il Cervino è mio fratello

14 Lug

cervino

 

Pedalo  la Dora sull’altra sponda, anse diverse, inverse a risalirle, e più levigati e bianchi i ciottoli. Acqua che s’ammassa e poi scivola via, neve fino a ieri.

Con l’occhio lento e il vento a farmi vela, vado vagando, per qualche giorno zingaro di lusso, pane e salame, ma il bancomat infilato nel marsupio.  Scopro cose che già credevo di conoscere e non sapevo nell’essenza, i difficili vigneti di Pont e Donnas stentati sulle rocce, guardo e perdòno l’asprezza di quel vino, i rilievi scintillanti contro il cielo, quanta altitudine a pesare sulla testa, e quanta aria intorno, piante che si piegano a occidente, ti sembrano agili ragazze che si flettono nel ballo ma poi, vecchie vinte dall’artrite, restano curve anche quando cessa la musica del vento, e le persone vere e rare che incontri sulla strada, visi rozzi, denti storti e un sorriso di saluto nonostante, mio e loro. Tutto mi attira, nulla mi ferma, osservo e vado, senza sapere dove.

Non ho una meta ammessa, la nego al sole del mattino, la taccio a sera per scaramanzia e rispetto alla mia età. Ma intanto mi vado avvicinando quasi a caso alla montagna bella ed aguzza, l’archetipo del Monte. Vedo il Cervino anche di notte dalla finestra del riposo, si staglia sulle stelle e poca luna. È lì che incombe e chiama, sirena e faro senza mare.

Aria frizzante all’alba che eccita le gambe e interroga la mente e la domanda è sempre quella che mi perseguita da che giocavo a far l’indiano: è meglio osare rischiando di fallire o rinunciare al primo sforzo senza esporsi all’insuccesso? Troppe volte ho scelto la seconda nascondendomi dietro la saggezza della volpe.

Oggi no.

Oggi c’è ossigeno nell’aria.

Lo respiro come fossi nato ora, vorrei imparare il pianto del neonato, mi spalanco, divento aperto al mondo, è un urlo che mi esce, io che non ho gridato mai. Grido e rido alla signora che mi guarda sbigottita mentre zappetta l’orto. Vorrei spiegarle che mi sono appena liberato dai fantasmi, che fantasmi? sì, i fantasmi, signora mia, che mi braccano e mi frenano. Scuote la testa come fossi matto, è che forse mi ha capito.

Inizio la salita in euforia ed è come fossi già mille metri più in alto, in mezzo c’è solo la fatica. Il Cervino al primo sole è più maestoso, ma non c’è ora in cui non abbia la sua bellezza, e io inseguo la bellezza. La inseguo con il mio passo moribondo e la certezza di arrivare, perché se non è oggi non sarà mai più.

Mi sorpassano, danzando sui pedali, ragazzotti che vanno senza sforzo al triplo almeno della mia lentezza. Poco male, non è con loro che mi debbo confrontare, il mio confronto semmai lo porto dentro, ma di me stesso oggi mi fido e non mi sfido, oggi mi accompagno. Altri si fermano vedendomi seduto sul muretto a rifiatare sul mezzo di un tornante. Mostrano gentili una stanchezza a cui non credo ma che vuole essere solidale con la mia, più genuina. Qualche parola d’incoraggiamento, questo rettilineo era la parte più dura, dai ormai è fatta, poi ripartono. Io aspetto che il fiato mi torni regolare, sgranocchio una barretta, bevo. Guardo verso l’alto, immobile mi domina, poi guardo il fondovalle, mi sento anch’io un piccolo cervino rispetto alle formiche, laggiù sull’autostrada.

Attraverso un paese così scosceso che sembra debba scivolare tutto a valle, un mio coetaneo, o forse meno, passeggia incappottato. Mi vede, mi segue attento mentre arranco e mi incita con un timido bisbiglio, bravo, bravo. Capisco quel che non mi dice, sto salendo anche per lui che ha rinunciato alla fatica, è una breve comunione che benedico a goccioloni di sudore che bagnano l’asfalto.

Profumo di resina e scricchiolio di pigne che si aprono al sole mentre percorro l’ultimo bosco, dopo sarà paesaggio brullo. Tra i larici il Cervino sembra sorridermi, io quasi fermo, lui che si avvicina.

L’aria si sta facendo rarefatta e, mescolata alla fatica,  mi dà quello stordimento da ipossia che attendo dall’inizio, manco fossi un fumatore d’oppio. Ecco, mi prende la piacevole vertigine, i sensi si confondono, l’asfalto è pelle femminile, la strada le sue curve, ho Lyla appollaiata sul manubrio, mi accompagna e ride perché m’incanto ai suoi seni che ondeggiano al ritmo della bici. Dovrei fermarmi, scrivere ora quel che mi passa per la testa, niente di più reale di questo sogno allucinato. Ma Lyla è già sparita con l’ultima risata. Ora è mio fratello che mi chiama, e ha l’imponenza di mio padre, noi tre uomini di casa riuniti in uno solo, io la bandiera, ma son reale io? M’infilo con loro nella galleria che prelude all’arrivo, ma subito li perdo. Mi lasciano solo nel rimbombo delle auto, i vacanzieri forsennati disposti ad arrotarmi per qualche secondo guadagnato. È orrendo questo buio, freddo di morte, pedalo di paura fino alla luce.

Poi con la luce il ritorno alla realtà, la delusione.

Cervinia è il luogo più brutto della terra, cemento ovunque, scriteriato, che nasconde la montagna. Devo districarmi tra traffico e negozi, schiumo sudore e rabbia, devo fuggire dalla pazza folla, ritrovare il Monte. Sono stremato, entro in un bar, chiedo gocciolando una coca e un toast. Un pinguino in frac mi squadra schifato, i toast solo di notte, sa per i clienti che all’alba ritornano affamati dalle feste. Ma va a cagare, gli rimando e torno in sella quasi ubriaco a cercare le rocce aguzze del Cervino, la neve e il vento, il suo profilo inconfondibile.

E lo ritrovo finalmente nascosto dietro un casermone con piscina.

È desolato per l’affronto del cemento ma contento di vedermi.

Ciao, fratello mio, sono arrivato.

 

 

 

 

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14 Risposte to “il Cervino è mio fratello”

  1. the pellons' 14 luglio 2013 a 23:43 #

    Ho pensato a Erri fino alla fine. Poi il va’ a cagare ti ha reso di nuovo umano. Bello. Bello pedalare, sì. Bella l’ipossia dell’altitudine.

    • massimolegnani 15 luglio 2013 a 09:35 #

      eh, non mi ero accorto di essere capitato nel bar di un albergo esclusivo, ti puoi immaginare come sono stato accolto e io con la fatica divento ringhioso.
      ciao
      ml
      (DeLuca….azz!!!)

  2. luceombra76 15 luglio 2013 a 14:32 #

    Fatica buona e bellezza che ricarica! come ti capisco e poi che bel fratellino che hai! io ho una mamma civetta pensa un po’…sorriso…

    • massimolegnani 15 luglio 2013 a 18:18 #

      io alpi, tu dolomiti, tu a pied, io in bici, ci tocca (vogliamo) sempre faticare
      🙂
      ml

  3. edp 15 luglio 2013 a 18:42 #

    osare, osare, osare sempre. quello che tu hai sentito a Cervinia io credo di averlo sentito simile a Santiago. (pedalare di paura: cheapeau). (tra poco partirò per la mia prima vacanza in bici, poi ti racconto).

    • massimolegnani 15 luglio 2013 a 21:27 #

      Edip, mi fa contento questo scambio di mezzi, tu la bici io la vespa.
      mi racconterrai ogni emozione, ma intanto fai buon viaggio.
      ml

  4. ammennicolidipensiero 16 luglio 2013 a 11:45 #

    con questo post ho la conferma che frequentiamo “pericolosamente” gli stessi luoghi. il 4 agosto, salvo imprevisti, ti saluto il fratello cervino dal duca degli abruzzi 😉 (a meno che tu non ti voglia aggiungere alla compagnia. lenti e goderecci, niente imprese)

    • massimolegnani 16 luglio 2013 a 17:43 #

      il miglior modo per salire il vostro, lento e godendo appieno il momento che si vive.
      buona ascesa e salutami il fratello da vicino.

  5. penna bianca 16 luglio 2013 a 23:10 #

    E’ proprio così, ma mano che abbiamo chiara la bellezza e la purezza di certi luoghi il resto (e le persone uguale al resto) diventano solo zavorra.

  6. germogliare 18 luglio 2013 a 07:29 #

    E di nuovo ho la riconferma, “ci vogliono occhi per vedere”. Buona estate!

  7. gelsobianco 18 luglio 2013 a 11:58 #

    “Lo respiro come fossi nato ora, vorrei imparare il pianto del neonato, mi spalanco, divento aperto al mondo, è un urlo che mi esce, io che non ho gridato mai. Grido e rido alla signora che mi guarda sbigottita mentre zappetta l’orto.”
    Non so la signora, ma io ti ho colto profondamente e capito.
    Ho udito quel tuo urlo unico e potente… come il pianto del neonato.
    Aprirsi, spalancarsi al mondo!:-)
    Oh, come ho sentito la tua piacevole vertigine, la confusione dei tuoi sensi.
    Oh, come ho captato il tuo seguire il richiamo di tuo fratello.
    Da lui sei giunto infatti con i tuoi occhi aperti a quello stupore che riesce ancora ad incantarti, con quell’amore viscerale che a lui ti lega.
    “Ciao, fratello mio, sono arrivato.”
    Lui è desolato per ciò che gli uomini hanno potuto fargli, ma prova goia nello scorgerti.
    Tu lo sai ancora vedere nella sua intatta bellezza.

    Ti sorrido
    gb

    • massimolegnani 18 luglio 2013 a 17:41 #

      sai, l’urlo, le poche volte che mi esce, è un buon segno di vita.
      ciao e grazie
      ml

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