l’autunno di Marthe Bonivier

12 Set

lo specchio. photo by margherita calati

 

In primo piano un’unica foglia dalla perfetta forma stellata e dai colori ancora vivaci, resi lucidi dalla pioggia. È quasi schiacciata sul terreno, come se cadendo dall’albero si fosse schiantata a quel modo contro la pietra bagnata. Intorno, sfocate, poche foglie morte.

La donna, seduta su una panca di marmo al centro della sala, sta osservando la fotografia. È lì, immobile, da almeno un’ora.  Ha un aspetto trasandato e un volto sfatto, gonfio in modo innaturale. Mi fa pensare a un cadavere rimasto troppo tempo in acqua. Qualcosa in lei m’incuriosisce, gli occhi ancora lucenti, forse, o l’intensità con cui fissa l’ingrandimento fotografico. Mi siedo anch’io, al suo fianco, e provo a dire:

–         È un incanto, questa fotografia.

–         No. È un’immagine ingenua, iperbolica. Il giallo e il rosso della foglia sono troppo violenti, inverosimili.

–         Probabilmente è uno scatto effettuato in una giornata piovosa, appena dopo un acquazzone con il cielo ancora grigio e il sole nascosto che diffonde luminosità e satura i colori.

–         Certo. Ma questo provoca troppa enfasi, come tanti punti esclamativi al fondo di una frase che di per sé sarebbe stata accettabile.

–         Mi scusi, non riesco a capire: secondo lei è una brutta fotografia, eppure quando sono entrato lei era già seduta qui; ho fatto il giro della mostra e ancora la trovo a fissare quest’immagine. Perché?

–         È il libro della mia giovinezza. Ero una ragazza esuberante, inquieta.

–         Non comprendo.

–         È stato mio zio a dare un senso alla mia irrequietezza. Pensare che gli altri l’avevano soprannominato “L’apostrofo”. L’o-zio, capisce? Credevano non facesse mai niente e invece io sapevo che lui ci seguiva con un’attenzione silenziosa. Seguiva noi nipoti e cercava con un affanno inapparente soluzioni al nostro crescere tumultuoso. Un giorno mi mostrò la sua Nikon.

–         Ma lei, lei è Marthe Bonivier?- chiedo stupefatto, indicando con un gesto della mano le altre foto appese alle pareti.

–         Stia zitto!- La donna per la prima volta si guarda intorno, preoccupata che qualcuno possa aver sentito. Una lunga pausa, come a far svaporare la sua identificazione, quindi la ripresa delle parole quasi biascicate con lo sguardo dritto alla parete. – Sembrava annoiato, lo zio, mentre mi spiegava il funzionamento della macchina, ma era la sua tattica per incuriosirmi. Ci cascai in pieno. Per qualche settimana fotografai tutto quello che mi capitava a tiro. Poi tornai da lui, mostrandogli i risultati. Lo zio sorrise, ma scosse la testa. “Hai fatto in fretta ad imparare, ma queste sono solo immagini. Le poteva fare chiunque. Non ritrovo la mia Marthe, qui dentro.” Ero delusa, ma lui mi scompigliò i capelli. “Vai in giardino e cerca un particolare che ti smuova, guardalo e aspetta a scattare che diventi come uno specchio.”

–         È di quel giorno questa immagine?

–         No.

L’anziana signora sbuffa e non mi guarda. Sembra seccata dalla mia presenza. Poi, come pressata dal mio silenzio, aggiunge:

–         Di qualche tempo dopo, quando lui morì. Gli altri in casa a rendergli  un omaggio di facciata, elogiandolo da morto e sparlandone da vivo. Io spersa in giardino a cercarlo in qualche dettaglio dell’autunno, il tempo suo. E l’ho trovato in una foglia andata alla deriva. Quasi la calpestavo, nel vialetto pavimentato a porfido, lucida di pioggia.

–         Questa foglia.- dico trionfante indicando l’ingrandimento davanti a noi.

Marthe Bonivier alza il bastone in un gesto minaccioso che si spegne solo per stanchezza.

–         Mi lasci in pace. Sono così sfinita e lei così insistente. “Questa foglia”- ripete facendomi il verso-, ma che ne sa lei di questa foglia?

–         Mi perdoni, non volevo infastidirla. È che mi affascina poterla ascoltare. Lei non ha idea quante volte ho sfogliato le sue opere restandone incantato. Ora che la ho qui, vorrei sapere da lei il mistero che c’è dietro ogni suo scatto.

Un sospiro prolungato che finisce in un sibilo asmatico è l’unico suo commento. Ma la mano nodosa che serrava il bastone sembra rilasciarsi lentamente. Non oso parlare, so che presto lo farà lei.

–         Avrei dovuto smettere quel giorno, abbandonare la mia arte prima che esplodesse. Col tempo le immagini, più delle parole, ti si ritorcono contro.

–         Non è soddisfatta di essere diventata famosa?

Finalmente mi guarda. Ed è uno sguardo indulgente, nonostante il rimprovero:

–         Giovanotto, io sto parlando d’altro. Parlo di queste mie creature- e alza il bastone con imprevisto vigore ad indicare le fotografie a decine appese nelle sale- non le riconosco più. Questa maledetta foglia…

Tace la signora Marthe. Non riesce a staccare gli occhi dall’immagine che certo conosce a memoria. Un tremito sottile le agita il mento. Poi rompe il silenzio con una voce più affannata:

–         Credevo, quel giorno, di aver racchiuso in questa fotografia il senso della morte di mio zio: staccato dal ramo, ma ancora splendido. Perché lui era silenziosamente splendido, radioso, e tale è rimasto a lungo dentro di me. Lo vede questo giallo luminoso al centro della foglia, il rosso infuocato delle punte? Ecco, mi erano sembrati perfetti per dire di lui. Per anni ho creduto che fosse la perfezione, questa foto; la guardavo e non vedevo una foglia, ma lui che ancora irradiava la sua luce.

–         E adesso cos’è cambiato?

–         Adesso provo orrore a guardarla. Questa maledetta foglia. È come se fossi davanti a uno specchio in cui non vorrei riflettermi.

–         Ma, anche se fosse uno specchio, rimanda una bella immagine. L’ha detto lei stessa.

–         Fandonie. Illusioni di gioventù. Mistificazione dell’arte. Imbroglio che ha retto per anni, finchè non ho detto basta.

–         Non la seguo, signora.

–         La verità, che solo ora comprendo, è che quel giorno ho fotografato la mia morte.

–         Eppure c’è qualcosa di vivo in questa immagine.

–         Infatti in qualche modo sopravvivo, ma sono morta da un pezzo. Forse sono morta quel giorno, con il mio primo e ultimo entusiasmo. Come questa foglia che non era mai stata tanto bella finchè era attaccata al ramo.

Mi sgomenta l’amarezza della donna. Forse, non sapessi che è stata una grande fotografa, la lascerei ai suoi piagnistei di vecchia. Ma così, ripensando a quanto mi ha dato per anni trasformando semplici oggetti in materia viva, non riesco a restare indifferente al suo travaglio. Provo a sfiorarle una mano e, per smuoverla da quei pensieri, le dico:

–         Lei doveva essere bellissima.

–         Oh sì, ero davvero bella e facevo bene il mio mestiere. Ma ho sperperato tutto. Mi guardi- e di nuovo indica la foglia col bastone, anziché se stessa.- Questa foglia che le piace tanto, se la prendesse in mano, sarebbe solo putridume. E se la lasciasse seccare al sole si sbriciolerebbe in un orrendo crepitio. Sono decrepita, ecco l’unica verità che mi ripete senza alcuna pietà questa fotografia.

 

Le tengo una mano tra le mie, è gelida e trema come una lucertola infreddolita.

C’è un lungo silenzio, uno spazio che non ha bisogno di essere riempito. Marthe Bonivier sembra affranta, ma quella mano poco alla volta prende calore, s’acqueta. Ha distolto lo sguardo dall’immagine, da qualche minuto guarda me, con i suoi occhi acquosi eppure ancora così vivaci.

Sospira come avesse preso una decisione sofferta, quindi mi parla in un bisbiglio:

–         Andiamo via di qui. Mi porti a vedere delle rose vere, che si arrampicano alla luce, non è più tempo di guardarsi allo specchio.

Così la prendo sottobraccio e ci avviamo lentamente verso l’uscita. Incrociamo parecchie persone che stanno entrando per visitare la mostra.

Nessuno riconosce nella vecchia che avanza con fatica al mio fianco la giovane donna che sorride sicura dalle grandi locandine dell’ingresso.

a titta

 

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15 Risposte to “l’autunno di Marthe Bonivier”

  1. Jihan 12 settembre 2012 a 16:40 #

    lo leggo e non vedo la foglia, ma te che irradi la tua luce.
    (grazie :-))
    v.

  2. malosmannaja 28 settembre 2012 a 22:06 #

    questo me lo ricordavo. bello e significativo soprattutto il culminare tattile, prima sfiorato, poi “a panino”…

  3. giuliagunda 27 ottobre 2014 a 17:17 #

    Che meraviglia.
    “Mi guardi- e di nuovo indica la foglia col bastone, anziché se stessa”: questa frase è splendida, mi ha catturata.
    Poco prima, quel ” forse sono morta quel giorno, con il mio primo e ultimo entusiasmo” mi riporta a quando altrove hai scritto che, in fin dei conti, forse si vive solo fino a sette anni circa (mi pare fosse così), perché tutto ciò che viene dopo è solo un ripetersi sbiadito di emozioni già note. Non potrei essere più d’accordo.
    Struggente la ricerca disperata dell’essenza dello zio nell’autunno del giardino, mentre le altre persone in casa si accalcano attorno a quel corpo ormai vuoto e senza vita.
    Si prova, leggendo, sollievo ed emozione nel riconoscere insieme a lei i colori dell’uomo in quella foglia incollata al pavimento.
    C’è entusiasmo, passione e malinconia. Commuove.
    E poi, vedere lei lì seduta ad agitare il bastone e a fare la scontrosa, per sorprenderla infine, fragile e tremante, a tendere la mano a lui in un improvviso slancio di speranza (“mi porti a vedere delle rose”)… beh, che dire, è tutto bellissimo.

    La dedica finale, nella sua semplicità, commuove anche quella (più la guardo e più mi vengono le lacrime agli occhi).

    Davvero bello, ml

    G.

    • massimolegnani 27 ottobre 2014 a 23:11 #

      che bella lettura ne hai fatto, Giulia.
      e il fatto che che ti sia commossa alla dedica mi dice che hai letto anche oltre righe e hai colto pure il ribaltamento dei ruoli reali: io giovane, la fotografa (mia figlia!) ormai anziana.

      mi sorprendi sempre 🙂
      ml

      • giuliagunda 27 ottobre 2014 a 23:35 #

        (però ero stata avvisata, quindi non vale!)

      • massimolegnani 27 ottobre 2014 a 23:52 #

        ahah…:-)

        Date: Mon, 27 Oct 2014 21:35:28 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  4. intempestivoviandante 24 ottobre 2015 a 17:47 #

    C’è che è un periodo che sento la vita così intensamente che a volte fa male. E questo sento nel racconto. Tutto il dolore, tutta l’intensità, la paura più grande di tutte, non quella della morte ma (parlo per me) quella dello spegnersi di ogni entusiasmo, questo vedere tutto che ti si ritorce contro, i ricordi, le immagini, le parole, le illusioni. E poi la vita che si riprende in qualche modo la sua intensità. Apparentemente in contrasto con tutte quelle cose in cui crediamo di rispecchiarci e che ogni tanto vediamo come imbrogli. Ma in fondo è pur sempre il finale di un racconto, a riprova che sono poi quegli “imbrogli”, appunto, le parole, le immagini, le illusioni, che possono ancora mostrarci fino all’ultimo “delle rose vere, che si arrampicano alla luce”. Perché il mondo è quello che è, ma è anche la luce che noi gli diamo con quello che abbiamo dentro e che tiriamo fuori, più o meno maldestramente, ma comunque a modo nostro.
    Un racconto davvero bellissimo, davvero tanto.

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  1. Emozionami Tag | intempestivoviandante's Blog - 8 novembre 2015

    […] L’autunno di Marthe Bonivier, di Massimo Legnani (blog: Orearovescio). Amo il modo di scrivere di Massimo, il suo è un blog splendido secondo me, i suoi racconti sono pezzi di vita, frammenti di bellezza. Questo poi è davvero un grandissimo scritto. C’è dentro il complicato, densissimo rapporto tra le parole e le immagini (l’arte in genere, se vogliamo) e la vita, il nostro modo di costringere il tempo in spazi diversi dai suoi. C’è la ricerca di altri noi stessi, altri luoghi, altre verità possibili. C’è il rapporto tra vita, la morte, l’invecchiamento e la passione, l’entusiasmo e l’esigenza di tenerli stretti per non perderli mai. C’è… c’è bisogno di leggerlo, ecco. […]

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