a Nord del cuore

31 Ott

Capitava lì non più di una volta ogni due tre anni, portatovi dal caso, come un relitto che cavalca inconsapevolmente l’onda fino a riva. Altri avrebbero detto “ andava in vacanza una volta ogni tanto”. E avrebbero sbagliato. Una vacanza è qualcosa di pianificato, richiede una meta e un programma di viaggio, tutte cose che Camillo evitava accuratamente.

Doveva succedere per caso.

E succedeva che Camillo ciclicamente si smarrisse: si perdeva nella ragnatela del quotidiano, come un ragno, appunto, che non riconosca più la propria tela. Gli divenivano insopportabili i gesti di ogni giorno, così rinunciava al caffè di metà mattina per evitare le chiacchiere del bar, cercava percorsi alternativi verso la sua bottega per sottrarsi all’ovvietà dei luoghi, si chiudeva in un mutismo ostinato anche con i clienti, limitandosi a qualche gesto con le mani, un cenno del capo, un sospiro. Resisteva qualche giorno, ma alla fine bastava una frase incauta, di quelle con risposta pagata, un “che dici, Camillo, pioverà nel pomeriggio?” oppure “vi hanno regalato un rigore, sei d’accordo?”, parole dette da qualcuno tanto per ciarlare, perché lui sbottasse. Nel più assoluto silenzio, naturalmente.

Allora andava al negozio, non tirava su la serranda ma ci appiccicava sopra un biglietto con scritto in pennarello nero CHIUSO.

E già si sentiva più leggero.

Tornava a casa, buttava quattro cose in valigia e si precipitava in stazione come l’attendesse l’ultimo treno utile. Comprava un biglietto solo fino a Milano, anche se il viaggio sarebbe stato molto più lungo. Fingeva di non sapere quale fosse la distanza, nascondeva la meta sotto tante tappe intermedie come dovesse disorientare degli inseguitori, se stesso soprattutto.

Per due giorni procedeva a tratti, un pezzo alla volta, Zurigo, Berlino, Danzica e ancora più lontano, come se la decisione per il tratto successivo sortisse solamente in biglietteria, scorrendo orari e destinazioni.

Così sbarcava nella cittadina di mare come per caso.

Annusava l’aria salmastra ed era una folata di euforia.

Ancora con la valigia in mano gironzolava per strade quasi dimenticate da una volta all’altra, recuperando una verginità dei luoghi. Sfiorava con la stessa gioia palazzi signorili appena ridipinti e casermoni dai muri scrostati, in un’accozzaglia di stili davvero disturbante ma che lui gradiva, come il neo che sciupa per i più la bellezza di un volto e solo per pochi è il tratto distintivo di quello stesso volto, il difetto piccolo o vistoso da guardare con indulgenza e affetto. Marja aveva una brutta cicatrice sulla guancia destra che cercava di coprire con una ciocca di capelli e che lui andava a scoprire con dita piene di premura e baciava devotamente.

Camminava per ore Camillo prima di scegliere la pensione in cui fermarsi. Era una scelta accurata, guidata non dalla ricerca del lusso o della pulizia, ma dal bisogno di una buona vista dalla finestra della camera. Di solito si inerpicava per le stradine scoscese del quartiere ebraico, o anche sull’altra collinetta, quella che dominava a strapiombo il porto. Saliva in stanza, apriva la finestra e controllava che da lì si vedesse il mare e uno scorcio di città, fino al fiume che la traversava. Allora confermava la stanza e di nuovo usciva a zonzo.

Dopo poche ore di soggiorno Camillo diveniva ciarliero. Parlava ai marinai che scaricavano le cassette di merluzzo dai pescherecci, ai camerieri nelle trattorie, ai passeggeri del tram che lo sballottava da un capo all’altro della città, alla gente che incontrava al parco. Parlava allegramente del tempo che volgeva al peggio, del restauro incompiuto della torre medioevale, dei propri piedi stanchi, della bellezza dei boschi che facevano corona all’abitato. Naturalmente nessuno lo capiva, erano sguardi attoniti e gesti vagamente infastiditi, sbuffi e borbottii. Lui di rimando sorrideva divertito. Marja i primi tempi gli diceva “no capisco, ma tu parla, io impara” e lui parlava, oh quanto parlava, guardandola negli occhi e baciandole la guancia destra.

Passeggiava instancabilmente a scoprire ciò che già conosceva, toccava le pietre e i prati, seguiva le linee sghembe dei tetti, assaporava i colori della città, anche il grigio che a quelle latitudini fa parte del paesaggio, come un’accettazione del meno, non solo del più. Passeggiava Camillo, a proprio agio, senza nostalgia. E a sera dalla finestra guardava il fiume e il suo stretto estuario che si confondeva con il mare. I ponti gli sembravano una sutura chirurgica che riaccostava i lembi della città ricucendo saldamente quello strappo d’acqua. Non si diceva mai “questa immagine, la sutura, l’ho pensata uguale anche l’ultima volta e la precedente e via più indietro, forse già la prima volta che sono venuto qua”. No, lui guardava i ponti e si diceva “ sembrano una sutura chirurgica”, soddisfatto ogni volta di aver trovato quell’immagine.

I lampioni sul lungofiume erano i primi ad accendersi, poi quelli delle piazze e per ultime le luci nelle case, in lenta successione, dai quartieri centrali, più ricchi, a quelli periferici, dove anche quella mezz’ora di resistenza alla penombra era un piccolo risparmio.

A quell’ora dalla finestra gli sembrava di penetrare più a fondo l’anima della piccola città, ne vedeva cambiare la fisionomia sotto il crepuscolo e forse anche l’umore si modificava nella breve frenesia del rientro degli abitanti a casa. Era come poter osservare una donna a proprio piacimento, conquistare poco alla volta i dettagli del viso, cogliere i particolari della figura intera che fanno la differenza, era, il suo, un guardare attento e sornione. Marja gli diceva “non mi guardare mentre mi cambio, non sono bella in sottoveste”, ma lui dalla poltrona o seduto sulla sponda del letto non si perdeva un fotogramma, l’ascella con un accenno di peluria, l’ombelico che occhieggiava al centro di un addome appena prominente, una coscia forte ancora non ingentilita dalla seta, tutto guardava e gli piaceva, “le tue perfette imperfezioni” le bisbigliava baciandola in punti poco ortodossi.

Solo dopo qualche giorno di permanenza, quando si sentiva ormai meglio che a casa, Camillo si decideva ad affrontare il ponticello pedonale che scavalcava il fiume quasi alla foce. Anche lì avrebbe detto di esserci capitato per caso, attirato dalla forma slanciata e dall’assenza di veicoli. Non era vero. Questo era un vero appuntamento, ma non si doveva sapere. Procedeva a passo distratto e si fermava giunto a metà della passerella nonostante il vento fastidioso che spirava dal mare. Appoggiava i gomiti alla ringhiera, rivolto al mare aperto e aspettava, fissando l’acqua sotto di sé.

Il mare che si era ritirato nelle ore precedenti, avanzava baldanzoso verso la città. Lui vedeva montare l’onda dell’alta marea e aspettava, con una trepidazione che poteva sembrare un brivido di freddo, il momento esatto in cui la foce e il il mare avrebbero mescolato le loro acque. Avanzava il mare e la foce lo accoglieva invertendo supinamente la propria corrente, l’estuario sembrava dilatarsi per fargli posto, lo lasciava risalire fin dove voleva arrivare. Lo accoglieva così, Marja, dentro di sé. Silenziosamente e senza limiti. Poi mentre se lo teneva stretto lei mormorava quelle parole in un sussurro poco comprensibile, “sei il mio amore” o forse “sei il mio mare”.

Ogni volta Camillo guardava stupefatto il verde cupo del mare fondersi all’acqua ocra del fiume, e finalmente lasciava uscire un urlo che nel vento nessuno udiva.

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4 Risposte to “a Nord del cuore”

  1. aliceoltrelospecchio 1 novembre 2012 a 11:25 #

    Ecco Camillo, così spudoratamente Carlo da innescare la solita Alice pedante che guarda il dito invece della luna : non è plausibile il bottegaio viaggiatore; che diavolo di città è, infine?; Marja da dove spunta? vorrei sapere del primo momento che Camillo l’ha incontrata… Domande-rami nel fiume, come intralci nella corrente che non consentono un vero abbandono al mare…

  2. massimolegnani 1 novembre 2012 a 12:02 #

    alice inguaribile 🙂
    perchè non è plausibile il bottegaio che chiude il negozio ogni due-te anni?
    e che importanza ha che la città sia tallin piuttosto che stettino? è una città del baltico che lui ritrova ogno volta nuova e inalterata.
    e Marja? cosa c’è da sapere di più oltre quello che ricorda lui?
    perchè non fai come camillo che si abbandona al flusso che lo invade, (che siano ricordi o acqua poco cambia)?
    ciao, diana
    (gradito in ogni caso il tuo passaggio)
    carlo

  3. tempodiverso 11 novembre 2012 a 23:45 #

    in fondo Camillo non è mai stato un esploratore, non viaggia per conoscere, ma ha sempre avuto il desiderio del ritorno; in questo luogo ritrova il gusto di parlare, il piacere dei gesti reiterati, forse quando la sua vita ordinaria rischia di spersonalizzarlo e lo chiude in quel mutismo ostile al mondo, lui scappa per tornare lì dove può ritrovare se stesso.

    • massimolegnani 12 novembre 2012 a 11:15 #

      Ciao Grazia, sottoscrivo la tua visione di camillo, non esploratore ma uomo di ritorni. ml

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