’eco dei rintocchi per le stanze, il tempo sminuzzato e quello tagliato a larghe fette, come una torta da mangiare da solo, in briciole o compatta, rievocando le compagnie sfumate.

 

Ma ora in casa era tutto un silenzio.

Ferme le pendole, sospesi i passi. Infatti non sentivo più il suo camminare al piano superiore, si doveva essere fermata da qualche parte. Impiegai il tempo dell’attesa preparando una cioccolata e tagliando qualche fetta da un panettone stantio.

Ancora nessun rumore da sopra. Restai a lungo a fissare il soffitto, come potesse fornirmi qualche elemento utile per saperla dove.

Alla fine mi decisi a salire. La trovai in camera da letto.

Avete presente il muro del pianto? Beh, lei non piangeva, ma i suoi polpastrelli sfioravano un muro, religiosamente. Un tempo, lì, avevamo la nostra libreria. Aveva gli occhi chiusi, come vedesse.

–         Non leggo più. Ho i nostri libri, ho la libreria, ma non riesco più a leggere, lontana da qui.

Le posai le mani sulle spalle, senza stringere né forzarla a girarsi. Aspettai che si voltasse da sola.

Non so in nome di che cosa facemmo l’amore.

Amore senza baci, senza parole, senza urgenza. Amore senza amore, forse.

Non so nemmeno se in qualche modo ci ritrovammo, certo faticammo a tornare sulla terra.

Senza parlare scendemmo in cucina, dove le offrii la cioccolata tenuta in caldo sul bordo della stufa.

Lei prese la tazza e mi fissò negli occhi:

–         Non c’è bisogno che altri sappiano di oggi.

Me lo disse seria, con una sorta di complicità naturale, addentando la fetta di panettone che aveva intinto nella cioccolata.

 

Capitò altre volte in casa, a intervalli irregolari, qualche volta senza nemmeno avvisarmi. Non che credesse che io fossi sempre lì ad aspettarla. Sapeva di altre ed accettava il rischio del rifiuto. Non la rifiutai mai, fui fortunato. E sempre al suo ingresso, una dopo l’altra, fermavo le pendole, sicuro del suo sorriso alla mia nuca. Una volta vi posò anche le labbra, sulla nuca, tra la lanetta che mi cresce grigia, mormorando:

–         Mi piace come fermi il tempo per noi.

 Così glielo dissi:

–         È stato qui anche Alberto, qualche tempo dopo la tua prima volta.

–         Non me l’ha detto.

–         Ha fatto bene. Certe volte la vita è troppo assurda per poterne parlare.

Non fece commenti, ma lasciò le labbra dov’erano, sul mio collo. Ripresi a spiegare. Le parole mi uscivano più facili non vedendola in viso.

–         Quella volta abbiamo avuto un lungo momento d’imbarazzo, rotto da qualche frase di circostanza, come stai, quanto tempo. Poi Alberto s’è messo a gironzolare per casa cercando i lavoretti da fare, sai, come ha sempre fatto lui quando ci veniva a trovare.

La sentii annuirmi sulla pelle.

–         Insomma, voglio dirti questo. Dopo una mezz’ora che lui era qui, non c’era più la tua ombra tra di noi. Come non ci fosse mai stata. Non abbiamo quasi parlato, meno che meno di te. Alberto andava da una stanza all’altra con qualche attrezzo in mano ed una gioia bambina trattenuta sulle labbra. Io lo seguivo a distanza, soffermandomi sulle sue cose fatte, i ciocchi accatastati, il rubinetto riparato, e poco a poco mi lasciavo invadere dalla serenità. Prima che se ne andasse, mentre ancora armeggiava mezzo ubriaco con il tiraggio del camino, ho fermato gli orologi anche per lui.

 

 

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8 Risposte to “il silenzio delle pendole”

  1. Nerina Garofalo 7 giugno 2012 a 16:53 #

    sai cosa emoziona uno scrittore che legge un altro scrittore? il desiderio di continuare nel punto interrotto. o quello di scrivere un capitolo che preceda. sempre incantevole leggerti–

    • massimolegnani 7 giugno 2012 a 17:03 #

      fallo 🙂

  2. Nerina Garofalo 8 giugno 2012 a 15:48 #

    l’invito è gentilissimo– sono in partenza per qualche giorno, ma al rientro, se riesco, sarebbe bello. bello.

  3. massimolegnani 10 giugno 2012 a 14:22 #

    parliamone 🙂 E’ una storia di complicità e più delle labbra della moglie ritrovata, sono i lavoretti che l’amico riprende a fare in casa (amico che gli aveva scippato la moglie) a simboleggiare una ritrovata armonia tra i tre, inesprimibile a parole ma con un gesto concesso a lui e a lei: il tempo femato. ml

  4. alisa 15 giugno 2012 a 19:38 #

    Lo avevo già letto, non ricordo se sul Borgonarrante. Trovo qualche analogia con il mio Kairos dell’ultima tornata, anche se ribaltato. Un po’ l’ipotesi che aveva fatto Gianluigi, se non sbaglio: fermare il tempo e vivere l’eterno con la compagna di una vita è più originale

    🙂

    • massimolegnani 15 giugno 2012 a 22:14 #

      sì, in effetti c’è qualche analogia con il tuo kairos, il gusto per gli ingranaggi, misteriosi e domabili, il tempo da fermare e quello che procede ineluttabile. la trama è differente, quasi opposta, anzichè due amanti sconosciuti, una ex-coppia che si incontra quasi clandestinamente. ciao, grazie, ml

  5. T 25 gennaio 2017 a 08:13 #

    Mi commuove..

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