l’esordiente stagionato e la timida Prescelta (racconto da tre angoli)

16 Ago

 

 

Per l’occasione avevo comprato un paio d’occhiali dalla montatura accattivante in simil-tartaruga, privi di quel cordino al collo che avrebbe fatto tanto vecchio presbite. Purtroppo, nel timore di non riuscire a leggere sui fogli qualora la luce nel locale fosse stata debole, avevo scelto una focale un poco più forte dell’usuale, e ora, quando fissavo il pubblico, avevo sì l’aria assorta che mi ero prefissato, ma in realtà vedevo solo immagini sfocate. Così, non potevo cercare tra la piccola folla degli ascoltatori un volto con qualche attrattiva particolare, su cui concentrarmi mentre parlavo. Era questo un piccolo stratagemma escogitato per allentare la tensione dell’esordio.

Presentavo il mio unico, faticatissimo, libro e non potevo fallire.

Avevo curato ogni dettaglio, dalla scelta del luogo, azzardando i locali insoliti ma fascinosi di una vineria, al progetto grafico delle locandine, dall’accompagnamento musicale di sottofondo agli stuzzichini presenti su ogni tavolo. Ma gli occhiali li avevo sbagliati alla grande ed ero preoccupato.

Lessi con voce malferma alcune righe della mia introduzione, ma quando alzai lo sguardo dai fogli fui preso dallo sconforto. Tutto rischiava di naufragare per la sfocatura del mio sguardo sulla sala.

Dopo un lunga pausa a metà di una frase, rinunciai a leggere, mi tolsi gli occhiali e proseguii a braccio.

Confusi certi passaggi che mi ero preparato, dimenticai alcune notazioni argute e persi di sicuro in chiarezza espositiva. Eppure, nonostante questo apparente disastro, mi resi conto che la presa sul pubblico era andata aumentando. Mi sentivo più tranquillo e nel frattempo avevo anche individuato la mia preda.

Un gesto imprevisto proveniente dalla terza fila aveva richiamato la mia attenzione, una mano sollevata con lentezza. Era rimasta, la mano, sospesa a mezz’aria in una posa ambigua, come a chiedere qualcosa timidamente (per un istante temetti che mi chiedesse dove fosse il bagno), ma poi aveva proseguito la sua corsa al rallenti finendo tra i capelli che furono sistemati con puntiglio dietro l’orecchio.

Risalii dalla mano al viso: niente di speciale, pallore in pieno agosto e una magrezza troppo fragile.

Ma quell’orecchio messo a nudo con un’indecenza fanciullesca mi stordiva. La ragazza insignificante divenne il mio riferimento imprescindibile per il resto della sera.

Da quel momento fu come se parlassi solo a lei, e parlavo con un fervore crescente perché mi premeva che lei arrivasse a percepire il senso del mio scrivere, prima ancora di aver ascoltato una sola parola del libro. Lei ascoltava con attenzione, distogliendo però lo sguardo dal mio quando i nostri occhi si incrociavano.

Finito l’intervento introduttivo ci fu una breve pausa durante la quale fu servito del vino rosso che lei rifiutò con un sorriso impacciato. La cosa mi urtò, come uno sgarbo premeditato.

L’ascoltatrice insignificante andava educata.

Appena prima di riprendere le letture vuotai d’un fiato il mio bicchiere, guardando nella sua direzione. Mi avvicinai al microfono giusto mentre facevo schioccare la lingua sul palato. A quel suono inaspettato un lieve rossore le colorò il collo troppo slanciato che faticava a reggere la luna pallida del viso. Il resto del pubblico, però, sembrò apprezzare la mia mancanza d’etichetta.

Il vino mi era entrato rapidamente in circolo dandomi quel po’ di euforia stralunata che ben si addiceva al brano scelto; non avevo più bisogno di leggere, le parole mi uscivano spontanee, gli ammiccamenti del folle naturali, mi sembrava di essere veramente accovacciato sul tetto a ululare al vento. L’applauso fu caloroso e convinto.

Solo la donna dall’orecchio nudo aveva battuto le mani con scarso entusiasmo.

Accidenti, era la prescelta, non potevo trascurare il suo giudizio. E mi rabbuiai, come di fronte a una bocciatura dell’intera sala.

Decisi di cambiare la scaletta dei brani ed attaccai con un breve racconto sentimentale. Rileggendolo a distanza di due anni dalla sua stesura, lo trovai sdolcinato e troppo scopertamente teso a suscitare la commozione del lettore. La platea la pensò come me e non cadde nella trappola della lacrima facile. Solo la prescelta aveva gli occhi luccicanti e non cessava di battere le mani. Mi sentii gratificato dalla sua approvazione e trascurai il mancato consenso degli altri, il cui giudizio mi interessava sempre meno. Feci un cenno del capo come un breve inchino in direzione della donna. Immediatamente il lobo del suo orecchio si fece di fuoco e quella stessa mano che me l’aveva fatto conoscere provvide a nascondere il rossore dietro una ciocca di capelli. Il volto rimase stranamente pallido.

Vi fu un secondo intervallo con una nuova offerta di vino. Questa volta la prescelta non mi deluse. Accettò il calice di Nero d’Avola, gesto coraggioso perchè sono convinto che fosse astemia, e vi bagnò a più riprese le labbra, forse in onore al racconto che l’aveva tanto commossa. La osservai a lungo: certo continuava ad essere poco attraente, ma qualcosa in lei m’incuriosiva, quello strano rossore periferico, l’eleganza dell’orecchio che veniva mostrato o celato secondo una precisa strategia. Soprattutto mi intrigava quel connubio mal assortito di ritrosia e accondiscendenza che sembrava dilaniare la donna. E poi mi ero convinto che apprezzasse il mio modo di scrivere, ma che ogni tanto qualcosa, il tema forse, o il linguaggio usato, raffreddasse il suo entusiasmo. In ogni caso lei era la mia pietra di paragone, non potevo ammettere che tentennasse.

Lessi due racconti senza mai togliermi gli occhiali. Non avevo bisogno di verifiche, ormai avevo imparato a conoscerla e sapevo che questo era il genere che preferiva. Infatti, quando tacqui, riconobbi tra gli applausi tiepidi il suo più prolungato battere le mani dal suono un po’ sudato. Qui ero andato sul velluto, ma era altro l’ostacolo difficile che volevo farle superare.

Feci una pausa e mi versai da bere. Poi tolsi gli occhiali che non mi sarebbero più serviti e chiusi il libro. L’ultima cosa che volevo raccontare la ricordavo bene e, anche se avessi sbagliato qualche parola, il senso, misterioso ai più, non sarebbe mutato.

Così parlai della linea curva che non sarà mai cerchio, parlai guardando Prescelta negli occhi. “Ho una languida ossessione per la linea curva”, dissi, “che sia la traccia nera dell’asfalto su cui piegare le due ruote o il ventre pronto di una madre allo scadere del suo tempo, che sia uno sbaffo di Mirò o il profilo del tuo culo da seguire con un dito…” e accompagnai le parole con un gesto dell’indice che lo disegnava nell’aria. Sembrava che quel dito disegnasse esattamente un sedere, il suo sedere, sebbene non avessi idea se fosse piatto o tondo.

Alla parola culo Prescelta era avvampata, e questa volta non solo il collo o un lobo, tutta la luna aveva preso fuoco. La volgarità le era intollerabile e poi quel mio chiamarla in causa così direttamente. Di certo avrebbe dato qualunque cosa per non essere lì.

Ma io continuai a guardarla, con un candore travolgente, e andai avanti a parlare. Con lo stesso tono pacato le raccontai delle anse maestose del Danubio quando sembra voler tornare alla sorgente, del movimento vago della mano che spiega il dubbio più della parola, della virgola che pausa ma non chiude e di tutto ciò che mi commuove perchè curva e non conclude.

Mentre parlavo, poco alla volta, il suo viso riprese il pallore abituale. La sua attenzione si fece diversa, non più guardinga ma partecipe, quasi affettuosa. Allora le dissi della luna, più bella quando è poca e dell’antipatia del cerchio che si chiude nella sua perfezione come in una torre d’avorio. Prescelta mi ascoltava con occhi luminosi mentre il mio dito abbozzava per aria un cerchio senza l’emozione con cui poco prima aveva disegnato il simbolo vivente della curva armonica. Così le parlai anche della dolcissima utopia della linea curva che accenna a una perfezione a cui rinuncia, ma in verità pensavo alla parola, al suo destino simile. Lei sembrò condividere quello che avevo appena detto e comprendere anche quello che avevo taciuto.

La serata volgeva al termine. Il pubblico non mi perdonò la trascuratezza con cui lo avevo trattato e mantenne un certo distacco nei saluti finali. Da parte mia non mi smentii e firmai frettolosamente le poche copie del libro che mi venivano porte, mentre cercavo di non perdere di vista Prescelta che si teneva ai margini della piccola calca. Nel timore che sparisse scarabocchiai veloce una frase sulla prima pagina del libro, lo richiusi e mi allungai oltre la cerchia di persone per porgerglielo. Lei mi guardò stupita, senza la prontezza sufficiente per un grazie.

Raccattai le mie cose e mi preparai ad uscire. Ero soddisfatto del mio esordio, non lo avrei racchiuso mai in un cerchio.

 

 

 

                                                    La dedica

 

 

La donna si era tenuta a distanza dalla piccola calca, nemmeno lei sapeva se per disprezzo o timidezza. Di sicuro le avrebbe fatto piacere ottenere, azzardando per una volta la sfacciataggine degli altri, una copia firmata dall’autore. D’altra parte le dava fastidio quello sgomitare attorno all’uomo come fosse un personaggio famoso (e anche se fosse stato davvero famoso, le avrebbe dato ugualmente fastidio).

Pazienza, vi avrebbe rinunciato.

Stava per andarsene quando dal crocchio dei questuanti sbucò un braccio che le sventolò il libro sotto il naso. “Per lei” gridò una voce senza volto. Ma la voce non poteva essere che sua, dell’uomo. La donna prese il libro con qualche perplessità come si fosse trovata davanti alla mela del peccato. Lo aprì alla prima pagina e cercò di decifrare la frase che vi era scarabocchiata. Non capì la prima parola, ma dell’altra fu subito sicura, per quanto assurda: “aspettami!”. Perché mai doveva aspettarlo? Per ringraziarlo? Per pagargli il libro? O forse lui le aveva passato una copia riciclata o peggio ancora non era lei la destinataria?

La donna non sapeva che fare. Resistette immobile pochi istanti poi infilò la porta come una ladra, stringendo il libro al petto.

 

“Signorina, ehi, signorina!”

L’uomo la raggiunse che lei già si sentiva quasi al sicuro.

“Eheh, mi stava sfuggendo. Le avevo pur scritto di aspettarmi!”

“Mi scusi, non avevo decifrato la sua scrittura. Le devo pagare il libro?” e intanto già frugava confusa nel borsellino.

“Ahah, scherza? È un regalo, anzi una ricompensa per l’aiuto che mi ha dato questa sera.”

“Io?” chiese la donna sbigottita.

“Certo. Non si è accorta come l’ho fissata per tutta la serata? L’avevo eletta a mia ascoltatrice preferenziale, quella a cui rivolgermi per far uscire più fluide le parole.”

“Ma perché io?” domandò lei con voce strozzata, come le avessero appena comunicato di essere stata selezionata per un viaggio su Marte.

L’uomo spalancò le braccia, come dire che la risposta era ovvia, per quanto inspiegabile. E intanto soppesava la figura che gli stava a fianco, chiedendosi se valesse la pena frugare nell’animo e nel fisico di una donna dall’apparenza insignificante. La lasciò scorrere avanti di un mezzo passo e la guardò da dietro, se in qualche modo il suo sedere assomigliava a quello che aveva disegnato con un gesto nell’aria della sala poco prima. “Il profilo del tuo culo da seguire con un dito”, si autocitò mentalmente inspirando a narici dilatate. Purtroppo una gonna ampia e dalle troppe pieghe rese vana l’operazione.

“L’ho chiamata Prescelta in quella specie di dedica che le ho scritto, a significare lo speciale rapporto che si è creato tra noi stasera, sa la magica alchimia degli sguardi. Ma in effetti non conosco il suo nome.”

“Alexandra.”

“Con la x?!”

“Già! Più che una x è una croce. Sono proprio il tipo da nome esotico, io!”

Alexandra camminava a testa bassa, senza guardare il suo interlocutore. Quella x dopo tanto tempo ancora la faceva vergognare. L’uomo le cinse con noncuranza le spalle:

“Potrebbe abbreviarlo in Alex, meno impegnativo e ambiguamente asessuato.”

La sentì irrigidirsi sotto la sua mano, le ossa diventare  spuntoni acuminati su un muro di cinta. Ritirò la mano prima di ferirsi.

“Nemmeno lei conosce il mio nome. Sa, per scrivere uso uno pseudonimo. Alex, non vuole sapere come mi chiamo veramente?”

“La prego, non me lo dica. Io la identifico con la sua scrittura, mi era capitato di leggerla e apprezzarla anche prima di stasera. Per me lei ha senso solo in quell’ambito, lei è quel “Massimo” che compare sul monitor alla fine di ogni brano. Un altro nome non aggiungerebbe nulla, anzi mi sarebbe estraneo.”

Ogni parola, ogni gesto di Alexandra era un argine tirato su frettolosamente a difesa da acque invisibili, ma minacciose. Massimo o come davvero si chiamava avrebbe dovuto capirlo, ma la piccola fama conquistata quella sera gli rendeva impensabile una qualsiasi resistenza al proprio fascino. In fondo non gli importava che la donna fosse attraente o insignificante, in quel momento lei costituiva il logico riconoscimento di un valore, come la targa in simil-argento, poco più di una patacca, che danno ai premi letterari di provincia. Così, anziché desistere, la prese per mano, meglio sarebbe dire l’agguantò, e quasi trascinandola la portò tra i tavolini di un bar all’aperto.

“Vieni, Alex, beviamo qualcosa di forte per festeggiare.”

La donna si sedette a disagio su una sedia in ferro smaltato. Ogni movimento sarebbe stato un cigolio, ma lei stava perfettamente immobile.

“ Restituiscimi il libro, ti voglio scrivere una dedica come si deve. Per fortuna il primo messaggio era a matita, così lo possiamo cancellare. In effetti le dediche le scrivo sempre a matita, perché so bene che niente è per sempre.”

Massimo vergò poche parole e le restituì il libro con aria soddisfatta.

“Ecco, in matita, così domani potrai cancellarmi. Ma sono convinto che non lo farai.”

Alexandra prese il libro e lo infilò nella borsa, mormorando un grazie quasi inudibile.

“Ma come, non sei curiosa?”

La donna, riluttante, cavò fuori il libro come se scottasse e lesse. Nel fresco della sera avvampò come una torcia, il volto una luna infuocata, come certe volte capita quando è bassa all’orizzonte. Ancora quella parola che da qualche ora la stava perseguitando. La donna mosse le labbra come un pesce, ma come un pesce non emise alcun suono.

L’autore, con un’euforia fuori luogo, ordinò un doppio whisky.

Solamente quando lei chiese se avessero tisane di tiglio, l’uomo improvvisamente si arrese. Aspettò che lei bevesse il suo intruglio, poi la lasciò andare via, dopo una fiacca stretta di mano.

 

 

 

                                                      Una risposta, forse

 

Caro Massimo,

la tentazione è troppo forte perché io possa resistervi. Quell’indirizzo-mail scritto in piccolo al fondo della quarta di copertina, quasi nascosto tra i dati della casa editrice e il “finito di stampare il sette aprile”, sembra messo lì apposta per me. Un’occasione da sfruttare o forse un’esca alla quale abboccare con l’ingenuità di un pesce rosso. Va bene, sarò quel pesce e seguirò l’ingenuità fino alla fine. Basta mutismo. E poi, scrivere non è come parlare. Ancora non ho idea di che cosa ti dirò, ho un tale cumulo di sensazioni contrastanti, ma so che, qualunque cosa uscirà dalla tastiera, fino all’ultimo potrò rinnegare quanto appena scritto usando il tasto “cancella” o trascurando quello d’invio. Se si potesse fare altrettanto con la voce, poter annullare una frase incauta o un discorso che sta prendendo una brutta piega fino a quando non sono usciti per intero dalla bocca, allora sarei di certo più loquace. Sì, la parola detta, così definitiva nella sua misera durata, mi spaventa.

Per parlare ho bisogno di distanza, io, come avessi l’alito pesante e spesso è l’alito dell’altro che mi pesa insopportabile soffiandomi sul collo.

È questa la distanza giusta da cui posso far giungere parole senza che si senta  il soffio che le spinge.

Ogni tanto ci ripenso a quella sera disastrata, e mai con lo stesso stato d’animo. A volte mi rivedo colta in flagrante mentre infilo la porta di soppiatto per sottrarmi al tuo eccesso d’attenzione, altre mi sorprendo ad osservarmi di profilo e accennare nello specchio con un dito il tuo stesso gesto, la linea curva e affascinante a perdersi nell’aria. In mezzo tra i due estremi scorre la mia vita dimentica di te.

Ma questo non è del tutto vero. Il libro che mi hai dato mi segue ovunque, sepolto in una borsa o nella cartelletta da lavoro. Resta nascosto per giorni interi, ma poi capita che in treno con la sonnolenza del mattino o a casa dopo cena nel torpore della sera lo apra a caso per risentire la tua voce. È una sciocca nostalgia per il subbuglio di emozioni esplose quella sera in poche ore, e un minimo rimpianto per ciò che non è stato. E immancabilmente concludo la lettura tornando alla prima pagina. In alto a destra ci sono le tue parole di matita, sconce e vitali: “al profilo del tuo culo da seguire con un dito.”

Tu lo sapevi bene che scrivere a matita, affidandomi l’arbitrio della sorte, era il modo più sicuro per rendere indelebile la frase. È per questa tua perfidia che non so se scriverti grazie o stronzo (vedi come divento schietta da lontano?). Forse dovrei dirti “grazie, stronzo”, così in un botto solo, condensando in due parole riconoscenza e rabbia.

Ma qualcosa mi trattiene.

È il pensiero maligno che tu intanto stia scrivendo proprio di me.

L’idea mi si è insinuata dentro rileggendo i tuoi racconti. Tu ti comporti come il contadino col maiale, non butti niente di quanto ti succede intorno. E allora anche un incontro inconcludente può diventare materia da romanzo.

Sento che sarò io il tuo secondo libro.

Non l’intero libro, non ho questa presunzione, diciamo che sarò un personaggio di contorno con cui riempire due capitoli. Così farai di me una macchietta un po’ patetica, tra l’ostrica e la cozza, con cui far ridere la gente, senza badare tanto al vero. Perché in realtà io non sono quella che tu hai conosciuto, o quantomeno non sono solo quella. Sono di più e di meglio della donna che hai preso alla sprovvista con le tue provocazioni, riducendola a una scimmietta muta. Ma a te questo non importa e non ti sfiora il dubbio di aver ottenuto da me il peggio per aver sbagliato approccio. Troppo sicuro, tu, del fascino legato alla parola, troppo intento a usarmi come specchio, per poterti davvero accorgere di me.

Per questa tua egoistica miopia, per avermi trascurata proprio mentre mostravi di concedermi  attenzione, alla fine non ti dico grazie per il libro, ma solo stronzo per il modo.

E non mi firmo, che tu faccia almeno sforzo di ricordarti come mi chiamo.

 

 

 

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19 Risposte to “l’esordiente stagionato e la timida Prescelta (racconto da tre angoli)”

  1. tempodiverso 16 agosto 2013 a 12:12 #

    mi sembra che ‘l’esordiente’ abbia reso più complesso il tutto: al ben noto ‘fascino del mentore’ un po’ sfacciato e molto autentico, ha aggiunto la risposta di prescelta che amplifica il gioco degli specchi, un riflesso infinito tra quello che appare e quello che è.

    • massimolegnani 16 agosto 2013 a 13:48 #

      Anche la prescelta aveva diritto a dire la sua 🙂
      Ciao Grazia
      ml

  2. harleyquinn86 16 agosto 2013 a 16:32 #

    Di questo racconto mi ha attratto molto l’inclemenza e l’onestà della scomposizione delle due identità nelle loro minime caratteristiche fisiche e morali.

    • massimolegnani 16 agosto 2013 a 17:15 #

      la parte centrale, quella narrata in terza persona, mi è servito soprattutto a quello che dici tu, scomporre i due personaggi senza fare loro sconti.
      grazie, ciao
      ml

  3. stileminimo 16 agosto 2013 a 16:38 #

    Mi è piaciuto oltremodo il finale!

    • massimolegnani 16 agosto 2013 a 17:16 #

      non è stato poi difficile immedesimarmi in una personalità femminile
      ciao, grazie
      ml

  4. ester 16 agosto 2013 a 18:42 #

    “Per parlare ho bisogno di distanza, io, come avessi l’alito pesante e spesso è l’alito dell’altro che mi pesa insopportabile soffiandomi sul collo.” … una azzeccatissima sintesi di quella che potrebbe anche considerarsi una vera patologia, di cui, ahimè, anch’io mi sento affetta. Per il resto è il tuo stile, impeccabile. Mi hai ricordato il “Boca Fantasma”, credo fosse questo il titolo:-)

  5. the pellons' 17 agosto 2013 a 20:26 #

    Ma non avevo scritto un commento? Oddio se sono rincoglionita. Comunque volevo dire: la terza parte è la più bella.

    • massimolegnani 17 agosto 2013 a 22:00 #

      Il commento forse te l’eri sognato 🙂
      La terza parte? Tutte solidali con la Prescelta eh!?
      Ciao
      ml

      • the pellons' 19 agosto 2013 a 21:54 #

        No, non solidale. Mi è parsa la solo la parte più calda.

      • gelsobianco 19 agosto 2013 a 23:53 #

        @the pellons’
        …è la scelta molto ragionata, non immediata di Prescelta!
        Io non la condivido, ma la comprendo!

        Tu hai un’ironia piacevolissima1
        Ho letto qualche tuo commento anche molto divertente!
        gb

        Ti chiedo scusa, ml, per il mio interagire diretto con la tua ospite molto simpatica ed ironica.
        Grazie.
        A presto!
        Ti sorrido
        gb

    • gelsobianco 20 agosto 2013 a 00:01 #

      Chiedo scusa per i miei refusi!

      @the pellons’
      Un saluto cordiale
      gb

      • massimolegnani 20 agosto 2013 a 09:59 #

        quello che mi chiedo io è: mi devo preoccupare del fatto che scrivo meglio al femminile che al maschile? 🙂

      • gelsobianco 20 agosto 2013 a 11:51 #

        Tu sai scrivere, ml!
        Tu scrivi bene al maschile ed al femminile.
        E’ indubbio.
        Hai una capacità rara di intuire la psiche femminile.
        Anche da tanti altri tuoi racconti io ho colto lo spessore notevole del tuo lato femminile. Non bisogna dimenticare certo il tuo lavoro. Hai un’apertura diretta e vasta verso il mondo delle donne e puoi seguire, in un modo speciale, i loro comportamenti.
        No, non porti domande inutili! 😉
        No, non preoccuparti, ml!
        Tu, così, hai una marcia in più! 🙂

  6. massimolegnani 20 agosto 2013 a 11:55 #

    bè, gb, così mi tranquillizzi 🙂

    riconoscente

    • gelsobianco 20 agosto 2013 a 12:01 #

      🙂

  7. giuliagunda 23 settembre 2014 a 20:52 #

    Che bello, che bello come scrivi e che bello vivere la stessa vicenda da tre angolazioni diverse, confrontare la sicurezza di lui con le insicurezze di lei, e vederli per un po’ anche dall’esterno nella parte centrale.
    Anche per me la più coinvolgente è la terza parte, accesa e viva. Come esprimi bene l’orgoglio ferito di chi si è sentito usato, un po’ messo in ridicolo, e allo stesso tempo si trova in collera con se stesso per non aver dato il meglio di sé e non essersi mostrato all’altezza delle aspettative e dell’entusiasmo dell’altro. La lettera trasmette tutto l’impeto con cui Alexandra cerca di rendersi giustizia, la rabbia e l’orgoglio, ma anche un vago senso di colpa.
    Sarà che son donna, sarà anche un po’ di avversione per coloro che stanno su un palco e approfittano del fascino che quella posizione gli conferisce per usare gli spettatori (più spesso – come appunto in questo caso- le spettatrici) come specchio del proprio ego, per gli artisti che non sanno guardare le muse se non attraverso le loro opere, sarà tutto questo messo insieme, ma tifo per lei. Forza Alexandra!
    🙂

    E tu sei bravissimo, davvero. Mi stupisco ancora!

    G.

    • massimolegnani 23 settembre 2014 a 21:17 #

      Lo sapevo, lo sapevo! che avresti parteggiato per prescelta e dato in testa al “povero” esordiente.
      Non avrei dovuto.
      ml
      (pero’, graziegrazie Giulia)

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