lettera del glicine a un nemico immaginario

29 Apr
photo by c.calati

photo by c.calati

                     

 

Non parlarmi di stupore, tu che non sbagli dopobarba nè investimenti in borsa, tu che stai attento alla tendenza e hai il passo giusto con i tempi -tempi di merda detto per inciso-, tu che frequenti chiese e musei fingendo un interesse per Chagall che quest’anno è un vero must assieme a Cristo, tu che vai sul Bosforo a vedere la mezzaluna turca e Sirio, senza sapere che anche da noi a volte c’è quella lingua sottile di luna languida, distesa come un’odalisca su dei cuscini neri, e Sirio accanto, eunuco a custodirla. Basterebbe che tu ogni tanto alzassi gli occhi al cielo, non a maledirlo per qualche sciocco contrattempo, ma per scoprire quella parola a te ignota che è l’incanto.

Non parlarmi di stupore, tu che non hai mai visto il glicine fiorire col suo talento imprevedibile, quell’esplosione artistica che capita un mattino come altri, a mezz’Aprile. Sui palcoscenici poco appariscenti di case scalcinate qui in campagna, su muri diroccati, su vecchi pali telegrafici, senza aspettare l’applauso delle folle, il glicine è fiorito con un gesto minimo e grandioso che certo t’è sfuggito. Come pure t’è sfuggito lo sperpero che subito fa del suo talento, come fosse Balotelli che scialacqua muscoli e soldi appena fuori dagli stadi.

È bastato un vento inaridito, poco feroce ma bastardo, e il glicine s’è arreso. È stata un’aria appena smossa verso l’alba a porre fine allo spettacolo, poco più di una folata secca, che a te avrà fatto sollevare il bavero alla giacca e stringere in un gesto di fasulla protezione la bionda raccattata in un locale sulla strada del ritorno, i tuoi gesti di frivola eleganza. E intanto il glicine con una noncuranza che nascondeva impotenza e strazio ha lasciato che i suoi fiori se ne andassero in una pioggia giapponese, sprecando in poche ore l’intero patrimonio grigioviola. Una morte mesta e universale, che se fossimo in oriente sarebbe stata un lutto nazionale.

Cose grandiose accadono in silenzio, a tua insaputa. Non parlarmi di stupore, quindi. Anzi, taci del tutto, che nulla sai di questa notte in cui s’è impoverito il mondo di qualcosa che tu non puoi capire. Io solo sento il lutto verde della pianta, quel fogliame inutilmente florido ma sterile. Così mi chino sui suoi fiori impietriti sulla terra, ne scelgo due da conservare, i più minuti e vivi, per ornare i seni sulle punte alla mia donna. E siedo qui in attesa del prossimo spettacolo.

Sarà tra un anno o poco meno.

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23 Risposte to “lettera del glicine a un nemico immaginario”

  1. edp 29 aprile 2013 a 10:12 #

    quanta meraviglia in questo lunedì mattina di pioggia in cui c’è bisogno di guardar glicini, e fiori, e stelle e nuvole. che poi a pensarci è quello -e solo quello- che conta. il resto son cose da poco.

  2. laGattaGennara 29 aprile 2013 a 10:59 #

    Tu non sai quanto è simile il tuo glicine al mio.

    • massimolegnani 29 aprile 2013 a 11:09 #

      il glicine non so quanto sia simile al tuo, ma quello che c’è dietro al glicine, le parole, i pensieri e gli occhi, quelli sì, li sento simili.
      ciao,
      ml

  3. bakanek0 29 aprile 2013 a 12:41 #

    Ciao, Massimo. Leggerti è un toccasana, soprattutto oggi, con il mio umore sbattuto come il glicine di cui parli…ho sempre amato i fiori del glicine, la loro esplosiva bellezza (un po’ giapponese, davvero), e mi piace il tuo averne cura, soffrire del loro morire…tutto, sempre, in toni di sottobosco, di penombra, senza chiassi, senza protagonismi. Bello. Grazie.

    • massimolegnani 30 aprile 2013 a 10:53 #

      grazie a te, bak
      e spero che oggi il tuo umore sia meno “glicinesco”
      un abbraccio
      ml

  4. penna bianca 29 aprile 2013 a 14:20 #

    Forse ciò che fa soffrire non è la sfioritura del glicine, che sappiamo essere parte di un ciclo, quanto come questa sia avvenuta. Come se ( ma non è così la vita?) la pace,la bellezza e l’incanto se ne andassero via in un attimo senza poterci fare niente. ciao caro

    • massimolegnani 30 aprile 2013 a 10:55 #

      sì è la fine repentina che spiace, proprio perchè assomiglia agli eventi della vita.
      un sorriso a te,
      ml

  5. the pellons' 29 aprile 2013 a 18:01 #

    Se non si sa beare del glicine, non vedrà allora mai il fiore del cactus, quell’unica sera all’anno in cui si concede agli sguardi, prima di suicidarsi.

  6. Nerina 29 aprile 2013 a 22:53 #

    ieri leggevo una poesia di Saba, L’arboscello. Ha un inizio folgorante, mi tornava in mente quel ritmo, oggi, leggendoti. e il femminile dei fiori sparsi dalla Bora, che qui è invece canto maschile. un abbraccio, caro C.

  7. germogliare 29 aprile 2013 a 23:46 #

    saper vedere la natura richiede pazienza, chi lo sa fare gode di privilegi unici e impagabili.
    (…ti parlo da animo contadino)
    Saluti e baci!

    • massimolegnani 30 aprile 2013 a 11:03 #

      l’hai detto, è un privilegio riuscire a guardarsi intorno.
      un bacio via aerea
      🙂
      ml

  8. Narcoticum Chaconne 1 maggio 2013 a 23:53 #

    La pianta in lutto aveva bisogno della tua empatia. Un altro fiore che intanto è morto o sta morendo fuori da questa pagina forse aveva solo bisogno di qualcuno vivo con questa stessa empatia. Questo scritto mi è piaciuto particolarmente. Mi ricorderò per un po’ di questa immagine.

  9. massimolegnani 3 maggio 2013 a 09:11 #

    grazie NC, l’empatia è importante, muove le montagne e tiene vivi i fiori
    🙂
    ml

  10. Badev 3 maggio 2013 a 13:41 #

    spero che sia un tu immaginario, questo “insensibile”, solo una specie di monito in generale al mondo che va troppo di fretta e calpesta, insomma che ci lascino in pace a guardarci i nostri fiori

  11. massimolegnani 3 maggio 2013 a 23:02 #

    No tu no, non sei compresa in questo tu che sa di offesa e che e’ sparato nel mucchio e qualcuno becca di sicuro, tanti sono gl’insensibili, frettolosi e distratti
    ml

  12. gelsobianco 3 maggio 2013 a 23:10 #

    Come si può non stupirsi dell’irruenza del glicine che nasce in una notte ed esplode in quel suo colore così vivo e nel suo profumo, dei suoi fiori che, mossi dal vento, svelano la sua “antica sensualità”?
    Come non stupirsi dei più piccoli-grandi eventi della natura, della vita?
    “Se non sei in grado di provare né stupore né sorpresa sei per così dire morto” scrive Albert Einstein.
    Ed è così!
    Nell’uomo deve rimanere sempre intatta la capacità di stupirsi che è nel bambino.
    In questo modo si vive veramente, si riesce a cogliere ciò che più conta.
    Grazie, caro ml.
    Leggerti mi dà sempre emozione.
    Un sorriso vero
    gb

  13. massimolegnani 3 maggio 2013 a 23:28 #

    La sensualita’ del glicine, dici. Quanto sono d’accordo! E poi la sua sfioritura provocata dall ‘impeto del vento assomiglia molto alla piccola morte.
    Ciao
    ml

  14. gelsobianco 4 maggio 2013 a 00:34 #

    Sì. Anche io sento così.
    Ed il glicine risorge, poi…
    “furia della natura, dolcissima,”
    Un sorriso ancora
    gb
    Ho messo tra virgolette due versi presi da “E intanto era aprile” di Pasolini.

  15. 59miresol 11 maggio 2013 a 16:50 #

    Alcuni non sanno riconoscere la bellezza, si sentono autorizzati a riconoscerla solo in presenza di un consenso generale, vanno alla mostre che tutti vedono, apprezzano quello che tutti apprezzano; altri, invece, gustano la bellezza e se ne vanno subito dopo come turisti di passaggio: non vedranno mai il suo sfiorire, non ne proveranno sofferenza ma si perderanno anche il suo ritorno perché non sanno predisporsi all’attesa.Qs mi hai fatto pensare con qs bel testo particolarmente nelle tue corde. Ciao, Miriam

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