la casa del ginko

10 Giu
photo by c.calati

photo by c.calati

                                           

 

A casa del dottore c’erano cose straordinarie.

Le porte aperte, il bollitore, la radio sempre accesa, i cani indisturbati, il whisky, la segretezza del giardino. Entravi dal portone nella corte, trovavi ghiaia, ringhiere e ballatoi, ma non lo vedevi. Però sapevi che al di là della casa bianca bassa si nascondeva il prato. Il giardino nascosto era come un gioco di magia che non ha più segreti eppure ancora incanta. E in giardino il ginko.

Arrivavo in bicicletta per giocare col mio amico, suonavo e aspettavo che mi venissero ad aprire. Il più delle volte nessuno rispondeva, così entravo, come si può entrare in un cinema a pellicola iniziata, o forse sarebbe più giusto dire come si può entrare direttamente nella pellicola che gira, anche se Woody la sua rosa aveva ancora da pensarla.

Io titubante con il berretto in mano restavo nell’ingresso, le stanze vuote, la musica maestosa a spargersi nell’aria e ogni tanto la voce calda dello speaker ad annunciare i brani. La casa sembrava disabitata, eppure sentivo la sua anima pulsare.

Entravo muto nel tinello dove vibrava la vecchia radio e guardavo fuori dai vetri. Giò, il mio amico, giocava con i cani e dietro di lui il ginko, i rami pronti ad essere cavalcati.

Non avevo fretta di raggiungerlo. Avevo fame dei dettagli che facevano diversa quella casa, lo scricchiolio del legno sui miei passi, ovunque libri consumati, i ritratti ad acquerello alle pareti e fuori il prato ben rasato e il ginko poderoso, alto oltre i due piani che sembrava fosse lui a reggere la casa.

Poi, il fischio del bollitore stanava la signora. Un grembiulone macchiato di colori e il pennello sporco in mano, lei minuta con i capelli a crocchia, un topolino grigio, compariva come fosse stata già presente, mai capito da quale stanza uscisse, forse da un buco rosicchiato nel battiscopa. Mi offriva una tazza di tè, che rifiutavo non per educazione ma perchè viaggiavo esclusivamente a cioccolata, le altre bevande le ignoravo, ma non osavo dirglielo. Lei gironzolava un poco per le stanze e poi spariva così com’era apparsa. Allora correvo fuori per giocare.

Il prato, la sabbiera, gli alberi, i cani, un mondo magico per un animale da appartamento come me. E un po’ spaurito mi sfrenavo.

Quando il dottore arrivava a casa era la mia ora di tornare, ma, prima, ancora qualche meraviglia.

Lui si versava un bicchiere di whisky, così, appena entrato, ancora col cappotto, sotto il mio sguardo incredulo, che mio papà beveva Gran Marnier, e solo di domenica in poltrona dopo cena. Papà, forse geloso del mio incanto per quel luogo e i suoi abitanti, mi accennava le contraddizioni di quell’uomo, incongruenze le chiamava, gli scatti d’ira, la severità che mescolava alla poesia, i troppi sogni alimentati ad alcool, la carriera arenatasi all’esordio, la vita non irreprensibile. Erano parole poco comprensibili e prive di magia. Alle notizie crude preferivo i piccoli misteri, i sumeri ben diversi dagli assiri, mi diceva il dottore come se io sapessi gli uni e gli altri, le rovine di Petra, Atlantide, Minosse, io di antico sapevo solo Muzio Scevola, un turbinio di cose ignote che lui raccontava con naturalezza mescolando forse il vero e l’inventato. Io lo guardavo a bocca aperta e mi stupivo della sua somiglianza con la moglie, come fossero gnomi gemelli e il loro bassotto identico ad entrambi.

Una volta il dottore mi sorprese mentre staccavo una foglia troppo bella dalla pianta. Me la tolse di mano e passando un dito su quel contorno che pareva di un ventaglio doppio, la voce un po’ impastata, mi disse, “ginkgo byloba, il cuore antico della terra”, e sembrava che piangesse.

Poi, senza un rimprovero, me la restituì.

Adesso ho casa anch’io. Ho casa e un bollitore che lascio fischiare apposta e libri che consumo con lo sguardo e legno ai pavimenti e musica in continuo e un cane che fa festa. Non so se tutto questo è un caso o un’imitazione di memoria, ma so che nel giardino il ginko cresce lento come il mondo e non ha fretta d’invecchiare.

 

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12 Risposte to “la casa del ginko”

  1. gelsobianco 11 giugno 2013 a 13:33 #

    Ah, l’atmosfera che tu riesci ad evocare e a far cogliere perfettamente mentre scorrono le parole di questo tuo racconto, così delicatamente “magico” e profondo, ml!

    “Il giardino nascosto era come un gioco di magia che non ha più segreti eppure ancora incanta. E in giardino il ginko.”
    ““ginkgo byloba, il cuore antico della terra”, e sembrava che piangesse.”
    “o forse sarebbe più giusto dire come si può entrare direttamente nella pellicola che gira,”

    *Torno!
    *Torno e leggo tutto ancora ed ancora e, poi, ancora.

    “ma so che nel giardino il ginko cresce lento come il mondo e non ha fretta d’invecchiare.”

    Mi hai emozionata veramente, ml!
    Grazie
    gb
    Se non si fosse capito… *Torno con un sorriso!*

    • massimolegnani 11 giugno 2013 a 16:44 #

      Soddisfatto della tua emozione
      grazie
      ml

      • gelsobianco 11 giugno 2013 a 22:22 #

        Questo tuo “racconto” è un filmato molto evocativo a cui si assiste!
        C’è, poi, ben altro che mi ha emozionata, ml…:-)

        gb

  2. bakanek0 12 giugno 2013 a 13:09 #

    Mi piace. E te lo metto pure!
    La dolce nostalgia, la commistione con elementi della natura che diventano simboli di un’anima universale, il rispetto che mostri per l’altrui saggezza…questi argomenti, che ritrovo spesso nei tuoi scritti, mi rivelano la tua umanità.

    • massimolegnani 12 giugno 2013 a 20:31 #

      Grazie bak 🙂
      Quelli che individui sono temi che effettivamente sento miei, sei lettrice sensibile!
      Ciao
      ml

  3. penna bianca 12 giugno 2013 a 21:57 #

    Un racconto dove passato e presente s’intrecciano con naturalezza e un po’ di sano mistero. Forse la stessa che tu provavi varcando quell’ingresso e al di là delle opinioni. Bravissimo ml molto, molto bello. 🙂

    • massimolegnani 13 giugno 2013 a 09:54 #

      grazie penna,
      quella era una casa per qualche verso magica o per lo meno fuori dal consueto
      🙂
      ml

  4. Donatella Calati 16 giugno 2013 a 16:05 #

    anche a distanza di anni la poesia è intatta, il ginko è rimasto e cresce nella casa … dell’ingegnare, un po’ di magia se n’è andata con il dottore e il topolino grigio. Grazie

    • massimolegnani 16 giugno 2013 a 17:27 #

      ..e diventa col tuo azzeccatissimo lapsus “la csa dell’ingegnAre” che voi sempre vi inventate qualcosa per gli altri ( vedi il B&B clandestino) 🙂
      C.

  5. gelsobianco 17 giugno 2013 a 20:59 #

    Ah, la “sacralità” di ciò che perviene a me da questo tuo scritto!

    Ah, la “sacralità” di molte memorie!

    Ah, la “sacralità, del ginko!

    Grazie ancora, ml!:-)
    gb

  6. tempodiverso 20 giugno 2013 a 00:10 #

    bel brano, doc.
    accade che ci sono situazioni e persone e luoghi che hanno la capacità e la magia di lasciare un segno e di indirizzare…una specie di imprinting

    • massimolegnani 20 giugno 2013 a 08:47 #

      ecco, un imprinting che rispunta dopo anni, sono d’accordo
      ciao
      ml

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