armonica a bocca

29 Set

 

 

 

E ci ritroveremo tutti in fondo a quel barile, sotto le stelle stanche di guardarci, stipati al buio, a misurarci  gli uni contro gli altri i passi fatti, noi, gl’inutili e i mediocri che siamo sempre stati ombre di cipresso, e loro, gli immortali e gli immorali, vissuti al sole di un portafoglio gonfio o di un piccolo eroismo giocato al momento giusto, padroni della fama e delle pagine sui libri.

Tu come ti chiami? Pino? mai sentito, quindi sei dei nostri.

Stenditi accanto a me e dimentica di loro, loro che stanno eternamente di profilo tintinnando le medaglie, senza sapere che viene usato un altro metro di giudizio in questa notte fonda che non potremo attraversare. Qui non importano le tante pagine, qui noi leggiamo la storia a tocchi, la vita passata sulla pelle, la leggiamo in quelle righe nascoste tra le rughe, nelle parole brevi incistate tra ferite e cicatrici.

Perciò lasciati toccare, lascia che ti annusi, so andare oltre i pidocchi annidati tra i capelli e il puzzo che sale dai vestiti. Lasciati leggere, sono il veggente cieco che predice il tuo passato.

Pino, mi dici, ed io, sfiorandoti le labbra indurite come un callo, ti rispondo fisarmonica. Ecco l’uomo, ecco Pino dell’armonica in bocca.

Incomincio a saperti.

Ti chiamavano il barbone pigro, ma tu sei stato altro. Certo, hai passato del tempo fuori dalla chiesa a raccattare la carità maldestra del dopo messa, la mano stesa sonnecchiando, muta l’armonica in saccoccia, non un gesto più del necessario per ottenere il minimo dovuto. Quell’elemosina era un diritto tuo, non riconosciuto, una spettanza disattesa per ciò che tu eri stato prima, di diverso e in più.

L’armonica l’avevi da bambino, quando anziché leggere e scrivere te ne andavi per i campi ad imparare i suoni dai grilli e le cicale. E l’armonica è stato il tuo fucile quando te ne andasti su in montagna, senza un perché preciso, che il mondo tu lo guardavi ancora col sorriso. Così seguisti gli altri del paese, fidandoti di loro che sapevano l’orrore e l’unico rimedio. Il fucile no, nessuno te lo diede, “il Pino è buono come il pane, ma non è in grado di capire contro chi ha da sparare.”

Te ne restavi al campo ad inventare nuovi suoni che allietassero il ritorno, prendendoli nelle giornate solitarie al vento che soffiava e al fischio delle cince. E a sera attorno al fuoco la tua musica struggeva e rallegrava, addormentando infine gli uomini stanchi. Andavi avanti tutta notte, suonando steso tra i feriti a mitigare la paura di morire, finchè i loro occhi si chiudevano, forse per sempre.

Una vita tranquilla lontana dai pericoli, che erano gli altri a rischiare la pellaccia, tu non facevi nemmeno la staffetta. L’unica apprensione era il momento in cui facevano ritorno i tuoi compagni. Li vedevi spuntare dal crinale e contavi e ricontavi le sagome lontane, sempre col timore che qualcuno mancasse al tuo appello silenzioso. Poi intonavi con sollievo una musica gioiosa. Non quella sera, quando risalirono la morena più lentamente del previsto, come avessero un peso sul cuore, non solo sulle spalle. Non ti riusciva il conto e ti guardavi incredulo le mani sperando fossero le dita ad essere sbagliate. Così non era, e così si spense il tuo suono tra le labbra. Berto e Luca feriti e catturati.

Il Berto no, il Berto.

Lui, sempre allegro, qualche giorno prima s’era fatto serio: “Pino, se capitasse a me, accompagna il mio morire con l’armonica, chiudimi gli occhi con la musica.” Poi aveva riso, agitando una mano come volesse scacciare il fastidio di un tafano.

Tu tutta la notte a ripensare alle parole e all’alba sei partito.

Di nascosto, per nascondere il coraggio, che gli altri non ti avrebbero lasciato, sei partito.

Li hai trovati quasi subito, giù nel paese, i tuoi compagni, appesi per il mento al gancio fuori dalla macelleria. Un cartello al collo, e gli ultimi lamenti in gola.

Ti sei accoccolato ai loro piedi ed hai tirato fuori la tua armonica.

Come suonavi bene, Pino, con il loro sangue che ti colava in testa, e quel mezzo sorriso quando prendevi fiato. Ore a suonare, rischiando di morire per le botte che ti davano i marò col calcio del fucile. Loro ti spaccavano le costole e tu suonavi, scovando fiato e coraggio in qualche luogo misterioso, tra la mente e il cuore. Avanti con l’armonica, fino all’ultima goccia di sangue caduta sul tuo capo, il bacio di un amico che va via.

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11 Risposte to “armonica a bocca”

  1. Nerina 29 settembre 2012 a 10:43 #

    (mi sono permessa di “esportarti” su FB)

    • massimolegnani 29 settembre 2012 a 10:56 #

      non lo frequento, ma mi saprai dire tu.
      un sorriso, nerina

    • aliceoltrelospecchio 1 ottobre 2012 a 10:43 #

      Che bello ritrovare le suggestioni della tua prosa, ricamandoci nuovi pensieri! Caro massimocarlo, su FB potresti anche venirci: aiuta a non perdersi di vista e a condividere…

      • massimolegnani 1 ottobre 2012 a 17:33 #

        alice/diana cara (ho capito da quando ho letto il brano che eri tu!) ho una mezza iscrizione a FB, lasciata appunto a metà per insuperabile diffidenza per il luogo. preferisco i re-incontri casuali alle reimpatriate con i compagni dell’asilo. un abbraccio, carlo

  2. tempodiverso 9 ottobre 2012 a 20:11 #

    le vite ‘minime’ ,ma fatte da grandi gesti e il tuo raccontare che sa metterli in risalto

  3. Blumy 22 novembre 2012 a 13:51 #

    mi sono trovata smarrita in mezzo a tante parole messe insieme così bene e mi rammarico di non averti conosciuto prima. voglio vedere se sei su fb, se sei già tra i miei amici (scrivi bene, molto bene ) e sapere qualcosa di più di te …

    • massimolegnani 22 novembre 2012 a 23:45 #

      facebook non mi attira (preferisco i contatti personali a quelli di gruppo), anche se c’è una mia mezza iscrizione che poi ho lasciato cadere lì.
      grazie per l’apprezzamento. ml

  4. Blumy 22 novembre 2012 a 13:53 #

    to’, c’è anche la mia amica Nerina 🙂 . ah, volevo dirti anche che ‘ruberò’ qualcosa di tuo per il mio blog, con il tuo permesso 😉

  5. penna bianca 26 aprile 2013 a 09:06 #

    Bellissimo.Hai fatto bene a mandarmi qui. Però che strazio anche perché la tua scrittura fa immedesimare.E quando mi emoziono, non mi riesce dire altro.

    • massimolegnani 26 aprile 2013 a 14:27 #

      ti ringrazio, davvero.
      se ti può rasserenare ti dico che è una storia inventata, ma quante ce ne sono state in quel periodo di storie simili, di ultimi e umili eroi rimasti sconosciuti, senza nemmeno l’onore di una lapide, solo il gesto conservato nella memoria di pochi.
      un caro abbraccio,
      ml

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