in memoria di una tulipifera

19 Mar

tulipifera

 

 

La vecchia casa contadina c’era piaciuta per la sobrietà della facciata che dava sulla strada e per la sorpresa di quegli alberi già grandi nel giardino. E la bellezza del terrazzo davanti alla cucina che ci sembrava un pontile verso il prato.

Era l’inizio dell’inverno quando ci trasferimmo dalla città in campagna, ignari della terra e di ciò che ci cresceva sopra. Al di là dei pini, che poi scoprimmo essere mughi e tassi, delle altre piante sapevamo solo i nomi indicatici dai vecchi proprietari. E l’abito invernale non ci aiutava a riconoscere il faggio dal nocciolo, la liquidambra dalla tulipifera, quest’ultima a ridosso della casa, che aprivi la porta a vetri ed era lì ad accoglierti maestosa, non superba, i rami nudi protesi come dita di una madre, mani materne prive di gioielli.

Avremmo dovuto capirlo già dal nome, è vero, ma dovette arrivare la prima primavera in quella casa per trasformare il nome astratto in uno stupore solido, una memoria da tenere a mente, la meraviglia a pranzo, i rami suoi a sfiorarci il piatto sul terrazzo, il verde delle foglie che ondeggiava al vento e, tra le foglie, loro, i grossi fiori gialli che avresti detto tulipani trapiantati in mezzo all’aria. E, a differenza degli effimeri olandesi che ti bastava un giorno di distacco per ritrovarli spogli, questi duravano dei mesi, come le ghiande sulla quercia, e qualche volta a pranzo se ne staccava uno che ci cadeva come un dono sulla tavola.

Ci abituammo presto alla felice bizzarria della natura, fatta di foglie ampie ed eleganti fiori, come ci abituammo ai travoni a vista sul soffitto e al minestrone cucinato per due giorni sulla stufa. Sembrava un mondo fermo cristallizzato al bello, che ogni stagione presentava il suo lato da godere con lentezza e ogni cosa nel suo piccolo portava un contributo ad essere sereni, vedere le travi sul soffitto e trascurare le pagliuzze negli occhi della gente.

Fu un fulmine di mezz’estate a cielo cupo e nuvole cattive a rompere l’incanto, come un risveglio in soprassalto che ti strappa al sogno. Sembrava che la saetta fosse caduta lungo la cappa del camino tanto fu intenso il suo fragore nella stanza. E poi la grandine a tempestare sul legno delle ante, in un frastuono che c’impediva di parlare.

Quando tornò il silenzio e spalancammo i vetri, la tulipifera fumava ancora, come una vaporiera esausta.

Provammo a mantenere insieme la corteccia esplosa con delle corde inadeguate e a tamponare le ferite con il mastice per non disperdere la linfa. Ma giorno dopo giorno la nostra pianta perdeva qualche foglia e un po’ di vita. Noi quell’estate ci ritirammo al chiuso di cucina, intollerabile mangiare accanto all’agonia.

Prima della fine di settembre l’albero era morto, ma quattro tulipani, non più gialli ma bruniti, rimasero per mesi attaccati ai rami, a ricordarci il lutto.

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22 Risposte to “in memoria di una tulipifera”

  1. stileminimo 19 marzo 2013 a 11:22 #

    E’ bellissimo! E’ così che si può sentire… esattamente così. Questo è il tipo di amore che rimane.

  2. massimolegnani 19 marzo 2013 a 11:44 #

    Si’. Conservare intatta la memoria e’ espressione d’amore.
    ml

  3. tramedipensieri 19 marzo 2013 a 13:16 #

    Insomma non c’è verso: dai fulmini non c’è riparo.
    Ma è altrettanto vero che la vita continua.

    ciao
    .marta

    • massimolegnani 19 marzo 2013 a 19:09 #

      Si’, la vita continua, almeno per chi non e’ stato…fulminato 🙂
      ml

  4. Narcoticum Chaconne 19 marzo 2013 a 14:20 #

    Impersonificazioni; ciò che accade quasi come un trafilato senso ignoto; il bisogno di simboli e ammonimenti che ci ricordino, che ci fissino nell’andare, che appendano la ricerca di un senso dove non possa sfuggire; la morte è un luogo.

  5. massimolegnani 19 marzo 2013 a 19:13 #

    Per quanto tetra, la tua conclusione mi trova d’accordo: la morte e’ un luogo, che non e’ obbligatoriamente il posto dove si muore o si sta da morti, ma cio’ che nel nostro immaginario associamo alla morte.
    Grazie,
    ml

  6. Jihan 20 marzo 2013 a 18:20 #

    la tulipifera fu messaggera. i fulmini non vengono mai per caso.
    (bella trasmissione dj-tulip) 🙂

  7. massimolegnani 20 marzo 2013 a 19:20 #

    dj-tulip ha usato un vecchio vinile, cambiando appena qualche solco
    🙂
    ml

  8. gelsobianco 20 marzo 2013 a 21:37 #

    La natura è, sempre, parte integrante di te: insieme vi completate, siete un tutt’uno, significante e significato.
    L’amore per la natura è vitale, vivo e palpabile nelle tue parole, ml.
    E quest’amore supera i confini della vita.
    Va oltre.
    Il conservare la memoria è l’espressione più forte e profonda dell’amore.
    L’amore è amore quando tiene vivo in sè il ricordare oltre la morte.
    Ho colto questo sfaccettatura del tuo modo di essere anche in altri tuoi scritti.
    Notevole tutto lo scritto.:-)
    La tua sensibilità è veramente “unica”.
    Le tue due righe di chiusa hanno uno speciale significato.
    Quei “quattro tulipani, non più gialli ma bruniti” a ricordare il lutto…
    Da notare anche, un certo senso non definibile dell’andare verso la fine, intriso di una sua forte naturalità, concetto questo molto interessante.
    Grazie.
    gb

    • massimolegnani 20 marzo 2013 a 21:45 #

      Sento un forte legame con la natura, ne cerco il contatto fisico.
      E il fatto che lei si rigeneri continuamente e’ consolatorio, ma…ma noi risorgeremo?
      ciao,
      ml

      • gelsobianco 20 marzo 2013 a 22:12 #

        Noi risorgeremo nel ricordo che lasceremo.
        Ti rispondo molto istintivamente.
        Ciao, ml.
        gb

      • gelsobianco 20 marzo 2013 a 22:14 #

        “Sento un forte legame con la natura, ne cerco il contatto fisico.”
        … e credi che io non abbia percepito tutto ciò?
        😉
        Ti sorrido.
        gb

  9. tempodiverso 20 marzo 2013 a 23:50 #

    è storia a strati quella delle piante,
    mentre si parla di loro si narra anche di altro
    ed è bello stare a sentire

    • massimolegnani 21 marzo 2013 a 17:57 #

      le piante si lasciano guardare e raccontare, per quel che sono, per quel che in loro ci vediamo noi.
      ciao e grazie
      ml

  10. lombrico 21 marzo 2013 a 01:04 #

    “E il fatto che lei si rigeneri continuamente e’ consolatorio, ma…ma noi risorgeremo?”
    io che sono un lombrico, mi ciberò di voi uomini anche.
    il naturale ciclo della vita.

    • massimolegnani 21 marzo 2013 a 17:55 #

      sì, è il ciclo della vita, sono d’accordo.
      se leggi “terramadre” pochi post fa, ti accorgerai che non ho alcuna preclusione verso i lombrichi, anzi!
      per intanto benvenuto,
      ml

  11. penna bianca 21 marzo 2013 a 20:42 #

    Quel fulmine sembra un coltello che affonda. A volte è così. Le cose finiscono non per incuria o per negligenza ma per destino. Bel post dove i vissuti personali e la natura si confondono e si comprendono. ciao

  12. massimolegnani 22 marzo 2013 a 19:15 #

    E’ cosi’, un fulmine puo’ spezzare la gioia. Ma ci resta pur sempre la memoria.
    Ciao
    ml

  13. bakanek0 25 marzo 2013 a 11:16 #

    Eh, ma sei troppo sapiente nell’accostar parole!
    Stupore solido
    vedere le travi sul soffitto e trascurare le pagliuzze negli occhi della gente (geniale!)
    Vaporiera esausta
    E la poesia malinconica e pagana, di cui sono intrise tutte le tue storie…
    Piace, molto
    Buona settimana

    • massimolegnani 25 marzo 2013 a 11:34 #

      grazie bak, apprezzo molto quel “pagana” con cui identifichi la mia scrittura, lo condivido.
      ciao,
      un sorriso,
      ml

  14. germogliare 26 marzo 2013 a 22:30 #

    mi lasci in silenzio, in preghiera. bisogna proprio amarla di un amore antico, la natura, per raccontarla come fai tu.
    stammibene
    a

  15. massimolegnani 26 marzo 2013 a 22:39 #

    ci vivo in mezzo alla natura, come non amarla?

    buoncanada 🙂
    ml

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