il pellegrinaggio di Agnès

12 Nov

photo by carlo calati

            

 

Parigi, 1983

Non ci tornava da una trentina d’anni e ci capitò quasi per caso, per l’insistenza di un’amica che protestò un appetito inderogabile giusto davanti al suo ingresso.

Il Bistrot St. Michel, al fondo dell’omonimo boulevard, non era cambiato in nulla, identiche le gigantografie di Satchmo alle pareti, così fuori posto in un locale dove non si era mai fatto jazz e dove Amstrong probabilmente non aveva mai messo piede, identica la disposizione dei tavoli, i più addossati alle vetrate e solo pochi sistemati in una penombra complice, questi ultimi lei li aveva sempre evitati, non era tipa da sottrarsi agli sguardi, piuttosto li ignorava. Immutato anche Bernard, ora promosso capo-cameriere, che Agnès finse di non riconoscere, sicura che pure lui, in nome di un’antica discrezione, avrebbe fatto altrettanto. Non aveva alcuna voglia di raccontare all’amica ciò che per lei aveva rappresentato il St.Michel, così pranzò in fretta e con una noncuranza per il luogo, come si fosse trovata in un locale qualunque.

Al momento non  provò alcuna emozione, ma dopo qualche tempo una sorta di richiamo, che sarebbe esagerato definire nostalgia, la spinse di nuovo da quelle parti.

Questa volta ci andò da sola, concedendosi il piacere di un pasto sontuoso e meditato. Accennò un sorriso di muto compiacimento a Bernard quando questi pose sul tavolo la rosa pallida e screziata che già un tempo veniva riservata solo a lei.

 Agnès prese l’abitudine di tornare al St.Michel una volta alla settimana. Il più delle volte ci andava a tarda sera, forse per sfuggire alla luce troppo impegnativa o forse in memoria delle turbolente cene del dopo-spettacolo, quando lei e Marcel erano l’anima bella della vita notturna parigina. Io la vidi in una delle rare apparizioni diurne, la vetrata a separarci e tanti anni che avevano avvizzito la sua pelle e indebolito i miei entusiasmi. Eppure la riconobbi subito. Aveva conservato quel fare vagamente aristocratico, difficile da definire ma inconfondibile, una specie di assenza che l’aveva resa unica sul palcoscenico e nella vita. Anche nei dischi, dove era solo voce, tu avevi l’impressione che non avresti mai potuto abbracciare per intero tutta quella voce, una parte ti sfuggiva, si nascondeva altrove. E avresti dato chissà cosa per raggiungerla in quel segreto altrove.

La guardai mentre portava alla bocca piccoli bocconi di carne tagliati con cura, lo sguardo perso lontano o chino sul piatto, indifferente ai passanti come al cibo, ricordai quegli occhi e l’emozione all’Olympià, nell’unica occasione in cui l’avevo sentita dal vivo, io dodicenne, lei famosa, mio padre a darmi di gomito e a bisbigliare “altro che la Piaf o la Grecò”. Più della voce m’aveva incantato la presenza sulla scena, quel non esserci del tutto e, con la sfrenata fantasia dei miei  anni adolescenti, l’avevo immaginata nuda in amore mantenere lo stesso atteggiamento distaccato eppure caldo che certo faceva impazzire il suo amante.

Un tempo interminabile, era quasi a fine pranzo, quando la inquadrai nell’obbiettivo e premetti il pulsante di scatto. Me ne pentii quasi subito, un’intrusione imperdonabile la mia, anche se lei non diede l’impressione di essersi accorta della violazione.

 

Torino, 2012

 

Da parecchi anni ho smesso di fare foto, troppa invadenza, troppa presunzione. Ora c’è mia figlia che con il piglio dei vent’anni scandaglia con coraggio anime e volti. Margherita è proiettata nel futuro ma mantiene il culto del passato, convinta di trovarvi ispirazione. Io sono il suo passato, così setaccia le mie foto, le studia, le converte al digitale in un lavoro d’archeologia familiare che ha del commovente.

L’altro giorno mi ha spedito la fotografia di una signora anziana seduta a tavola di cui non ricordavo nulla. Ho passato la sera a ricomporre tasselli di memoria davanti allo schermo che mi rimandava i tratti di una donna altera, cappellino elegante, note viola nell’abbigliamento, la forchetta immortalata tra le labbra, il tutto sfumato tra i riflessi di una vetrata. Non ha senso questo ritorno al passato, mi dicevo, non mi riporta indietro e non aggiunge nulla. E invece aggiunse.

Solo allora notai la stranezza di un volto quasi sovrapposto a quello dell’anziana, l’immagine che galleggiava a mezz’aria di un giovane uomo d’altri tempi, riemerso non dagli ottanta ma da un’epoca precedente, le guance smagrite, la brillantina, l’incarnato pallido erano da immediato dopoguerra. Quel volto di profilo, fresco e antico, contrastava con il viso della donna, così recente e vecchio, uno sfasamento misterioso. Ripensai al volto di mia madre, ben più giovane di me quando la guardo al cimitero, lei ferma ai quarant’anni per l’eternità io andato avanti a ribaltare i ruoli, una dissonanza temporale, ormai mi potrebbe essere figlia. Così per loro, i due amanti del bistrò, perché di Agnès e Marcel si trattava, lei con tutti i suoi anni addosso tornata in pellegrinaggio nel luogo sacro dell’amore, lui riemerso immutato dal suo tempo, conservato come una reliquia nella memoria della donna. L’altrove segreto che avevo intuito in Agnès e materializzatosi nel mio obbiettivo inconsapevole.

 

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6 Risposte to “il pellegrinaggio di Agnès”

  1. Jihan 14 novembre 2012 a 21:26 #

    una scatola cinese, una matrioska, la storia di una storia di una storia (più una storia nascosta) 🙂

  2. massimolegnani 14 novembre 2012 a 23:03 #

    🙂
    grazie

    • Gianluigi 14 novembre 2012 a 23:13 #

      Ciao massimolegnani. Il mio pensiero su questa bella storia l’ho già espresso su sf.
      Adesso ho notato qui (come improvvisamente) la bellezza delle foto che pubblichi a corredo. Sono tutte bellissime, ma alcune le trovo meravigliose.

      • massimolegnani 15 novembre 2012 a 01:02 #

        tranne questa che è mia, le altre sono quasi tutte di mia figlia, il merito è suo!

  3. tempodiverso 18 novembre 2012 a 11:16 #

    da uno strano effetto questa lettura perché da un lato c’è il percorso a ritroso nel tempo, il fascino di un avvenimento (o forse la magia di un attimo della propria vita al quale l’avvenimento e la donna fanno da aggancio nostalgico) e poi c’è quell’immagine riflessa come per un patchwork che crea la contemporaneità e poi ancora, le tue riflessioni su quello che di noi passa ai figli, questa passione che si tramanda e si proietta nel futuro e quest’ultima considerazione mi tocca da vicino perché anch’io ho smesso e mio figlio ha preso il testimone con straordinari risultati 🙂

    • massimolegnani 19 novembre 2012 a 12:15 #

      allora puoi capire e condividere quanto c’è di affascinante in questo passaggio di testimone non programmato 🙂
      un abbraccio, cecil
      ml

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