la ragazza degli orecchini

20 Nov

photo by luca ferrara

 

 

 

 

La nostra cittadina ha i suoi momenti più belli quando è sola, nella brutta stagione.

Siamo abbarbicati su uno sperone di roccia a strapiombo sul mare. Quando la pioggia lava il lastricato delle strade con la violenza di una massaia appena prima di Pasqua e quando il vento sferza la facciata delle case cavandone suoni che sono quasi melodie, cigolii e rintocchi strani di ante sbattute sui cardini rosi dal sale, io esco e mi spingo su fino alla balconata della piazzetta alta. Allora il nostro mare di solito così anonimo sembra un oceano gonfio di bile. Bello e potente lui schiuma la sua rabbia in lingue bianche che vedi fino dall’orizzonte e che riversa contro la spiaggia e le sue rocce di contorno. Appoggio i gomiti alla balaustra e sto lì a guardare quella bellezza violenta, respiro la sua furia senza venirne contagiato. Lascio che l’acqua salmastra e il vento mi bagnino e mi striglino la faccia.

Qualche minuto immobile, poi, come rinfrancato, prendo la discesa per dove ferma la corriera. La fermata è posta appena oltre le mura medioevali così devo attraversare il vecchio borgo in tutta la sua breve lunghezza.

Via del Quattrocento, che d’estate brulica di gente e di vetrine, ora sonnecchia in quella specie di letargo che è l’inverno; molti negozi sono stagionali, nessun turista in giro e anche i passanti sono rari. Io la preferisco così, silenziosa e solitaria.

È fatto di piccoli rimbombi e tonfi ovattati ed echi il mio passaggio sul pavè deserto, e di soste compiaciute nei pochi luoghi che mi piacciono davvero. La madonnina informe, intagliata nello spigolo di pietra di un palazzo antico, ogni volta la sfioro con una vaga commozione, non per essere devoto, ma per sentire il tempo andato sulle dita, l’edicola del signor Battista da cui compro un quotidiano tanto umido che sembra del giorno prima, la torrefazione di Gianpiero, l’unico con cui posso scambiare due parole sul bel tempo uggioso dell’inverno.

E poi, da qualche giorno, c’è la botteguccia degli orecchini etnici.

È poco più di un buco ritagliato nella via. Un vecchio tavolo a ridosso della vetrina, una lampada che illumina il lavoro, una stufetta che non scalda a sufficienza. Quando passo la ragazza è già china sui suoi strumenti e io cambio lato della strada perché non voglio starle addosso. Mi fermo qualche istante per cogliere l’abilità di quelle dita che comandano il metallo e inventano le forme. Aspetto il momento in cui alza lo sguardo per scostare una ciocca di capelli, osservo il suo viso che ha qualcosa di orientale e poi riprendo il mio cammino con una strana suggestione.

A sera quando torno il negozio è chiuso e sul tavolo nuovi orecchini si sono aggiunti ai precedenti. Su un panno scuro luccicano gli argenti e brillano le pietre povere assemblate a parti in legno. Sempre è presente un filo di rame che corre a unire o separare gli elementi, secondo un gusto suo che mi è difficile comprendere, ma che m’incanta.

La ragazza lavora per l’estate, ma come arriverà all’estate se per ora non riesce a vendere i suoi pezzi? Mi preoccupo per il suo futuro fatto di presente ostile. Forse è la mia ansia proverbiale che sgatta e trova ovunque filoni d’inquietudine o forse mi rammarico davvero per il suo lavoro vano.

Al mattino la guardo intenta ai suoi progetti, china sembra minuta ma dà anche l’idea di un’altezza smisurata avvoltolata su se stessa, un serpente raggomitolato nella cesta; c’è una sproporzione commovente tra il fisico che lei sembra comprimere e la minuzia degli oggetti che fa nascere tra le mani.

Alla sera conto gli orecchini e mi sconforta il numero in aumento, arriverà all’estate?

Non so il suo nome, l’ho battezzata Asya per via del colorito pallido-olivastro e di quegli scuri, vagamente a mandorla. Vorrei entrare, fingere interesse agli orecchini, inventare una nipote, comprargliene qualcuno. Vorrei, ma mi frena l’idea del mezzo imbroglio, lei non gradirebbe quel piccolo arricchirsi con un baro a rovescio. Così mi limito a guardarla lavorare, dall’altro lato della strada.

“Potrebbe essere tua figlia” mi ha detto Gianpiero, equivocando il mio interesse ed ammiccando in un tipo di solidarietà che non volevo.

La frase mi rintrona mentre la osservo aprire la serranda. Mi sono mosso per tempo stamattina, per cogliere il momento del suo arrivo. È alta come immaginavo, ha un collo sottile che avrebbe fatto felice Modigliani. Due orecchini d’argento, lunghi, elaborati, arrivano a sfiorarle le spalle. Ha un bel sorriso mentre risponde al cellulare sulla porta. Ha posato alcuni libri sul tavolo, ci sono blocchi d’appunti, dispense e due volumi spessi, credo siano testi universitari. Evidentemente Asya alterna studio e lavoro. Ecco, ora si siede, allontana i capelli dal volto, impugna delle piccole tenaglie, taglia il rame da una matassina e aiutandosi con delle pinze lo avvolge su una pietra. Bene, un’altra piccola creazione è cominciata, posso riprendere il passo verso la fermata dell’autobus, quasi sollevato. Ha la testa sulle spalle, la ragazza, sogni e progetti che per ora sono questi, e altri ne verranno.

Potrebbe essere mia figlia, sì, ne sarei orgoglioso.

Asya, mia figlia, se solo avessi figli.

 

 

 

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7 Risposte to “la ragazza degli orecchini”

  1. massimolegnani 22 novembre 2012 a 00:41 #

    (nella foto mia figlia, che pochi anni fa costruiva gioiellini etnici)

  2. Jihan 22 novembre 2012 a 00:53 #

    enigmatico, sibillino, misterioso, arcano, totalmente schizofrenico dalla foto alla chiusa 🙂

    • massimolegnani 22 novembre 2012 a 10:50 #

      sì, una schizofrenia voluta, penso che l’autobiografico debba contenere delle falsità per avere un minimo diritto di “letteratura”. Così chiudo il brano negando figli, apro i commenti rivendicando una figlia 🙂

  3. tempodiverso 23 novembre 2012 a 21:34 #

    complice la stagione ci si può dedicare a cogliere i particolari, il lavoro minuzioso delle mani che creano. concordo con la tua riflessione, così come c’è sempre una piccola parte di noi quando in una storia inventata, si prendono le distanze da quello che più ci riguarda. l’autobiografia pura e semplice è noiosa.

  4. alegbr 24 novembre 2012 a 14:45 #

    Mi pare il brano giusto per passare a fare un saluto. Importante mi pare la limpidezza del tuo segno scritto, una rotondità che cattura. Vengo or ora da una sorta di operazione inversa, ti invito di là per un drink: aereoplanini.wordpress.com
    salutoni
    alex

    • massimolegnani 24 novembre 2012 a 17:20 #

      ma tu guarda!
      ti ho fatto visita e il primo impulso, leggendo pantelleria rei, è stato quello di avvisare un mio amico del plagio subito. poi ho capito chi fossi!
      ciao alex, ben trovato
      ml

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