come ramarri in ombra

10 Lug

Luciana fece l’atto di alzarsi. Lui non si scompose, ma finalmente parlò:

–          No, aspetti. Non se ne vada, sia gentile.

Nessuna apprensione nella voce, semmai una vaga irritazione tinta di noia.

–          Beh, in un quarto d’ora lei non ha aperto bocca. Probabilmente nemmeno mi ascoltava. Non fa differenza che io stia seduta qui o altrove.

La donna parlava risentita ma la richiesta che restasse la stava trattenendo. I suoi amici sostenevano che lei avesse una patologica propensione per le imprese disperate, come appunto quella di sacrificarsi alla compagnia di un vecchio misantropo a un rinfresco dove gli altri sembravano divertirsi come matti. Lei, quella propensione, la definiva il fascino discreto dell’intelletto.

–          Abbia pazienza, ogni tanto mi prende un umore strano che mi intorpidisce, un bozzolo che mi isola dal mondo circostante. Poi passa, se non decido di prolungarlo volontariamente.

Ottavio Valenti, con lo sguardo fisso verso il fiume come se non parlasse alla donna ma all’acqua, lasciava cadere le parole come esche, o meglio come la pastura che il pescatore lancia in acqua con il gesto largo e un po’ annoiato della mano, perché quello è solo un preparativo, non è ancora la vera lotta con il pesce. È un sondare l’ambiente per capire se è il caso di impegnarsi lì o provare altrove.

Aveva un aspetto trasandato, giacca sgualcita, camicia dai polsini lisi, pantaloni stazzonati, e un fisico prossimo al disfacimento, occhi sottili, poco più di due fessure tra palpebre rigonfie. La voce era monocorde, un po’ nasale. Buttò là un’altra piccola manciata di pastura:

–          “Ci si avvolgeva come in un bozzolo. Non un malessere reale, una voglia di naufragio che fosse immacolato, un desiderio di quiete che non fosse dopo una tempesta, un poter stare, senza che fosse né contemplazione né meditazione…” potrebbe essere un buon incipit.

–          Ah, lei stava creando! E io che l’ho disturbata con le mie lagne, mi scusi. Che emozione assistere alla nascita di un abbozzo di un qualcosa che…

–          Ma no, ma no! dicevo così per dire. Vede, ragazza mia, è così banale la scrittura, così sottile il confine tra una buona pagina e un tediosissimo romanzetto di quart’ordine, in fondo entrambi potrebbero iniziare nel modo che le ho detto, è così lasciato all’imponderabile volubilità del pubblico il loro apprezzamento, che mi sembra un lavoro davvero inutile lo scrivere.

–          Non dica così, la prego. Non mi piace che svilisca la sua opera. Io ho divorato i suoi romanzi, una vera palestra di buona scrittura, una miniera di riflessioni stimolanti. E non sono una lettrice di bocca buona, mi creda, chiedo molto a un libro.

Ecco, la pastura stava funzionando. Ottavio ruotò impercettibilmente la testa verso la donna, sollevò con un certo sforzo la palpebra e la squadrò sottecchi. Non gli bastava essere adulato, cosa di cui aveva un bisogno fisiologico, doveva essere soddisfatta anche un’esigenza estetica. Solo in quel caso il suo ego avrebbe gongolato, silenziosamente. Sì, la donna poteva aiutarlo a traversare quel pomeriggio di noia.

–          I libri sono specchi doppi. Riflettono l’animo di chi scrive e pure quello di chi legge. L’importante è non farsi abbagliare dai riverberi.

–          Nessun abbaglio con lei. Leggo quello che c’è scritto e mi piace, punto. Però è vero quello che lei dice, prenda il suo romanzo che preferisco, “Come ramarri in ombra”: ho litigato con un amico che lo trovava di buona fattura ma fatuo; ha usato proprio quest’aggettivo così offensivo, per accusarla di superficialità. Io ho sostenuto che il difetto non era nel libro ma nel lettore, cioè in lui, incapace di scendere sotto la superficie delle parole. Ecco, lui aprendo il libro non aveva visto lo specchio, né in una direzione né nell’altra.

–          Lei si specchia quando mi legge?

–          Sempre.

–          E che cosa vede?

–          Vedo la mia capacità di comprensione.

–          Risposta piuttosto banale, se legge sarà certo in grado di comprendere.

–          Lei è troppo severo con me. Non intendevo la comprensione lessicale, ma quella emotiva. Leggendola mi accorgo di non voler giudicare i suoi personaggi ma di volerli comprendere, immedesimarmi in loro. Che poi non è una assoluzione ma uno sguardo di pietà per loro. È come se li guardassi insieme a lei, sento di condividere il suo atteggiamento comprensivo.

Ottavio, anziché risponderle, lanciò un’altra esca porgendole il bicchiere:

–          Cara, per cortesia, vai al buffet e fai aggiungere una buona dose di vodka a questa spremuta disgustosa. Ma non dire che è per me, c’è chi teme le mie intemperanze.

–          Subito maestro, obbedisco.- rispose Luciana piccata.

–          Via! Questa risposta è fuori luogo, vorrebbe essere pungente e invece ha solo un sapore acidulo. Non sono maestro di nessuno. Ti ho chiesto una piccola cortesia. La puoi negare a un vecchio scribacchino che dici di adorare?

–          È che lei non fa nulla per risultare simpatico.

–          Dovrei, piccola?

–          No, forse è meglio così. Le vado a prendere da bere.

–          Portami anche una tartina, che mi è venuto appetito.- aggiunse senza guardarla.

Solo quando la donna si era già allontanata, l’uomo si voltò nella sua direzione. Non ricordava come si chiamasse, comunque, anche se non era una bellezza, aveva un bel passo elastico, felino. Sì, l’avrebbe strapazzata ancora, meritava.

Lo scrittore seguì con lo sguardo la figura della donna che si stagliava nel controluce del prato. Quanti anni poteva avere? Mah, trenta, quaranta? Difficile dire, e nemmeno gli interessava. In ogni caso era una breve ventata di giovinezza.

Quando si accorse che stava tornando, riprese a fissare il fiume. Luciana reggeva un vassoietto colmo di cibo che sistemò in bilico sui braccioli delle due sedie affiancate.

–          Ti hanno fatto storie per la vodka?

–          Non l’ho tradita, se è questo che teme. Il cameriere mi ha guardato male, sollevando un sopracciglio di rimprovero, quando gli ho detto “continui a versare, per favore”.

–          Che ragazza ammirevole. Si è immolata per il bene della letteratura.

–          Non mi prenda in giro. M’imbarazzo.

–          Se tu continui a darmi del lei, sarò io a sentirmi imbarazzato.

Luciana sorrise:

–          Lei imbarazzato? Non le credo. E poi mi piace questo squilibrio nella nostra conversazione, il tu e il lei, il mio fissarla in faccia e il suo preferire il fiume a me.

–          Anche la tua gentilezza e la mia ingratitudine, vero? Sì, siamo quasi perfetti nel nostro contrapporci.

–          Aggiunga, il suo scrivere e il mio leggere. Vede bene che non siamo sullo stesso piano. Il suo tu non mi offende, ma non mi faccia rinunciare al mio lei. Non potrebbe essere altrimenti.

–          La passeggiata fino al buffet ti ha fatto bene. Ti trovo rinfrancata, non sei più la mammolina che se ne voleva andare sdegnata.

–          E lei, anche se si ostina a non guardarmi, ora quantomeno mi ascolta. E poi lo so bene che prima si è girato verso di me, mentre andavo a prenderle da bere. I suoi occhi mi hanno accompagnato fino all’area del rinfresco. Non lo neghi.

–          Cosa vuoi, il culo delle donne mi affascina sempre. Tu non fai eccezione.

–          Non so se sentirmi lusingata od offesa.

–          Devi saperlo tu.

–          Già. Ci penserò. Intanto si addolcisca il palato, se non la lingua, con questo lardo al miele. Sono riuscita a prendere a fatica qualche fetta, c’è una tale calca laggiù. Strano che nessuno si spinga fin qua.

–          Ti spiace che nessuno venga a darti manforte?

–          No, è così tranquillo questo prato in ombra, tra i salici ed il fiume. È un luogo da “bozzolo”. A proposito che cosa intendeva prima con “un naufragio che fosse immacolato”?

–          Non bisognerebbe spiegare la parola narrata.

–          Beh, ma se io non ho compreso?

Ottavio per la prima volta si girò per fissarla negli occhi:

–          Al di là della piena comprensione, come immagine ti è piaciuta?

–          Sì, ha fascino.

–          Allora tieniti stretto il fascino, accontentati del suo sapore, che non è cosa da poco. E non chiedere rivelazioni che farebbero appassire il mistero. Non pensare che dietro a quelle parole intendessi chissà che, non è quello il punto.

–          A maggior ragione, se non c’è nulla di segreto, perché non mi confida il significato che mi sfugge?

–          Ascolta, tu hai un bel seno. Lo osservo ondeggiare nel respiro, lo sento sussultare mentre ti strapazzo con le parole e acquietarsi quando, come ora, ti parlo con più dolcezza. Mi piace, è fascinoso, ma non riesco a intuirne la dimensione esatta. Ha senso che ti chieda se porti la terza, la seconda o la quarta. Cambierebbe qualcosa una misura piuttosto che un’altra nel mio giudizio estetico?

–          No, meglio rimanere nel vago.- Luciana aveva abbassato il tono della voce e lo sguardo, a disagio.

–          Cos’è questa faccia da educanda trascinata riluttante in birreria? Ti scandalizzi per così poco?

–          Non è questo. Pensavo alla domanda che le avevo fatto e ho capito che era davvero sciocca.

–          Meglio tardi che mai. Divenire consapevoli dell’errore commesso è sempre un passo avanti.

–          Comunque lei ci gode a mettermi a disagio. Prima il fondoschiena poi il seno. Sembra che mi stia inventariando.

–          È proprio così, cara. Sto registrando tutto di te, anche quando non ti guardo. Non spreco nulla, io. In ogni caso si dice culo, fondoschiena lascialo agli inglesi e ai pretini in confessionale. E se resti qui ancora un po’, ne sentirai altre di parole sconvenienti. Ma quando nei miei libri leggi tette o figa, ti scandalizzi?

–          No, ma il contesto è diverso. Lì le parole sono in bocca a un personaggio grezzo che può, deve, parlare in quel modo. Qui è lei in persona a usare un linguaggio esplicito che non mi aspettavo.

–          Ah già, tu sei per l’adorazione dello scrittore. Lo scrittore puro e immacolato, preferibilmente a mezzo busto in bronzo.

–          Accidenti, lei è davvero insopportabile! Mi attribuisce atteggiamenti che non ho. Non mi scandalizzo se mi guarda il culo o le tette. Mi dà fastidio il suo sarcasmo, il suo trasformare ogni mia parola, magari detta per scherzo, in un atto d’accusa, il suo godere a mettermi in difficoltà. Come se apprezzarla per come scrive fosse un errore imperdonabile.

Ottavio la fissò divertito:

–          La furia ti dona.

–          Oh, per favore.

–          Prima durante la presentazione del libro, mi hai chiesto come nascono i miei personaggi. Non ti ho risposto, ho finto di non aver sentito. È stato il mio primo sgarbo nei tuoi confronti.- accompagnò le ultime parole con un sorriso sornione- Rimedio ora. Nascono così, da incontri fortuiti come il nostro. Tieni, mi è rimasta un po’ della buona mistura che mi hai procurato. Bevi, se non ti schifa bere dal mio bicchiere.

Luciana gli prese il bicchiere di mano, quasi glielo strappò. Cercò sul bordo l’impronta delle labbra dell’uomo e bevve da quel punto. Poi gli restituì il bicchiere vuoto.

–          E adesso non faccia battute scontate. Le ho solo voluto dimostrare che non sono così schizzinosa. Il bravo scrittore in questo momento non c’entra niente.

–          Apprezzata! Qualunque sia il motivo che ti ha spinto a farlo, questo bicchiere con le tue tracce di rossetto me lo porto a casa. Lo tirerò fuori, sistemandolo vicino alla tastiera, quando deciderò di scrivere di te. Sarà come vederti in fotografia.

–          Vuol farmi credere che scriverà di me? Via, non sono così ingenua.

–          Perché no? Te l’ho detto, non butto via niente, come il contadino fa col maiale. Tengo tutto lì in un angolo della memoria, lascio decantare, che le sensazioni si depositino sul fondo e poi riaffiorino, inconsapevolmente rielaborate.

–          Brr, mi fa sentire come uno di quei cadaveri che riaffiorano dopo troppo tempo che sono rimasti in acqua, ormai irriconoscibili.

–          Tranquilla, ti riconoscerai subito. Anche se ti farò indossare panni maschili o farò di te una battona polacca, capirai immediatamente che quel personaggio sei tu. Ti ci specchierai.

–          Ma come farò a riconoscermi?

–          Da qualche tratto fisico, da un dettaglio del carattere, da un gesto che ti appartiene, quel portarti di continuo una ciocca dietro l’orecchio, per esempio.

–          Che carattere ho, secondo lei?

–          Non avere fretta di sapere, bambina. Ancora devi decantare. E soprattutto non avere paura, i miei personaggi li tratto sempre con affetto, non li condanno mai.

–          Non ho paura. Mi fido di lei, almeno come scrittore.

–          Eheh, fai male. Sai perché scrivo?

–          No e mi piacerebbe saperlo.

–          Perché fondamentalmente sono pigro. La scrittura per me sostituisce l’azione. Per conquistare una donna occorre mostrarsi accondiscendenti, essere falsi e pazienti, sprecare un mucchio di energie. Non fa per me. Le donne preferisco rapirle e trascinarle inconsapevoli fino alla mia scrivania.

–          Lei è anche un bruto? Le uccide e le violenta?

–          Prima le violento e poi le uccido, se vogliamo mantenere in piedi la tua metafora. A meno che tu non stessi parlando sul serio, in quel caso dovrei specificare “…almeno sulla carta”

–          Da lei mi aspetto qualunque cosa, ma facevo dell’ironia sul fatto che le rapisce. Non si era capito?

–          Sì, stai diventando bravina a maneggiare parole ed emozioni. E sono già dieci minuti che non ti offendi.

–          Eheh, lei invece non rinuncia mai alla punta di sarcasmo; ma ormai mi sto immunizzando, non mi punge più.

–          Violenterò anche te.

–          E poi mi ucciderà?

–          Per quello non c’è fretta. Succederà che mi stancherò di fare di te un personaggio, un burattino da far danzare sui miei fogli. Sarai come un origami, carta piegata al mio volere secondo linee che decido e cambio per darti una forma che non sia più tua. Inventarti, divertirmi e poi appallottolarti in un cestino.

Ora era Luciana a fissare il fiume. Disse, quasi silenziosamente:

–          La sua asprezza mi elettrizza. Sì, ora è aspro, ma so l’indulgenza che mi userà quando sarò carta.

Ottavio non rispose, ma si girò a studiare il suo profilo: labbra sottili, fronte regolare e tra queste il naso stretto e lungo, così sensuale nel suo eccesso.

Si sorrise. La sua pazienza di pescatore di sponda, il suo lavorio di esche e pastura, stavano per essere premiati, ne era certo. Lo percepiva in quello sguardo perso nel fiume, la malinconia del pesce che si arrende all’amo. Continuò a guardarla e attese lo strappo sulla lenza.

Fu uno strattone violento, quasi una morte volontaria, un offrirsi della trota alla vanità del pescatore.

–          Mi hanno detto che lei è arrivato qui in treno. Sarei felice di poterla riaccompagnare a casa con la mia macchina. In fondo sarebbe appena un’oretta di viaggio.

–          Non amo muovermi in auto. Diffido della velocità.

–          Guiderò con prudenza, glielo prometto.

–          Non mi disturba l’imprudenza, ma lo scorrere troppo veloce del paesaggio. Il mio occhio non l’accetta. Occorrerebbe avere la lentezza maestosa del fiume.

–          Allora guiderò con lentezza.

–          Ma poi perché dovrei mutare le mie abitudini?

–          Per proseguire la nostra conversazione.

–          Non è un motivo sufficiente.

A Ottavio non bastava la sua resa, voleva giocare con la trota, sfinirla ancora in acqua prima di tirarla a riva esausta. Luciana con un guizzo improvviso si alzò in piedi, ma non era un gesto di ribellione o l’estremo tentativo di sottrarsi all’amo. Lo guardò dall’alto: non era certo un bell’uomo, assomigliava a un rospo dal ventre molle e il volto gonfio. Ma era come se non lo vedesse, vedeva solo pagine bianche che presto si sarebbero riempite.

–          Voglio essere carta. Origami nelle sue mani.

–          Origami! Queste dita non rispetteranno le tue pieghe, ne vorranno creare di nuove. Pieghe della carta, piaghe della pelle. Sarà un viaggio impegnativo, per entrambi.

La donna si dondolò sui tacchi davanti a lui, in una posa pensierosa che non voleva essere seducente. Le parole la stordivano, ma si sforzò di mantenere un atteggiamento lieve:

–          Quale viaggio, quello in macchina o quello sulla carta?

–          Sarà la stessa cosa. Inizierai in auto a essere origami, poi il viaggio proseguirà sulla carta.

–          La prego, andiamo.

Ottavio si alzò a fatica, sbuffando come se la resa fosse sua.

La prese sottobraccio e si avviarono all’uscita passando da una porta laterale per evitare di salutare la piccola folla.

–          Tu pensa solo a guidare- le disse appena salito in macchina.

–          E intanto lei guarderà il paesaggio alla giusta lentezza?

–          No. studierò il profilo del tuo naso picassiano.

–          Quasi quasi preferivo quando mi guardava il sedere. Non ho un bel naso.

–          No, non è un bel naso- confermò lui scorrendo con un dito sul suo dorso- ma sprigiona un erotismo disarmante. È il tuo luogo nudo.

Luciana cercò di concentrarsi sulla guida dimenticando la nudità del naso. Non era facile, quel polpastrello che impudico sfiorava le narici e indugiava sul crinale, la faceva sentire interamente nuda. L’uomo taceva ma lei sentiva il suo sguardo posato lì, un avvoltoio pronto a spolpare la sua preda. E dal naso l’avvoltoio avrebbe potuto volare ovunque. Cercò i suoi occhi, ma Ottavio la redarguì:

–          Occhi alla strada.

–          Ha paura?

–          No. voglio che tu sia occupata. Non devi interferire.

–          Con che cosa?

–          Che parola avevi usato? Ah, sì, “inventariando”. Non devi interferire con l’inventario che sto facendo di te.

–          Credevo che una volta in macchina sarebbe stato più dolce. Sa, la famosa indulgenza di Ottavio Valenti per i suoi personaggi.

–          Tu sei ancora nel limbo delle persone reali, la lunga fila in attesa di essere racchiusa in un libro.

–          E che cosa mi manca per abbandonare il limbo?

–          La scintilla, il naso non basta.

L’indice grassoccio di Ottavio giocava con il suo orecchio, seguiva i contorni del padiglione, tastava la cartilagine, stropicciava il lobo incurante dell’orecchino che sfregava dolorosamente sulla pelle.

–          Hai orecchie piccole, eleganti, civettuole. In una parola: impresentabili.

–          Ma come impresentabili? Sono la parte migliore del mio viso.

–          Appunto. Nella loro perfezione sono insignificanti. Non dicono, non vibrano.

–          Questa poi! C’è chi adora mordicchiarle mentre mi sussurra parole d’amore.

–          Sì, impiegati del catasto senza fantasia, piazzisti di biscotti per cani, giovani lavoratori interinali. Impazziscono per le tue orecchie e non sanno andare oltre, non vedono altro. I miei lettori no. i miei lettori non si fanno fregare dalla bellezza ovvia, dalla staticità dei tuoi perfetti padiglioni. Loro vogliono l’imperfezione del tuo naso, lo vedono svettare come una bandiera, intuiscono le narici che fremono in amore, ci si affezionano. Ed esigono di conoscere il resto che ancora non mi hai svelato.

Le mani dello scrittore accompagnavano le parole, come un sottofondo di musica dissonante. Le dita avevano abbandonato con naturalezza le orecchie e il naso, ora andavano ovunque, toccando, sfiorando, tastando, soppesando il corpo della donna con imprevedibile agilità ed enorme strafottenza. Slacciavano bottoni, s’insinuavano tra le pieghe del vestito e strapazzavano stoffa e pelle con la medesima noncuranza. Una scorribanda da pirata che non si arrestava di fronte ad alcuno ostacolo. Ottavio faceva seguire ai gesti un ghigno soddisfatto, gli occhi sempre incollati al volto della preda, a coglierne palpiti e rossori. Luciana subiva l’inventario emettendo ogni tanto un pigolio da passerotto spaventato e ripeteva mentalmente una breve litania, “sono le mani di un artista”, per dare una minima giustificazione a quel palpeggiamento osceno.

il grande scrittore, al contrario, non sentiva il bisogno di giustificazioni al proprio comportamento:

–  Se solo tu non stessi guidando. Dovresti essere tu a scodellarmi questi seni gonfi su un vassoio come polenta fumante al viandante affamato.

– Lei davvero è affamato?- riuscì ancora a scherzare la donna.

– Sono affamato di curiosità. Io ti devo sapere.- grugnì lui e intanto portò alla luce con poco garbo il seno destro impaurito e teso. Ne tastò la consistenza senza dolcezza, stropicciandone la punta con perfidia.

La donna squittiva e sussultava ma, ubbidiente come una novizia davanti alla madre superiora, non staccava le mani dal volante nè gli occhi dalla strada. Tantomeno protestava. Nella crescente eccitazione guidava come poteva, imprimendo all’auto improvvise accelerazioni e drastici rallentamenti.

A pochi chilometri da casa, un vecchio casolare ristrutturato tra le prime ondulazioni del Monferrato, lo scrittore si disinteressò della donna e si concentrò sul paesaggio:

–  Ah, queste colline, che pace! Torno sempre con emozione ai miei luoghi. Non saprei scrivere un rigo lontano da qui.

Si immerse talmente nella contemplazione di vigneti e boschi che lei pensò si fosse appisolato. Ma una domanda le premeva:

– Mi tratterà bene nel racconto?- chiese lei con una nota di apprensione nella voce.

Ottavio si voltò di scatto, la guardò e sembrò vederla da un tempo lontano. Rise:

– Sembri un’ortensia massacrata da un vento impetuoso.

– Era lei quel vento. Ora saprà diventare brezza scrivendo dell’ortensia?

– Tranquilla ragazza. Ho raccolto elementi sufficienti per fare di te un personaggio ricco di fascino.

– Non mi farà fare la parte della battona polacca come aveva detto, vero?

– Sarò delicato e pieno di premure che nemmeno t’immagini. Tu sarai Livia, una donna di cui ogni lettore si innamorerà.

– Quando potrò leggere il racconto?

– Ti aspetto a casa mia tra una settimana esatta. Sarà tale la tua gioia nel leggere e specchiarti che mi dimostrerai la tua riconoscenza.

– Già ora le sto dimostrando la mia riconoscenza e non sa la fatica che mi costa.

Ottavio riprese a giocare con il suo seno.

– La prego la smetta. Non sono abituata a questi modi così spicci, così volgari.

L’uomo sogghignò senza allentare la presa, ma le parole furono meno aspre dei gesti:

– Non sei volgare, se è questo che temi. E non lo sarai nemmeno tra una settimana. Avrai un tuo candore che io rispetterò.

Non si capiva se l’uomo si riferisse al personaggio che aveva in mente o alludesse direttamente alla donna, ad una sua ipotetica forma di riconoscenza carnale una volta che avesse letto il manoscritto.

Luciana avrebbe voluto ribattere che di rispetto sinora non ne aveva visto, piuttosto provocazione e cattiveria a cui lei aveva risposto con una sudditanza eccitata di cui si vergognava. Ma lo scrittore stoppò le sue parole sul nascere:

–                    Ecco, fermati qui, sono arrivato.

Così la donna restò muta con un sorriso un po’ sciocco sulle labbra mentre lui scendeva frettolosamente dall’auto.

Ottavio si allontanò senza voltarsi. Con un passo stanco s’incamminò lungo il viottolo che portava alla cascina. Ancora non riusciva a ricordare il nome della sua generosa accompagnatrice, ma non aveva importanza, d’ora in avanti l’avrebbe chiamata Livia.

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20 Risposte to “come ramarri in ombra”

  1. edp 10 luglio 2013 a 18:26 #

    Ma è da prendere a schiaffoni, questo pallone gonfiato.

    • massimolegnani 10 luglio 2013 a 20:13 #

      Ahah, povero Ottavio, io l’avevo avvisato “comportati bene che qui ci sono donne agguerite, non te la perdoneranno”. Ma lui e’ un impudente.
      🙂
      ml

  2. tramedipensieri 10 luglio 2013 a 21:19 #

    Più vodka, più vodka caspita!

  3. massimolegnani 10 luglio 2013 a 21:53 #

    e gia’ ne aveva il bicchiere colmo!
    ciao .marta
    ml

  4. 59miresol 12 luglio 2013 a 10:03 #

    Ahi ml, cosa vuol dire invecchiare!!! Mi ricordo di aver letto il racconto però mi sembrava che il finale fosse diverso! Ottavio faceva scrivere il racconto di Livia a un suo segretario tuttofare. E’ l’alzheimer che mi gioca brutti scherzi, facendomi ricordare Ottavio più carogna di quanto tu l’avessi descritto o hai cambiato il finale? In ogni modo Ottavio è l’alter ego di Camillo, il secondo si stupisce quasi di tutto , il primo di niente; allo stesso modo Luciana è un po’ l’alter ego di Prescelta. Ciao, Miriam

    • massimolegnani 12 luglio 2013 a 13:18 #

      tanto di cappello, miriam, ricordi benissimo, il finale era più cattivo, proprio come lo descrivi tu.
      mi piace la correlazione/contrapposizione che fai con Camillo e “Prescelta”, caratteri quasi speculari.
      un abbraccio
      c.

      • 59miresol 12 luglio 2013 a 14:44 #

        evviva, mr Alzheimer può aspettare!

  5. Claudiappì 12 luglio 2013 a 23:12 #

    Questo. è. scrivere.

    Se può interessarti, l’ho letto tutto, senza saltare nulla (e di solito sui post lunghi lo faccio, salto alcune parti che ritengo noiose, ridondanti).
    L’ho letto ascoltando The Family Tree: The Roots, dei Radical Face.

    • massimolegnani 13 luglio 2013 a 17:24 #

      grazie Claudia,
      postare un racconto così lungo è stata un po’ una sfida alla pazienza dei lettori.
      e il mio premio è incontrare lettori appassionati come te
      un abbraccio
      ml

      • viaggiandonam 16 luglio 2013 a 21:34 #

        pensa alla possibilità della versione per stampa 🙂
        domani me lo stampo, che a me piace ancora la carta

      • gelsobianco 20 agosto 2013 a 03:09 #

        concordo con viaggiandonam 🙂

  6. penna bianca 12 luglio 2013 a 23:50 #

    Lui è un antipatico,narcisista, pieno di sé. Ma anche lei…Insomma la tua penna ha costruito due personaggi forti e ben delineati. Merito della tua bravura. Dice bene l’inquilina del piano di sopra:questo è scrivere. ciao! 🙂

    • massimolegnani 13 luglio 2013 a 17:29 #

      come gli dice a un certo punto luciana, ottavio non fa nulla per rendersi simpatico e questo forse lo rende un po’ meno antipatico.
      e comunque venir apprezzato da te nonostante l’antipatia dei personaggi è una soddisfazione 🙂
      ciao bella penna
      ml

  7. 59miresol 13 luglio 2013 a 10:10 #

    Sai ml, ieri come primo impatto ho pensato che il secondo finale tu l’avessi troppo addolcito, ripensandoci invece questo è il finale giusto. Nel primo il voler delineare la cattiveria dell’uomo, il cinismo, veniva messo in secondo piano che era uno scrittore; un vero scrittore , come è cmq Ottavio, non chiederebbe parole in prestito per metterci poi la sua firma. Così il racconto ha una sfumatura diversa, fa pensare a come dai personaggi reali si passa a quelli inventati, lascia anche uno spiraglio all’immaginazione: come sarà LIvia?

    • massimolegnani 13 luglio 2013 a 17:33 #

      pienamente d’accordo con te, miriam. cambiando il finale ho reso meno esasperato e piu credibile ottavio e ho spostato l’attenzione sullo scrittore e sulla nascita del personaggio Livia dalla persona luciana
      ciao
      ml

  8. the pellons' 13 luglio 2013 a 14:33 #

    Invece me sta simpatico, Ottavio. E anche quelle col naso brutto, ne conosco una.

    • massimolegnani 13 luglio 2013 a 17:38 #

      ohh che bella sorpresa, sono con te Pellona 🙂
      per me ottavio è così consapevole delle proprie capacità e dei propri difetti che per autoironia finisce con l’accentuare volutamentei secondi.
      quelle col naso brutto lo hanno anche sensuale, credi ad ottavio
      ml

      • the pellons' 13 luglio 2013 a 19:30 #

        Ah, lo so, se lo so. Il fascino è nei difetti. La perfezione è bella e vuota. E non è che mi stia convincendo, eh. No no.

  9. gelsobianco 20 agosto 2013 a 02:47 #

    Ottavio sa girare e rigirare, come un calzino, Luciana, che, per me, è proprio una “donnetta” che, pur di divenire un personaggio di un grande scrittore, perde tutta la sua dignità!
    Squallida Luciana!
    E Ottavio ha il gioco facile.
    E’ una “carogna” Ottavio, molto consapevole di sé, una “carogna” stanca però, capace ancora di ironia. Questo me lo rende “simpatico”.
    “…ma non aveva importanza, d’ora in avanti l’avrebbe chiamata Livia.”

    Tu, ml, hai delinato questi due personaggi molto sapientemente.
    Il tuo scritto offre altri spunti interessanti di riflessione.

    Ti ho letto con vvivo piacere.
    Grazie:-)
    gb

    • massimolegnani 20 agosto 2013 a 09:56 #

      concordo con te, gb, soprattutto per quel che riguarda ottavio, “carogna” è la definizione giusta.
      Sarei meno severo con Livia: è sì una donna dall’animo semplice che si lascia irretire dalle suggestioni create da ottavio, ma il suo ruolo di succube credo sia una scelta consapevole, una sorta di sperimentazione o comunque un desiderio di lasciarsi coinvolgere.
      grazie,
      ml

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