lambrusco a colazione

23 Ago

 

 

 

L’idea iniziale, accarezzata per mesi, prevedeva la traversata in quattro tappe dell’alta Val d’Aosta: gita spartana, di giorno pedalare per sentieri di crinale più adatti alle capre che alle ruote, di notte dormire nei rifugi. Avevamo studiato itinerari e altimetrie con l’esaltazione di ragazzi all’avventura e con quel poco di incoscienza che fa sembrare tutto semplice finchè è ancora sulla carta. E sulla carta, si sa, si sale facili e leggeri, le curve di livello non gocciano sudore.

Solo pochi giorni prima di partire mi prese un rifiuto mentale, come una nausea preventiva da fatica. Non faceva più per me quel programma austero, tutto muscoli e disciplina, volevo un viaggio che non fosse scopo di un’impresa, semmai mezzo tranquillo per assaporare pace, piaceri e qualche stravaganza.

Lo dissi agli altri. Mi aspettavo un muro di proteste, fu un coro di approvazioni. Archiviate le montagne tra il sollievo generale, fu un rapido spiegare cartine sopra il tavolo e un frenetico cercare alternative, gli occhi a soppesare itinerari, le menti tese a eliminare proposte che non fossero pianura.

La scelta fu unanime ed entusiasta.

 

Così di buon mattino ci trasferiamo in macchina sul Garda e da lì partiamo puntando dritti a Sud, alla volta del Po.

Percorso piatto, pedalata pigra come il Mincio.

Giusy all’ultimo momento ha optato per la bici da corsa e ora scorrazza avanti sull’asfalto levigato della ciclabile, noi altri tre lasciamo che si sfoghi come indulgenti genitori al parco. Osservo la sua coda argentata, residuo d’altri tempi, farsi sempre più piccola e poi sparire.

–         Presto si andrà sullo sterrato e allora sarà lui a restare indietro.

Toni risponde con un cenno ma si vede che sta rimuginando pensieri più profondi. Mauri se ne accorge e si infila le cuffie nelle orecchie per non essere coinvolto.

–         L’invenzione del linguaggio è stato il primo atto dell’uomo dettato dalla paura.

 

Oddio, è peggio del previsto, speravo si limitasse alle solite elucubrazioni sul tempo che non esiste o sulla bellezza di invecchiare in fretta e male. Rimpiango le salite che costringono al silenzio, ma intanto abbocco come un pesce:

–         Ma che dici? La parola è nata spontaneamente per soddisfare il bisogno di comunicare ed è stata una tappa fondamentale nell’evoluzione della specie.

Niente da fare, Toni non lo taciti con la logica spicciola, lui vola più in alto.

–         Un gesto di vigliaccheria, la comunicazione verbale ha soppiantato altre forme di comunicazione più difficili ma che sarebbero state più gratificanti, se solo l’uomo avesse osato.

–         I segnali di fumo?- provo a ironizzare, ma lui non batte ciglio:

–         No, quelli sono già un messaggio strutturato. Penso piuttosto alla telepatia.

 

Cazzo, la telepatia no! Guardo Mauri perché mi dia una mano, ma lui si chiama fuori indicandomi le cuffie, il bastardo. Quando iniziano queste discussioni, lui è sempre assente pur essendo tra noi, finge di dormire o è immerso nella musica, lascia che il dibattito s’accenda come un fuoco nella boscaglia, e si decide a intervenire solo quando noi ormai ci siamo incarogniti sulle nostre posizioni. Perché va a finire sempre così tra me e Toni, che si parta da una banale questione di lavoro o sia un dialogo sui massimi o, più spesso, minimi sistemi, noi c’infervoriamo presto fino al parossismo. Solo quando tutto il bosco brucia Mauri stacca le cuffie e con una faccia solenne che non gli dona affatto dà un colpo al cerchio e uno alla botte, lasciando insoddisfatti cerchio e botte. Ma per fortuna oggi non raggiungiamo questo punto. Dopo un batti  e ribatti, Toni mi indica col dito, in mezzo all’acqua ferma di una lanca, una ninfea grande come un’isola lussureggiante.

–         Ah!- mi limito a esclamare, stupito da tanta bellezza. E lui osserva pronto:

–         Vedi, non abbiamo avuto bisogno di parole. Sei sulla strada buona per la comunicazione telepatica.

–         Ahssì? Allora vedi di decifrare questo mio messaggio subliminale.

–         Ok, ok, ricevuto. Ma anche il tuo vaffanculo dimostra l’efficacia del pensiero non espresso a voce.

Insomma per una volta si ride anziché prendersi a male parole. Mauri osserva sollevato il finire nel nulla della discussione. A questo punto può anche togliersi gli auricolari. Da quando è diventato padre pedala sempre col casco in testa, che comunque indossato così, di traverso come fosse un basco, non lo proteggerebbe nemmeno da una cacca di piccione.

E intanto si pedala sotto il sole tranquillo di settembre. Giusy si è lasciato raggiungere dopo una trentina di chilometri ed ora viaggiamo a gruppo compatto e sonnacchioso. In un paesino di campagna ci imbattiamo nel mercato, così giriamo per le bancarelle  assaggiando fette di salame e piluccando tocchetti di formaggio, sembriamo massaie diffidenti che vogliono verificarne la bontà prima dell’acquisto e intanto ingrassano. Ad una mescita proviamo a gustare il vino locale, una specie di Lambrusco. È frizzante e acidulo, una vera schifezza con cui però alla fine ci facciamo riempire una borraccia a testa. Mai capitato che bevessimo vino prima di sera, ma in questo giro anomalo ci siamo ripromessi piccole sregolatezze e ci stiamo applicando con metodo e rigore.

Poco più avanti, dopo una sosta sull’argine a consumare le provviste, ci perdiamo Toni. Ancora abbiamo da capire come sia successo: avevamo deciso di prenderci un caffè e lui si era detto d’accordo, eppure il tempo di arrivare al bar al di là del fiume e lui è sparito. Visto il tipo che è e il vino ingollato, per prima cosa controlliamo che non stia sguazzando in acqua a spaventare i cigni, poi pensiamo che sia dietro un cespuglio ad alleggerire la vescica, ma né in acqua né sulle sponde c’è traccia di lui. Io, memore dei discorsi del mattino, provo a mettermi in contatto col pensiero, sforzandomi e spremendomi come fossi accovacciato su un cesso alla turca. Niente da fare, non risponde, si vede che sta pensando ad altro. Mauri inclina un po’ di più il casco per grattarsi in testa e riflettere, Giusy si arrampica come una scimmia ubriaca su un alberello striminzito a scrutare l’orizzonte ma non vede oltre pochi metri, io ho esaurito il cervello nel tentativo di contatto telepatico. A nessun viene in mente di chiamarlo al cellulare.

Archiviamo serenamente la pratica Toni, “in fondo siamo sempre stati in tre nei nostri giri” filosofeggia “casco sbilenco”, e riprendiamo a pedalare a ritmo fiacco e animo svagato.

Quando ormai ci siamo dimenticati di lui e bene o male abbiamo macinato decine di chilometri, lo ritroviamo all’ombra di una pianta. Come ci vede chiede:

–         Ma allora, ‘sto caffè?

 

Mantova ci accoglie come una città tedesca, che per un ciclista itinerante è il massimo apprezzamento. Costeggiamo laghi ricchi di ninfee, attraversiamo ponticelli in legno e prati ben rasati che digradano fino a riva e raggiungiamo il centro storico senza attraversare squallidi quartieri periferici.

La città, vecchia di pietre e vivace di gente, ci affascina da subito. Prima ancora di cercare alloggio ci sediamo ai tavolini di un bar di fronte al Palazzo della Ragione, una birretta è quello che ci vuole.

A sera bighelloniamo per strade acciottolate e antichi portici, finchè seguendo l’istinto della fame troviamo, in una piazzetta poco più grande di un cortile, un ristorante dal nome accattivante, “la zucca gialla” e lì ceniamo all’aperto, sotto una stellata da far invidia ai tropici. Ci serve una ragazza di colore dal sorriso smagliante e dal perfetto italiano. Ogni volta che si avvicina al nostro tavolo interrompiamo le nostre chiacchiere e la guardiamo imbambolati, lei ride e se ne va.

     –   Figa è figa- sintetizza Giusy- ma da dove verrà? Io dico India.

Iniziamo una vivace discussione che ondeggia paurosamente tra l’etnico e il razzista. Troppo vigliacchi per chiederlo direttamente a lei, giriamo la domanda sulla provenienza al ristoratore.

–         E’ eritrea di origine, ma italiana a tutti gli effetti.

E aggiunge sottovoce che canta molto bene, sta studiando da cantante lirica.  La notizia ci riempie di eccitazione, come avessimo appena saputo quanto è vellutata la sua pelle e non quanto è intonata la sua voce.

Vuoto un bicchiere di rosso, questa volta fermo e corposo, e quando la ragazza viene a portarci il conto le chiedo a bruciapelo di cantare qualcosa. Lei prima ride poi si nega decisa, ma forse nel ribatterle trovo le parole adatte, perché mi ascolta seria e senza preavviso dispiega la voce.

È una canzone popolare americana che Joan Baez e Bocelli, per citarne due, hanno resa famosa nel mondo. Dalle prime note cessa ogni brusio ai tavoli, la gente in piazza si blocca, non si ode un passo o un fiato, solo la sua voce, potente e delicata, che riempie l’aria. Tutti la ascoltano, ma la ragazza sta cantando solo per noi, scrutandoci negli occhi, vi sto regalando una parte di me sembra dirci il suo sguardo fiero; sento dietro di me un “cristo santo” che sa più di devozione che di bestemmia, credo sia Giusy, Toni è una statua di sale, Mauri alle mie spalle non respira, io guardo verso il cielo  come vi potessi ritrovare i frammenti della sua voce che si disperdono tra le stelle immobili.

Domani berremo lambrusco a colazione e sulle strade d’argine a costeggiare il Po non parleremo che di lei.

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “lambrusco a colazione”

  1. tempodiverso 5 settembre 2012 a 09:44 #

    essì, ogni tanto bisogna “viaggiare”, e non solo per la strada, solo per il gusto di divertirsi e rilassarsi mettendo da parte lo scopo, la meta, la sfida…

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