il filo rosso che ci unisce

18 Set
photo by c.calati

photo by c.calati

Sabato mattina, reparto zeppo di variegata umanità. Parecchio lavoro e una piccola fortuna, il buon affiatamento che ho con infermiere e mamme con cui divido queste ore. Alle mamme, che sono qui da qualche giorno, piace assistere e in qualche modo partecipare a una specie di teatrino che improvvisiamo per le stanze, che le faccia sentire ancora vive, sapere la gravità dei figli eppur trovare il tempo breve delle risa. Fabio, per esempio, a tre anni è un veterano d’interventi al cuore non sempre andati bene ed ha una mamma tenace, una Penelope che nel silenzio tesse le speranze, tesse e sorride. Così a metà del giro di reparto, che nel fine settimana perde i ritmi e i gesti canonici, Laura, l’ausiliaria che sembra la Litizzetto, si presta a punzecchiarmi e a ricevere bordate in mezzo al corridoio. Motivo del contendere è il risotto col radicchio che lei ha in programma di cucinare oggi nei ritagli di lavoro.
– Verrà la solita schifezza che dovremo ingurgitare a forza per non offenderla.
– Dutur, si leccherà la pentola come sempre con quella sua lingua da vecchio formichiere.
– Laura lei è meglio in cucina che in reparto, è vero, ma è la differenza che c’è tra zero e -1.
– Le darei una mestolata sulle orecchie da gonfiargliele un altro po’ che già così mi sembra Dumbo.
Ride la piccola folla, ride la mamma marocchina che pure non capisce una parola d’italiano, ride la mamma di Fabio che profetizza divertita:
– Vedrete, capiterà l’urgenza al momento sbagliato e allora, buono o cattivo, addio risotto.

Barbara, in effetti, arriva poco dopo la mezza e a Laura si smorza in gola l’annuncio di pronto in tavola. La conosciamo Barbara, quando arriva passa tutto in secondo ordine. Ha sedici anni e una rara malattia che le rovina la vita. È una bella ragazza, ingabbiata in un gonfiore non suo, me la ricordo prima che iniziasse la terapia, mora e slanciata con gli occhioni neri.
Oggi ha gli occhi persi, come ubriaca. L’hanno portata col 118 direttamente in reparto, che la madre gridava di non perdere tempo in ProntoSoccorso. Adesso è lì, distesa sul lettino, bianca e gialla come un cencio lavato male e fatica a respirare, anzi è già così sfinita che non fatica più, rinuncia quasi a respirare. L’ausculto in fretta ma so già, i polmoni sono a bagno nel suo sangue. Laura, Alessandra ed io facciamo come automi i gesti dell’urgenza, la vena, l’ossigeno, il monitor, i liquidi, un prelievo, la saturazione.
Riusciamo a riportarla ad una ossigenazione accettabile, ora possiamo ragionare. E ragionare significa decidere a chi rivolgerci. Non è una paziente che si possa gestire in pediatria, Barbara ha bisogno di un reparto di rianimazione, qui o a Torino. Lo spiego a sua mamma. Lei guarda la figlia che ha sentito le mie parole e subito si è agitata dietro la maschera.
– Non mandatela via. Barbara ha bisogno di stare tra gente che conosce. Io le devo stare vicina per rincuorarla. L’anno scorso in rianimazione è stato un dramma. Le ho giurato che mai più.
Il monitor lampeggia e gracchia a ricordarci la gravità della situazione. Dico alla donna che è un grosso rischio trattenerla qua, Barbara potrebbe non farcela. Ma la signora ha gli occhi lucidi e quella calma determinata che non mi lascia scelta. La sistemiamo in una stanzetta senza altri ricoverati e lei, da quando ha capito che resta con noi, è più tranquilla anche se sta molto male. Faccio venire in reparto il collega della rianimazione, che sia al corrente del caso e sia pronto a intervenire se necessario.
Alessandra trotta da una parte all’altra e non sbaglia una mossa. Laura usa la sua arma migliore, la parola, chiacchiera con madre e figlia, racconta, distrae. Barbara ascolta, non ha certo la forza di rispondere, ma a un certo punto le affiora anche un sorriso.
Così passano le ore in questo vivere precario, fatto di affanno e attesa.
Ho concordato la terapia con quelli di Torino ma è soprattutto l’assistenza respiratoria che conta in questi casi.
Do il cambio a un collega e vado qualche ora a casa.
Quando torno a sera, la situazione non è cambiata. Barbara è sotto ossigeno al 100%, ma l’ossigenazione del suo sangue è sempre bassa.
Sarà una notte lunga.
Ora c’è Emilia a lavorare, poi arriverà Sandro. Sono i due infermieri di maggior esperienza e questo infonde fiducia a tutti, a me per primo. E nessuno protesta per un compito difficile che forse nemmeno gli compete.
Barbara si agita, ha un dolore insopportabile al petto, come un infarto, ma non è il cuore, sono i polmoni che si espandono e premono. E con l’agitazione peggiora il rendimento respiratorio. Tornano i rianimatori, diventano figure familiari per madre e figlia. Insieme concordiamo di usare la morfina. Potrebbe deprimere il respiro, ma noi speriamo che alleviando il dolore il beneficio, anche respiratorio, sia superiore al danno. Barbara si acquieta, non ha più male, e soggettivamente si sente meglio, anche se il monitor non è d’accordo. Si lascia bucare per i controlli senza protestare e poi s’assopisce. Riparlo con la mamma, ho un cauto ottimismo ma insisto anche sulla necessità della rianimazione al minimo peggioramento. Nel sonno le cose vanno abbastanza bene, ma ogni volta che la ragazza si sveglia la saturazione scende. Andiamo avanti di morfina e cortisone e tanto ossigeno. Noi che le stiamo intorno alterniamo fiducia e preoccupazione. La paura è tanta, ma il clima è magicamente sereno.
Attraversiamo la notte senza accorgerci.
Al mattino la situazione è immutata. Barbara è più rilassata, dice qualche parola, ma il suo respiro non va bene. La mamma capisce e la prepara con dolcezza alla necessità di altre cure che noi non possiamo fornire. Qualche lacrima riga il viso dietro la maschera, ma non è più il rifiuto del giorno prima. Le hanno detto che la mamma potrà starle vicino quasi tutto il tempo, Barbara accetta. Così l’accompagniamo in rianimazione. L’accolgono bene, a coccole e sorrisi. Le sistemano uno scafandro in testa che le manda ossigeno sotto pressione. È un aggeggio fastidioso, ma sempre meglio che essere intubati. E la saturazione finalmente sale.
Torno a trovarla nel pomeriggio. Ha avuto il permesso di sfilare il casco per mezz’ora. Si sta facendo pettinare. Nella saletta dei visitatori i suoi amici la salutano dalla telecamera. Lei li guarda nel televisore e solo quando è ben pettinata e truccata a puntino si mostra loro in video. Questa piccola civetteria mi dice del suo miglioramento più dei tanti monitor.

Scendo in reparto, incontro la mamma di Fabio, che oggi non va tanto bene. Eppure la donna come mi vede finge di proteggersi con un braccio:
– Mi creda, non volevo portarvi così tanta sfiga!
È una mamma coraggiosa, che sa ridere tra una lacrima e un patema.

Ecco, mi fermo qui, a metà di una domenica. Questo non è un racconto dalla trama ben confezionata e dalla conclusione chiara, è un breve tratto di vita, dove s’intrecciano paura e determinazione, fiducia e scoramento. E tutto resta lì sospeso, incerto, fino alla fine.
Ma so che in queste ore, rapide, irripetibili, ho visto il filo rosso che ci unisce. Tutti.

 
   
 

 

 
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47 Risposte to “il filo rosso che ci unisce”

  1. gelsobianco 19 settembre 2013 a 00:06 #

    Ho le lacrime agli occhi!
    Mi stanno scendendo per le guance ora.
    Grazie.
    Quel filo rosso!
    gb
    Vorrei dire tanto, ma…
    No!
    Un abbraccio.
    Grazie!

    • massimolegnani 19 settembre 2013 a 17:03 #

      non dire altro,
      la spontaneità è premessa all’emozione e questa alla condivisione.
      un abbraccio a te
      ml

  2. germogliare 19 settembre 2013 a 08:56 #

    e poi c’è chi non crede all’esistenza degli angeli.
    a legare un filo rosso che tenga, ci deve sempre essere una mano “vera”. stringo quella mano.

  3. rossodipersia 19 settembre 2013 a 09:24 #

    Quando si vive questa umanità come si riesce poi a tornare al quotidiano? Come si riesce a riprendere i propri ritmi, a rassicurare la propria compagna dell’effetto che richiede, come si fa ad avere una vita?
    Mi sento misera per le mie paure.

    • massimolegnani 19 settembre 2013 a 17:07 #

      la vita viene rafforzata da questi episodi, credimi. è come aver visto la terra dal cielo ed averla abbracciata.
      e anche la paura si può condividere 🙂
      ml

  4. Simona 19 settembre 2013 a 09:31 #

    Quanti brividi nel breve tempo di questo racconto. Quante emozioni. *
    Grazie.

  5. LuceOmbrA 19 settembre 2013 a 10:57 #

    Come vorrei poter piangere adesso…grazie…avevo bisogno di sentire che c’è ancora umanità e tanta da qualche parte in questo mondo…ti abbraccio…

    • massimolegnani 19 settembre 2013 a 17:10 #

      ..ed è bello incontrare l’umanità, sai
      ml

      • LuceOmbrA 19 settembre 2013 a 17:18 #

        si fa sperare ancora…
        La

      • LuceOmbrA 20 settembre 2013 a 11:17 #

        lo so…quello che mi intristisce è che ormai la trovi solo nelle situazioni al limite e non nella quotidianità, ormai siamo assuefatti a tutto il peggio e l’indifferenza è diventata una forma di difesa…poi però quando le cose toccano da vicino il cuore c’è ed è grande, sconfinato…
        Bisognerebbe imparare di nuovo cosa vuol dire “prendersi a cuore” qualcosa, qualcuno, tutto…

      • massimolegnani 20 settembre 2013 a 11:44 #

        sono d’accordo, ma a volte sono i nostri occhi talmente abituati al brutto e al triste che non sono pi in grado di vedere il bello e il positivo. dobbiamo reimparare a guardare 🙂

        ciao

        > Date: Fri, 20 Sep 2013 09:17:11 +0000 > To: agilulfo_@hotmail.it >

  6. bakanek0 19 settembre 2013 a 12:07 #

    Curare eccessivamente la forma avrebbe tolto qualcosa al valore emotivo di questa vita vissuta. Intensa. Molto commovente.

    • massimolegnani 19 settembre 2013 a 17:11 #

      infatti è così bak, mi sembrava che una scrittura fatta di effetti speciali avrebbe tolto qualcosa alle parole.
      ciao
      ml

  7. edp 19 settembre 2013 a 15:50 #

    Io ti ringrazio perchè ci dici che queste cose esistono, perché ce lo ricordi nel bene e nel male. Grazie per condividere con noi i tuoi momenti, i tuoi dubbi, è un respiro di vita, anche se non sembra.

  8. massimolegnani 19 settembre 2013 a 17:12 #

    ma è giusto dire anche le cose buone, visto che esistono!
    ciao edip
    ml

  9. the pellons' 19 settembre 2013 a 18:31 #

    La nostra vita, il nostro lavoro. Io li prendo in rianimazione, tu me li riprendi dopo. Tutto il giorno sotto gli occhi attenti delle madri e quelli coraggiosi dei bambini. È un lavoro diverso, una medicina diversa, niente da fare. Sempre sotto esame, ma con una soddisfazione ineguagliabile.

    • massimolegnani 20 settembre 2013 a 01:38 #

      sai, la cosa bella di questo episodio è stata la sintonia tra noi (pediatri) e voi (rianimatori), un scendere e salire di medici e infermieri per non spostare la ragazza e la convergenza naturale di opinioni e di condotta, un bell’accudire insieme.

  10. prishilla 19 settembre 2013 a 23:23 #

    Il filo rosso mi ha acchiappato, fin dalle prime parole di questo racconto, e mi si è come avviluppato da qualche parte nel profondo. Nessuna trama tessuta con chiarezza restituisce questo calore di gomitolo. Grazie per questo racconto.

  11. monika santi 20 settembre 2013 a 11:47 #

    moooolto bello ! il concetto del filo rosso è una
    concretizzazione riuscita.
    ci vorrebbero più medici come te…..spero siano tanti,
    ma ne conosco troppi troppo diversi.
    due momenti di delicatezza: il tributo agli infermieri,
    e quello alla ‘civetteria’ della ragazzina.
    sempre un piacere leggerti.

    • massimolegnani 20 settembre 2013 a 12:21 #

      grazie Monika.
      Quello che volevo far pasare è il concetto di gruppo coeso, all’interno del quale gli infermieri svolgono un ruolo determinante, non sempre riconosciuto.
      ciao
      ml

  12. Cam 20 settembre 2013 a 15:56 #

    Sai, leggere e rileggere questo post mi fa ricordare il motivo per cui ho scelto di studiare quello che studio. Grazie.

    • massimolegnani 20 settembre 2013 a 18:21 #

      ecco, questa è una piccola soddisfazione 🙂
      Tu tra poco inizierai, io tra poco finirò, questo brano quindi è come passarci il testimone del (buon) lavoro.
      un abbraccio
      ml

  13. mitedora 20 settembre 2013 a 18:57 #

    Narri e metti a fuoco anche una piccola consolazione. Oltre la sofferenza, i gesti, il cordone quotidiano che unisce la crudezza all’amore. Alla condivisione. Con semplicità e chiarezza. Che porta al chiarore. Ossia a vedere anche le nostre vite. Di noi che leggiamo e dobbiamo guardarci attorno.

  14. Pablo 21 settembre 2013 a 15:40 #

    Ci sono molti che vivono storie come questa e se le lasciano scivolare addosso come acqua fresca. Il fatto che tu abbia voglia di raccontarle significa che poni molta attenzione a quello che ti accade intorno e sai che sono cose importanti. Grazie per la tua sensibilità.
    Pablo

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 10:20 #

      sai, pablo, mi considero un privilegiato perchè con il lavoro che faccio sono spesso in contatto con il cuore delle persone e mi accorgo che che di cuore ce n’è più di quel che appare in superficie.

  15. tempodiverso 24 settembre 2013 a 22:29 #

    ci sono queste persone, ci sono. lavorano con precisione e con passione, cercano di rincuorare, di tirarti su il morale e dopo la prima commozione mi sale il sentimento di rabbia per tutte quelle scelte opportuniste e di comodo che piovono dall’alto e che, in molti casi, impediscono loro di lavorare nelle migliori condizioni.
    come sempre i tuoi diari lasciano qualcosa dentro chi legge

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 10:29 #

      sono soprattutto le persone che non lo fanno per lavoro, mamme che consolano altre mamme, bambini dai piccoli slanci, gente comune che si lascia coinvolgere e porta minimi sollievi.
      è un bel microcosmo, a volte
      ciao grazia

  16. gelsobianco 24 settembre 2013 a 22:59 #

    …e quel filo rosso, messo ad unire più fiori, nella tua fotografia, illustra bene tutto ciò che tu fai giungere con le tue parole!
    Grazie anche per questa tua cura dei particolari, cura che parla della tua sensibilità, che rivela ancora di più il tuo profondo modo di essere.
    Condivido tutto.:-)
    gb

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 10:30 #

      ecco, siamo tutti fiori di plumbago uniti da un filo sottile che non sempre vediamo 🙂

  17. penna bianca 25 settembre 2013 a 21:57 #

    grazie mio caro Ml per farmi ricordare ancora una volta di quanto sia fortunata. con le lacrime agli occhi perché leggendo questo post non c’è spazio per altro. Anzi sì, la bellezza che sei.

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 10:33 #

      grazie a te pennetta per la commozione sincera
      (non sono mica bello, lo sai 🙂 )

  18. harleyquinn86 2 novembre 2013 a 15:50 #

    Spero un giorno di sapere amare (conoscere, sentire, capire e curare) in questo modo, perché ho sempre creduto in quel filo rosso. Grazie infinite per averlo ricordato.

    • massimolegnani 4 novembre 2013 a 09:50 #

      ciao Arlecchina, se hai “sentito” questa lettura, tu sei già pronta per questa specie d’amore che dici.
      grazie
      ml

      • harleyquinn86 4 novembre 2013 a 16:47 #

        🙂

  19. giuliagunda 21 marzo 2015 a 12:10 #

    “Breve tratto di vita”, hai detto bene. E ce n’è talmente tanta di vita in queste righe, mille emozioni, belle e brutte, emozioni senza nome ma conosciute, da condividere con te, con voi, con tutti.
    Sento tirare il filo, è un filo di lana che scalda.

    un abbraccio

    G.

    • massimolegnani 22 marzo 2015 a 12:08 #

      ognuno dovrebbe tenere in tasca un filo di lana rossa, da sfiorare come un rosario laico con dita commosse a sentire i legami del mondo.
      tu, sì, ne sono convinto.
      ml

      • giuliagunda 23 marzo 2015 a 13:59 #

        (Sì, lo tengo nascosto, ma c’è, e all’occorrenza scalda) 🙂

        G.

      • massimolegnani 23 marzo 2015 a 15:31 #

        Bellissimo! 🙂

        Date: Mon, 23 Mar 2015 11:59:22 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  20. nanalsd 6 febbraio 2017 a 02:13 #

    Ho le lacrime.
    Grazie per avermelo indicato, davvero.

    • massimolegnani 6 febbraio 2017 a 10:35 #

      ci sono anche lacrime belle, che non vanno trattenute.
      grazie a te di aver letto e “vissuto”
      ml

  21. ilprostitutoblog 7 febbraio 2017 a 16:48 #

    Queste sono parole da pelle d’oca. Quelle che ti fanno sentire di persone che non conosci e che hanno una vocazione, una forza, un sorriso nel buio. Tutta la mia stima e la mia ammirazione.

    • massimolegnani 7 febbraio 2017 a 17:28 #

      Ti ringrazio, e’ molto vero quel sorriso nel buio, che spesso di notte si entra nelle stanze sofferenti a dispensare sorrisi come medicine, come a offrire un capo del filo rosso
      ml

Trackbacks/Pingbacks

  1. 運命の赤い糸 – InCaosinataMente. - 6 febbraio 2017

    […] esistono tanti tipi di fili rossi che ci uniscono, qui ne trovate una prova. Grazie […]

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