chiusa 43

30 Nov

 

photo by m. pescarmona

photo by m. pescarmona

 

 

 

Era una di quelle mattine terse di mezzo aprile in cui l’aria ancora frizzante costringe al soprabito e alla sciarpa che poi ingombreranno il braccio per il resto della giornata. L’uomo, seminascosto dietro la casupola scalcinata a ridosso della chiusa, studiava il da farsi. E intanto osservava la ragazza seduta al sole sull’erba. Accanto a lei un fagotto di cenci mal lavati. Un filo d’erba stretto tra i denti e gli occhi serrati contro il bagliore della luce le davano un aspetto imbronciato. Non era bella, un volto dai tratti contadini e un corpo che doveva essere piuttosto tozzo, per quanto, così da seduta, fosse facile sbagliarsi. La fronte breve, il naso grosso, come gonfio, non la facevano sembrare nemmeno intelligente. Eppure aveva un che di attraente. L’uomo cercò un aggettivo che la definisse meglio. Scartò sensuale, non si soffermò più di un istante su seducente, era decisamente fuori strada, voleva qualcosa di più preciso e meno impegnativo, una parola che fosse più attinente alla sua fisicità che non alla bellezza. Gli capitava spesso, quando rifletteva, di cercare il termine più adatto come se già stesse pestando sui tasti della macchina da scrivere.

Al di là del canale un gallo ruppe il silenzio con un canto tardivo. Come una risposta, dal fagotto partì un pianto affamato. La ragazza sbuffò e si aprì di malavoglia la camiciola di tela grezza. Dalla maglia di lana grossa estrasse un seno gonfio che perdeva qualche goccia di latte. Prese il bimbo dall’involucro di stracci e lo attaccò senza guardarlo, continuando a mordere il suo filo d’erba, apatica. L’uomo sorrise,  selvatica, ecco l’aggettivo. Se fosse riuscito a far parlare la “selvatica”, sarebbe venuto fuori un buon articolo. Decise di uscire allo scoperto.

-Buongiorno- disse avvicinandosi come stesse sopraggiungendo in quel momento dalla strada.

La ragazza alzò appena lo sguardo.

-In paese mi hanno detto che qui avrei trovato facilmente un passaggio su una chiatta.-

Lei sputò il filo d’erba e senza accennare a coprirsi disse:

-Ne passano poche, di ‘sti tempi.

Non sembrò meravigliarsi che quell’uomo sbucato dal nulla e vestito con un’eleganza da città preferisse viaggiare su un barcone da carico anziché su un treno o in corriera che avrebbe potuto prendere in paese senza doversi fare i tre chilometri per arrivare fin lì. Erano tempi difficili, in cui non ci si stupiva più di nulla.

-Mi chiamo Jean Baptiste Vittel e commercio in granaglie.

La ragazza non rispose. Scoprì l’altro seno fissando l’uomo negli occhi e impiegò un tempo lungo, sfrontato, per passare il bimbo alla seconda mammella. Fino a pochi mesi prima doveva essere un seno ben fatto, forse minuto, sicuramente teso, da cavarci piacere anziché latte, ora era sformato e percorso da venuzze bluastre e piccole smagliature.

L’uomo si accese una sigaretta.

-Lei si chiama Béatrice, vero?

-E a lei chi gliel’ha detto?

-Ieri sera, in trattoria, l’hanno nominata più volte quando mi informavo su come togliermi di qui. Sa, non mi fido dei treni, basta un aereo con ancora una bombetta sotto la pancia e ciao Ninette.  

Jeanbaptiste aveva accompagnato le ultime parole con un gesto della mano che imitava l’aereo in picchiata. Poi tirò fuori un giornale di tasca, lo dispiegò sull’erba e ci si sedette sopra.

Petain impone..” si poteva leggere a carattere cubitali, ma la ragazza non ci badò; probabilmente era una delle poche persone in Francia a non sapere chi fosse il Maresciallo Petain.

-Vive sola qui?

-No e scommetto che lei lo sapeva già. I miei genitori a quest’ora sono in campagna.

-E il padre del piccolo?- chiese l’uomo indicando con il mento il bimbo che succhiava.

-Non c’è.- tagliò corto Béatrice. Poi fece una smorfia, come per un dolore improvviso e guardò il lattante quasi con rabbia.

– L’ha abbandonata con il bambino? Che bastardo.

-Bastardo sarà lei, che s’impiccia degli affari degli altri.

JeanBaptiste stava per replicare quando l’aria fu lacerata da un fischio prolungato.

-La peniche- disse la ragazza alzandosi in piedi- Me lo tenga.- e gli mise tra le braccia il bimbo prima che l’uomo potesse opporsi.

Il piccolo puzzava di latte e di merda e si era messo subito a strillare come un ossesso.

-Lo culli- gli gridò lei mentre si allontanava a falcate decise facendo scricchiolare gli zoccoli di legno sul ghiaietto. Lui le andò dietro reggendo il bimbetto il più lontano possibile dai propri abiti.

Béatrice salutò il battelliere e iniziò a girare a mano la grossa ruota di ghisa che comandava le paratie. Il barcone scivolò silenziosamente nella camera di livello. Mentre aspettavano che l’acqua riempisse il bacino, la ragazza versò da un bottiglione che teneva lì un bicchiere di vino bianco al marinaio che a sua volta fece tintinnare una moneta da un franco in un’apposita ciotola. Chiacchieravano fitto e ogni tanto ridevano voltandosi verso JeanBaptiste.

-Allora, non chiede il passaggio?

L’uomo sembrò riflettere poi, cercando di darsi un tono nonostante l’impaccio evidente provocato dal lattante, rispose:

-Ho cambiato idea. È una giornata talmente bella che me la voglio godere.

-Ah, ecco.- fece eco la ragazza con un mezzo sorriso beffardo.

Quando furono terminate le laboriose operazioni allo sbarramento, i due tornarono al prato.

-Se la cava bene con la chiusa. E non sarebbe un lavoro da donne, ci vuole molta forza.

Béatrice scrollò le spalle, poi lo guardò dritto negli occhi:

-Cosa è venuto a fare qui?

JeanBaptiste non rispose subito. Tirò fuori da una tasca della giacca una stecca di cioccolato e glie ne offrì un pezzo. Poi, mentre lei lo sgranocchiava golosa, prese il giornale che era rimasto sull’erba, lo sfogliò fino a una pagina di cronaca locale, lo ripiegò per bene e gli indicò un articolo.

-Legga qua sotto.- le disse. Poi, temendo che lei non fosse in grado, lesse lui stesso: “dal nostro inviato JeanBaptiste Vittel”

-Capisce ora cosa voglio da lei?

La ragazza scosse semplicemente la testa. Aveva la bocca sporca di cioccolato, come un rossetto mal dato. L’uomo le ripulì uno sbaffo con un dito, poi la imboccò staccando un altro quadratino dalla tavoletta e indugiando più del lecito tra quelle labbra umide. Lei, né un cenno di fastidio né un ammicco sconcio, solo il cioccolato da lasciar sciogliere in bocca.

-Sto seguendo le tracce di Alain Courchevel, evaso più di un anno fa dal carcere di Auxerre, quando c’era stato il bombardamento. So che si era nascosto da queste parti e in paese mi hanno confermato che a quel tempo un “forestiero” lavorava in una cascina nei pressi della Chiusa 43- e indicò le grosse cifre dipinte sulla facciata della casa.

La ragazza ancora non parlava, così Jean proseguì:

-Alain è stato dipinto come un anarchico sanguinario, ma io non la penso così. Viviamo in un periodo cupo dove è difficile raccontare la verità. Non potrò scrivere che Courchevel aveva in odio qualunque regime e ha ucciso per difendere il suo ideale di libertà. Uno come lui non poteva certo accettare di servire sotto questo governo, fantoccio dei tedeschi. Questo non lo potrò raccontare, ma potrò descrivere la sua fuga con un alone di romanticismo, l’uomo braccato che si innamora di una bella ragazza e fa un figlio perché la vita continui dopo di lui.

Béatrice rimase in silenzio, ma volse lo sguardo verso la fattoria al di là del canale, con una specie di malinconia negli occhi.

-Sa, in questi giorni all’osteria del paese il vino che offrivo ha scucito molte bocche. Allusioni, mezze frasi, gesti volgari, che mi è bastato fare due più due per capire.

 

L’uomo si tolse il cappello e lo sistemò sull’erba per proteggere il bimbetto dal sole.

-Non ho intenzione di farle correre dei rischi. Non darò riferimenti precisi, anzi ambienterò l’articolo lontano da qui, molto più a est. Sì, farò credere che la vicenda si sia svolta dalle parti di Digione, così se qualcuno sta dando ancora la caccia ad Alain verrà sviato. Non voglio fare un’inchiesta poliziesca, voglio parlare d’amore.

-Amore ce n’è stato poco. Lavorava là, giusto un anno fa. Da qui vedevo la sua schiena luccicare al sole mentre spaccava la legna. Aveva forza nelle braccia ma non l’abilità del contadino a spaccare i ciocchi al primo colpo. Nei suoi gesti imprecisi ma potenti c’era qualcosa che mi toglieva il sonno. Lo volevo e l’ho avuto, ma non era amore.

Béatrice raccolse le gambe cingendole con le braccia. Appoggiò il mento alle ginocchia, sempre fissando la cascina. Gli occhi scuri, un ciuffo ribelle sulla fronte, lo sguardo duro come in lotta coi ricordi, era più selvatica che mai. Sembrava un maschiaccio, ma con qualcosa di irrimediabilmente femminile.

-Ho attraversato il canale su quella specie di ponticello formato dalle paratie chiuse. Mi ero portata il bottiglione di bianco. Gli ho detto “tieni, avrai sete”. E mentre lui beveva a canna ho passato una mano sulla sua schiena sudata. Mi ha restituito la bottiglia senza ringraziare, ma con uno sguardo da diavolo che a me andava meglio di un grazie ben dato. Tornai dalla mia parte annusandomi le dita, odoravano di maschio. Da quel giorno aspettai che fosse lui ad attraversare il canale.

-E lui?

-Lui ha impiegato una settimana per decidersi, una settimana senza mai incrociare gli sguardi. Ci ignoravamo e ci attiravamo silenziosamente. È arrivato una mattina chiedendomi del vino. Bevve dal solito bottiglione mentre io gli annusavo la schiena, lo toccavo, sfioravo le gocce di sudore. Finito di bere, mi ha preso per mano quasi senza guardarmi in faccia. Mi ha detto andiamo e siamo saliti su quella collinetta. L’abbiamo fatto in silenzio, senza fretta, ansimando, sì anche lui ansimava come se correva, doveva essere tanto che non lo faceva. Dopo mi ha chiesto come mi chiamavo. Per un mese non ha più saltato un giorno. Certe volte arrivava a notte fonda, lanciava dei sassolini contro i miei vetri, io sgattaiolavo fuori e mi appoggiavo con le spalle al muro, vicino alla conigliera. Eravamo peggio dei conigli, veloci e muti. Io però preferivo di giorno, sotto il sole, così sudava e riconoscevo il suo odore.

-Com’è finita?

Lei storse la bocca.

-E’ finita come sapevo che sarebbe finita. Un giorno mi ha detto che non si sentiva tranquillo. Era lì da troppo tempo, doveva cambiare aria. Gli ho risposto fai bene, poi mi sono stesa sull’erba e ho alzato la gonna come sempre. È stata l’ultima volta, deve essere partito quella stessa notte, lui sì su una peniche. Ancora non mi ero accorta di essere incinta, ma non sarebbe cambiato niente. In ogni caso non gliel’avrei detto.

Per la prima volta quel giorno, la ragazza fece un gesto affettuoso al bambino. Lo prese tra le braccia e si mise a cullarlo.

JeanBaptiste raccattò il suo cappello e lo calò sui ricci arruffati di Béatrice.

-Non so se scriverò proprio così come me l’hai raccontata.

La ragazza fece spallucce come non le importasse cosa avrebbe scritto.

Fu lui che quasi si giustificò.

-La gente ti giudicherebbe male, io invece voglio fare di te una bella persona. Béatrice fece una smorfia, ma si capiva che a suo modo era contenta.

Con quel cappello a tesa larga in testa l’uomo pensò che era quasi bella.

 

 

 

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7 Risposte to “chiusa 43”

  1. Nerina 30 novembre 2012 a 19:07 #

    (davvero intenso, davvero bello). che differenza questa Béatrice, dalla Béatrice che scrive a Cassel, nel mio work in progress. Mi ha molto divertita vedere come un nome descriva mondi, apparentemente distanti e forse neanche tanto, in fondo. Complimenti, Legnani. Bellissimo racconto davvero.

    • massimolegnani 1 dicembre 2012 a 14:22 #

      mentre scrivevo vedevo le labbra imbronciate di beatrice dalle, la sua vena di follia, i suoi modi involontariamente seduttivi.
      cassel penso la conosca 🙂 ml

  2. Nerina 2 dicembre 2012 a 23:44 #

    🙂

  3. miresol5 15 dicembre 2012 a 11:30 #

    Me lo ricordo questo racconto, mi avevano affascinato l’ambientazione,il modo di descrivere Beatrice, mi sembra tu mi avessi detto di aver preso spunto da Simenon, se è così, l’hai fatto magnificamente (miresol come sempre, ho aggiunto il 5 per potermi registrare su wordpress)

    • massimolegnani 15 dicembre 2012 a 17:56 #

      ricordi bene, miresol, beatrice è il personaggio minore di un romanzo di simenon, la vedova courdè, che io ho voluto far rivivere sotto una luce diversa e da protagonista. ciao, contento di vederti qui. ml

  4. malosmannaja 22 dicembre 2012 a 19:20 #

    anch’io me lo ricordavo (devo averlo letto su sf o da qualche altra parte). ficcante soprattutto l’incomunicabilità tra l’esistenza fisica-animale di beatrice (che vede e consuma il pasto nudo) e quella del giornalista (che gioca a raccontare il mondo con le parole). beatrice-jeanbaptiste 1 a 0.

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