l’ospite inattesa

21 Ott

 

 

 

 

Enzo Pelozzi, professore di Storia e Filosofia al liceo Fermi della vicina cittadina, stava rientrando a casa fischiettando un motivetto malinconico. La grandiosa scopata con l’Albanese, piacere che si concedeva ogni due o tre settimane, gli lasciava sempre quell’umore strano, carico di soddisfazione venata da una nota triste. Il professore non era sicuro che la ragazza fosse maggiorenne, e questo aggiungeva un brivido d’illecito a quell’ora rubata alle proprie consuetudini di vita. Vita faticosa e solitaria, la sua, da quando Clara lo aveva abbandonato senza troppe spiegazioni, “ho un altro, ti lascio.”

 

Era una serata piovosa di tarda primavera.

Enzo quasi non la vide.

Una bambinetta fradicia di pioggia era accucciata in un angolo del portico, non lontana dalla porta d’ingresso.

“ Che ci fai qui, piccola?” le chiese senza chinarsi su di lei.

La bimba lo fissò senza rispondere. Sembrava tremare sin negli occhi.

Enzo tornò sulla strada e si guardò intorno, ma la via deserta non offriva spiegazioni a quanto gli stava capitando.

Si rivolse di nuovo a lei, sempre restando in piedi: “Chi sei? Ti sei persa?”, senza ricevere risposta.

L’uomo borbottò qualcosa tra sé e finalmente si chinò sulla bambina. La prese un po’ goffamente in braccio come si può fare con un gattino randagio ed entrò in casa.

“Papà” mormorò lei strusciandoglisi addosso, mentre varcavano la soglia.

“ No, piccola, non sono tuo padre.”

“Papà, papà” piagnucolò la bimba.

“Senti, capisco che sei scossa, ma stai dicendo una stupidaggine.”

Il professore era a disagio. Non sapeva bene come comportarsi e poi quella ridicola attribuzione di paternità lo irritava.

“Sai cosa facciamo? Ti preparo qualcosa di caldo e poi telefoniamo alla polizia.”

La sistemò su una poltrona e andò in cucina.

Quando tornò in soggiorno reggendo una tazza di tè, la bimba si era addormentata.

La guardò perplesso, sembrava più grande di come l’aveva lasciata.

Fino a un momento prima le avrebbe attribuito tre-quattro anni, ora non poteva averne meno di sette. Eppure i vestiti, una gonnellina, una maglietta e un golfino, le stavano di misura. Evidentemente prima non l’aveva valutata bene. D’altronde non era pratico di bambini così piccoli. La svegliò passandole una mano sulla faccia in una carezza impacciata.

La bambina aprì gli occhi, lo fissò per qualche istante e poi abbozzò un sorriso alla vista della tazza fumante. Non sembrava stupita di trovarsi lì. Disse “grazie, signore” afferrando la tazza. Bevve d’un fiato, mentre Enzo, rinfrancato dal fatto che non l’avesse chiamato papà, provò a interrogarla.

“Come ti chiami? Ti ricordi dove abiti?”

Il vomito venne improvviso, appena preceduto da una smorfia, prima che gli potesse rispondere. Ora era scossa da brividi. Solo allora il professore realizzò che i vestiti erano zuppi d’acqua, e adesso anche di vomito. Le ripulì la bocca, “ti prenderai un accidente se non ti togli questa roba bagnata.”

La prese di nuovo in braccio, gli sembrò più pesante. La portò in camera e la depose sul suo letto. Dovette aiutarla a spogliarsi, perché da sola non riusciva a togliersi gli indumenti fradici.

“Mettiti sotto le coperte, mentre io cerco di asciugare la tua roba.”

La bambina, ancora tremante, ubbidì. Enzo la frizionò attraverso le coperte, commosso da quel volto pallido in cui risaltavano occhi scuri come la notte.

“Va meglio, ora?”

Lei rispose con un cenno muto del capo. Aveva un graffio su una guancia.

Il professore non aveva ancora avvisato la polizia. L’avrebbe fatto più tardi, ora doveva sciacquare gli indumenti e trovare il modo di asciugarle almeno le mutandine e la maglietta.

Stese gli abiti in bagno, sopra la vasca. Gocciolavano, non si sarebbero mai asciugati per tempo. Accese una stufetta elettrica ed orientò il getto d’aria calda verso lo stenditoio.

Uscendo dal bagno per andare a telefonare, udì dei lamenti sommessi provenire dalla sua camera. La bambina scottava e gemeva nel sonno. Il volto era più gonfio, le labbra screpolate più pronunciate, mature. Effetto della febbre, pensò Enzo, e rovistò nel cassetto del comodino alla ricerca di un termometro, senza trovarlo. Alla fine lo trovò in tutt’altro luogo, nel bicchiere sul lavandino assieme al dentifricio e i due spazzolini. Conservava ancora lo spazzolino di Clara, idiota che era.

Scostò le coperte per infilarglielo sotto un’ascella e fu colpito dal goffo gonfiore del petto di una pubertà all’esordio.

Il turbamento lo avvolse come una nebbia spessa. Cercò di ripensare a quando l’aveva incontrata sotto il portico e, poco più tardi, a quando le aveva offerto il tè, provò a confrontare le sequenze ricostruendo i tratti del volto, ma improvvisamente era tutto così confuso, irragionevole.

La febbre era alta e la bambina sembrava mormorare qualcosa nel delirio. Accostò l’orecchio alle sue labbra, ma non riuscì a decifrare il lamento. Le mise delle pezze bagnate sulla fronte e attorno al collo. Con fatica riuscì a farle bere una compressa sciolta in poca acqua. Poi, seduto su una poltroncina vicino al letto, attese. Che cosa attendesse, se lo sfebbramento o un’evoluzione misteriosa degli eventi, non se lo volle confessare.

Fuori infuriava il primo temporale dell’anno. Al terzo lampo venne a mancare la corrente.

Enzo frugò in giro finchè racimolò qualche candela.

Tornò a sedersi sulla poltroncina a scrutare la sua ospite. Alla luce incerta e rossastra delle candele il volto della bambina… no, ormai non poteva più definirla bambina, inutile ingannarsi. Il volto della ragazza appariva più intenso. Gli occhi erano due ombre profonde, il graffio sulla guancia era più lungo, pur andando sempre dallo zigomo a poco sopra la mandibola, e sembrava più recente, una piccola ferita non ancora rimarginata. Le labbra socchiuse e il mento, teso in avanti, sembravano inseguire qualcosa.

Avrebbe voluto interrogarla, ripetere le domande che già le aveva posto, ma con una curiosità diversa. Stranamente gli premeva sapere soprattutto il nome, come potesse essere quello a spiegare l’inspiegabile. Irene, pensò. Non ricordava più che cosa significasse in greco, speranza, felicità, serenità? Meglio così, Irene sarebbe stato il suo nome provvisorio, dal senso indefinito ma per lui preciso. Sì, non poteva che essere Irene. La ragazza si agitò all’improvviso, scalciando via le coperte. Il professore rimase immobile, stupefatto. I bagliori sulla pelle, l’affanno del petto, i fianchi stretti, il sesso oscuro. E quel seno prepotente, scolpito nel marmo. “Irene”, disse, senza saper proseguire. Contemplò la bellezza, incapace di fare altro.

Alla fine riuscì a scuotersi. Si alzò in piedi, ricoprì Irene, le bisbigliò qualche parola e aspettò che il suo respiro tornasse regolare. Poi uscì sul balcone, si appoggiò alla ringhiera stordito e si lasciò investire dallo scroscio d’acqua, senza che questo fosse di alcun aiuto.

Andò in bagno ad asciugarsi e si guardò a lungo allo specchio: aveva nuove rughe? I capelli erano più radi? La barba s’era ingrigita? No, non trovò nulla di cambiato nel proprio volto. Lui era quello della sera precedente. E Irene?

Tornò in camera, turbato ma aperto a qualunque cambiamento.

Si era appena seduto e stava assimilando le nuove fattezze d’Irene quando un tuono più forte degli altri fece sobbalzare la donna. Seduta sul letto, sembrava cercare la sua presenza, anche se gli occhi sgranati davano l’idea dell’assenza dalla realtà.

–         Giacomo, sei tornato finalmente.

Un breve imbarazzo, poi Enzo rispose:

–         Sì, Irene, sono qua. Riposati ora.

–         Giacomo, non lasciarmi sola. Ho paura.

–         Calmati, Irene. Io non me ne vado. Sto qui a vegliarti.

–         Giacomo, vieni nel letto, scaldami. Ho tanto freddo, senza te.

 

Lui non era Giacomo, lei non era Irene, ma che importanza aveva?

Enzo si spogliò e s’infilò nel letto, continuando a parlarle. Lei gli prese una mano e se la portò al petto. Un seno morbido, non certo marmo, ma caldo, vivo, vissuto.

Irene lo amò in una sorta di trance che non le dava forse consapevolezza dei propri atti, ma le manteneva intatta la grazia dei gesti dell’amore di cui era capace.

 

Il professore sgusciò fuori dal letto e si rifugiò in bagno. Interrogandosi allo specchio non si sentì nè soddisfatto né colpevole. Semmai giusto, se poteva usare quella parola.

Enzo spense le candele e sistematosi sulla poltroncina si dispose a vegliare il sonno agitato di Irene, come le aveva promesso. Attraversò la notte in un buio placido alternando sguardi ciechi alla donna a brevi sonni. Sognò un pane che lievitava nell’ombra.

Fu svegliato dal chiarore dell’alba che andava illuminando la stanza. Con la testa appoggiata al bordo del letto, guardò la mano che stringeva nella propria. Una mano scarna, ricoperta di grinze e di macchie come una tovaglia troppo usata. Non se ne meravigliò. Alzò lo sguardo verso l’anziana che riposava nel suo letto. Le sorrise.

–         Buongiorno, Irene.

La vecchia aprì un occhio velato dalla cataratta e subito lo richiuse come se quel gesto l’avesse spossata. Enzo lesse le rughe sterminate del volto come tanti ricordi appesi ad asciugare. Gli sembrò di conoscere tutta la sua vita.

–         Quanto hai vissuto e quanto hai amato, Irene.

Le tenne la mano, bisbigliandole parole che lei forse non sentiva.

Il respiro di Irene si fece più irregolare, divenne un rantolo faticoso, lui sempre accanto a cullarla di parole e silenzio fino a che il fiato anziano si spense del tutto.

Enzo si alzò, si chinò a baciarla sulla fronte e solo allora andò a telefonare.

Alla voce che lo incalzava ripetè più volte “Irene è morta”, sempre più flebilmente, senza riuscire ad andare oltre.

 

 

Annunci

4 Risposte to “l’ospite inattesa”

  1. Jihan 21 ottobre 2012 a 20:48 #

    Gesùcristo. Sarà la quarta o la quinta volta che commento questo racconto e ogni volta resto boccaperta a tirar fiato e ogni volta scopro cose nuove. Non sono solo i tuoi “restauri”, strepitosi tra l’altro, per delicatezza e incisività, ma è come se la trasformazione toccasse me, che leggo e la materia stessa della narrazione. Azzardo e dico di più, è come se questo racconto mutasse con te o tu con esso. Qui c’è il ripetersi del non ripetersi. Forse la tua opera – sottolineo, opera – più bella.

    • massimolegnani 22 ottobre 2012 a 10:01 #

      è uno dei brani a cui sono più legato, racchiude qualcosa di profondamente mio (non in senso autobiografico, che mi sia capitato qualcosa del genere, eh) e allora ci torno su spesso anche solo per mutare una virgola. Pur essendo compiuto non sarà mai finito.
      Felice che tu l’abbia apprezzato ancora una volta. ml

  2. aliceoltrelospecchio 1 novembre 2012 a 11:31 #

    Non ricordavo così precisamente le precedenti versioni da riconoscere anche le nuove incisioni impresse dallo scalpello perfezionista, ma so che avevo apprezzato proprio la vaghezza evocativa, senza la quale non può salire l’ansia e l’emozione del lettore. E’ un brano perfetto, ma sono contenta di saperlo in continua trasformazione…

    • massimolegnani 1 novembre 2012 a 12:09 #

      di cambiamenti, minimi, ne ho apportati parecchi ma nemmeno io saprei ritrovarli, se non quelli della frase finale.
      nella vaghezza, che giustamente tu sottolinei e apprezzi, questo brano è molto simile a quello che lo segue (a nord del cuore).
      mi fa piacere questa tua piena condivisione
      ciao
      ml

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: