lettera delle rose

16 Ott

photo by margherita calati

Si fa presto a dire rosa, come bastasse il nome a evocare la bellezza e la passione. Ma il nome è assurdo, contraddetto dal colore, e il fiore è ovvio, come la sua declinazione, unico residuo rimasto del latino.
Non mi va di dire rosa, sai quel gambo che s’arrampica con altri uguali sopra il ferro arrugginito a far da volta, una volta forse, ora fa tanto giardinetto della zia Tina, pretenzioso e impoverito, ghiaietto rado gramigna ovunque, solo il pergolato a rammentare tempi di minimo sfarzo, o che solitario svetta dopo un’attenta potatura per recare in cima il bocciolo regina, quello che anche lo zotico più zotico sia costretto ad esclamare che bella rosa.
Mi disturba della rosa il lavoro che c’è dietro, le forbici a sfoltire e la zappetta laboriosa, l’annaffiatoio ed il concime, per non parlare degli innesti e degli incroci che ci vuole il genetista a progettare la variante che sembri più spontanea. Vuoi mettere il papavero, ormai ridotto a sporadica comparsa a bordo campo come un guardalinee a cui nessuno bada se non per dargli addosso se segnala un fuorigioco? Ho stima per quel fiore che mi riempie la memoria, rosso era il grano un tempo, sai, rosso l’amore e il sangue, adesso è tutto così pallido.
Questo per dirti che non entrerò in negozio, che troppo mi ripugna chiedere una dozzina di rose rosse e assistere impassibile al martirio delle spine strappate via come facevano i nazisti con le unghie. E poi i gambi pareggiati a colpi di cesoie, il cellophane che soffoca, la pinzatrice dal livido rumore, la stagnola a far sigillo.
No, non posso assecondare questo rito troppo macabro.
Piuttosto questa notte andrò a sgozzare le rose del vicino, come fossero galline, e nella tela di un sacchetto raccoglierò corolle ancora palpitanti. Una volta a casa, ad uno ad uno staccherò i petali scarlatti come si faceva un tempo con le piume. Li ammasserò sul tavolo, con il profumo che andrà perdendo la superbia e il colore che a poco a poco sfumerà. Nell’ottone delle conche dove tieni la farina metterò petali a mucchi, come le ossa dei santi nelle teche. Poi un giorno al primo sole spargerò sulla tua pelle i petali sgualciti come semenza nella terra. E a primavera, se sarai rimasta immobile un tempo sufficiente da poterti contemplare, terra ferma d’inverno che racchiude i semi e li germoglia, a primavera allora fioriranno rose rosse dai tuoi pori.

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2 Risposte to “lettera delle rose”

  1. Nerina 16 ottobre 2012 a 20:55 #

    (rose, e cose, e papaveri, e mimose. e mazzolini fatti di strattoni, di venti, di tenute fra i denti. bello davvero, questo tuo. solo la chiusa mi arriva un po’ forzosa, ma lo dico solo per come leggo io, quindi non a commento, se mai a chiosa)

    • massimolegnani 16 ottobre 2012 a 23:17 #

      l’ultima frase in effetti me la sono rigirata a lungo in bocca perchè qualcosa non andava. quindi, chiosa o commento, sono d’accordo con te, nerina. meglio era fermarsi a “come semenza nella terra”.
      ciao, un sorriso. ml

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