geografia di un pavimento

28 Dic
photo by margherita calati

photo by margherita calati

                                          

 

Anziché impegnarci, tra un salatino e una risata, in ipotesi di vita sulle generazioni morte ormai da tempo, se era stato Michelangelo a tradire Maddalena appena prima dell’altare o se al contrario proprio lei avesse infranto la promessa, senza renderci conto che la polvere eguaglia inesorabile torti e ragioni e che in ogni caso noi esistiamo unicamente perché loro dopo tanti torti alla fine su quell’altare s’erano ritrovati, anziché questo, meglio sarebbe arrivare a capire che siamo diventati noi la generazione quasi andata o almeno superata dalla storia, noi quelli di cui i pronipoti dovranno ricostruire i passi dai frammenti di memoria e da quel che resta loro del passato. E allora perché non cominciare ora, con le nipoti sedute sul divano, mostrando loro il pavimento? Il nostro amato cotto, non dove è ancora tirato perfettamente a cera e ingentilito dai tappeti, ma nei suoi punti un po’ scrostati che lo fanno assomigliare a un affresco di Pompei per il colore opaco e l’avanzata consunzione.

Le bellissime abrasioni, frastagliate come coste di Norvegia, o nette come i confini dell’Arabia, una carta geografica antiquata dove ritrovare i confini originari del nostro stare, poi modificati dalla storia: qui sono rimaste quattro chiazze pallide da quando abbiamo tolto la credenza vecchia sostituendola con quel mobile più piccolo e moderno, ora divenuto quasi altrettanto vecchio, questo è il segno del divano prima che lo spostassimo nell’angolo dei libri e quest’altra è l’impronta del tavolo che un tempo stava vicino alla finestra, e nel frattempo anche noi, assieme alla mobilia, ci spostavamo un po’ più in là, lasciando forse qualche traccia al pavimento. E poi il colore consumato dai passi ripetuti mille volte per raggiungere la panca a cena, noi come pendolari sulla tratta milano-gallarate, e su quest’altra mattonella ballavamo a sera senza musica quando per trovare il ritmo giusto ci bastava l’onda di un ricordo, questo il solco inciso a terra col compasso ogni volta che aprivo la porta-finestra difettosa per ricordarmi del giardino, tu che lo accudivi, io a contemplarlo dal terrazzo, due modi differenti di cercare un analogo sollievo. E questa screpolatura che sembra una guancia dalla pelle rovinata è lo smalto corroso dalle lacrime, le tue le mie, pavimento del pianto nascosto dalla nicchia, perché, sapete, non sempre si rideva, noi che sembriamo così allegri.

Ma forse loro, le nipoti, ci guarderebbero con un fastidio imbarazzato, impreparate a condividere felicità e tristezze accumulatesi negli anni, noi per assurdo ancora troppo vivi per essere memoria da formare. E allora non ci resta che camminare ancora, consumare a fondo il nostro cotto, calcare con le scarpe oltre la cera a lasciare qualche segno che loro proveranno a decifrare, sbizzarrendosi in ipotesi, tra un salatino e una risata, in un natale del futuro.

 

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4 Risposte to “geografia di un pavimento”

  1. Jihan 30 dicembre 2012 a 11:21 #

    appena il tempo di chiedermi dove fosse, quest’anno, il tuo immancabile raccontino natalizio, et voilà.
    Solito omaggio alla tua armonia domestica. Bene.
    ji

  2. infranotturna 3 gennaio 2013 a 18:21 #

    Guardare alla terra anzichè al cielo mutevole – là dove restano segni visibili che sanno raccontare storie agli occhi. Infine al cuore, alla fantasia… con dolceamaro sentire…
    Baci

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