la vita breve di Irene

26 Set

     

photo margherita calati

photo margherita calati

Era una serata piovosa di tarda primavera, di quelle che desideri solo arrivare presto a casa.

Enzo quasi non la vide, una bambinetta fradicia di pioggia accucciata in un angolo del portico, non lontana dalla porta d’ingresso. Sembrava un cagnolino sperso che avesse trovato un provvisorio rifugio.

“ Che ci fai qui, piccola?” le chiese senza chinarsi su di lei.

La bimba lo fissò senza rispondere. Tremava sin negli occhi.

Enzo tornò sulla strada a guardarsi intorno, ma la via era deserta, niente che potesse spiegare la sua presenza lì.

Si rivolse di nuovo a lei, sempre restando in piedi: “Chi sei? Ti sei persa?”, senza ricevere risposta.

L’uomo borbottò qualcosa tra sé e finalmente si chinò sulla bambina. Accennò una carezza goffa, poi la prese un po’ maldestramente in braccio come si può fare con un gattino randagio ed entrò in casa.

“Papà” mormorò lei strusciandoglisi addosso, mentre varcavano la soglia.

“ No, piccola, non sono tuo padre.”

“Papà, papà” piagnucolò la bimba avvinghiandoglisi al collo.

“Senti, capisco che sei scossa, ma stai dicendo una stupidaggine.”

Il professore era a disagio. Non sapeva bene come comportarsi e quella ridicola attribuzione di paternità lo irritava.

“Sai cosa facciamo? Ti preparo qualcosa di caldo e poi telefoniamo alla polizia.”

La sistemò su una poltrona e andò in cucina.

Quando tornò in soggiorno reggendo una tazza di tè, la bimba si era addormentata.

La guardò perplesso, sembrava più grande di come l’aveva lasciata.

Fino a un momento prima le avrebbe attribuito tre-quattro anni, ora non poteva averne meno di sette. Eppure i vestiti, una gonnellina, una maglietta e un golfino, le stavano di misura. Evidentemente all’inizio non l’aveva valutata bene. D’altronde non era pratico di bambini. La svegliò passandole una mano sulla faccia in una carezza impacciata.

La bambina aprì gli occhi, lo fissò per qualche istante e poi abbozzò un sorriso alla vista della tazza fumante. Non sembrava stupita di trovarsi lì. Disse “grazie, signore” afferrando la tazza. Bevve d’un fiato, mentre Enzo, rinfrancato dal fatto che non l’avesse più chiamato papà, provò a interrogarla.

“Come ti chiami? Ti ricordi dove abiti? Chi sono i tuoi genitori?”

Il vomito arrivò improvviso, appena preceduto da una smorfia, prima che gli potesse rispondere. Ora era scossa da brividi. Solo allora Enzo Pelozzi realizzò che i vestiti erano zuppi d’acqua, e adesso anche di vomito. Le ripulì la bocca, “ti prenderai un accidente se non ti togli questa roba bagnata.”

La prese di nuovo in braccio, gli sembrò più pesante. La portò in camera e la depose sul suo letto. Dovette aiutarla a spogliarsi, perché da sola non riusciva a togliersi gli indumenti fradici.

“Mettiti sotto le coperte, mentre io cerco di asciugare la tua roba.”

La bambina, ancora tremante, ubbidì. Enzo la frizionò attraverso le coperte, commosso da quel volto pallido in cui risaltavano occhi scuri come la notte.

“Va meglio, ora?”

Lei rispose con un cenno muto del capo. Aveva un graffio su una guancia.

Il professore non aveva ancora avvisato la polizia. L’avrebbe fatto più tardi, ora doveva sciacquare gli indumenti e trovare il modo di asciugare almeno le mutandine e la maglietta.

Stese gli abiti in bagno, sopra la vasca. Gocciolavano, non si sarebbero mai asciugati per tempo. Accese una stufetta elettrica ed orientò il getto d’aria calda verso lo stenditoio.

Uscendo dal bagno per andare a telefonare, udì dei lamenti sommessi provenire dalla sua camera. La bambina scottava e gemeva nel sonno. Il volto era più gonfio, le labbra screpolate più pronunciate, mature. Effetto della febbre, pensò Enzo, e rovistò nel cassetto del comodino alla ricerca di un termometro, senza trovarlo. Alla fine lo trovò in tutt’altro luogo, nel bicchiere sul lavandino assieme al dentifricio e i due spazzolini. Conservava ancora lo spazzolino di Clara, idiota che era.

Scostò le coperte per infilarglielo sotto un’ascella e fu colpito dal buffo gonfiore del petto di una pubertà all’esordio.

Il turbamento lo avvolse come una nebbia spessa. Cercò di ripensare a quando l’aveva incontrata sotto il portico e, poco più tardi, a quando le aveva offerto il tè, provò a confrontare le sequenze ricostruendo i tratti del volto. Ma improvvisamente era tutto così confuso, irragionevole.

La febbre era alta e la bambina sembrava mormorare qualcosa nel delirio. Accostò l’orecchio alle sue labbra, ma non riuscì a decifrare il lamento. Le mise delle pezze bagnate sulla fronte e attorno al collo. Con fatica riuscì a farle bere una compressa sciolta in poca acqua. Poi, seduto su una poltroncina vicino al letto, attese. Che cosa attendesse, se lo sfebbramento o un’evoluzione misteriosa degli eventi, non se lo volle confessare.

Fuori infuriava il primo temporale dell’anno. Al terzo lampo venne a mancare la corrente.

Enzo frugò in giro finchè racimolò qualche candela.

Tornò a sedersi sulla poltroncina a scrutare la sua ospite. Alla luce incerta e rossastra delle candele il volto della bambina… no, ormai non poteva più definirla bambina, inutile ingannarsi. Il volto della ragazza appariva più intenso. Gli occhi erano due ombre profonde, il graffio sulla guancia era più lungo, pur andando sempre dallo zigomo a poco sopra la mandibola, e sembrava più recente, una piccola ferita non ancora rimarginata. Le labbra socchiuse e il mento, teso in avanti, sembravano inseguire qualcosa.

Avrebbe voluto interrogarla, ripetere le domande che già le aveva posto, ma con una curiosità diversa. Stranamente gli premeva sapere soprattutto il suo nome, come potesse essere quello a spiegare l’inspiegabile. Irene, pensò. Non ricordava più che cosa significasse in greco, speranza, felicità, serenità? Meglio così, Irene sarebbe stato il suo nome provvisorio, dal senso indefinito ma per lui preciso. Sì, non poteva essere che Irene. La ragazza si agitò all’improvviso, scalciando via le coperte. Il professore rimase immobile, stupefatto. I bagliori sulla pelle, l’affanno del petto, i fianchi stretti, il sesso oscuro. E quel seno prepotente, scolpito nel marmo. “Irene”, disse, senza saper proseguire. Contemplò la bellezza, incapace di fare altro.

Alla fine riuscì a scuotersi. Si alzò in piedi, ricoprì Irene, le bisbigliò qualche parola e aspettò che il suo respiro tornasse regolare. Poi uscì sul balcone, si appoggiò alla ringhiera stordito e si lasciò investire dallo scroscio d’acqua, senza che questo fosse di alcun aiuto.

Andò in bagno ad asciugarsi e si guardò a lungo allo specchio: aveva nuove rughe? I capelli erano più radi? La barba s’era ingrigita? No, non trovò nulla di cambiato nel proprio volto. Lui era quello della sera precedente. E Irene?

Tornò in camera, turbato ma aperto a qualunque cambiamento.

Si era appena seduto e stava assimilando le nuove fattezze d’Irene quando un tuono più forte degli altri fece sobbalzare la donna. Seduta sul letto, sembrava cercare la sua presenza, anche se gli occhi sgranati davano l’idea dell’assenza dalla realtà.

–         Giacomo, sei tornato finalmente.

Un breve imbarazzo, poi Enzo rispose:

–         Sì, Irene, sono qua. Riposati ora.

–         Giacomo, non lasciarmi sola. Ho paura.

–         Calmati, Irene. Io non me ne vado. Sto qui a vegliarti.

–         Giacomo, vieni nel letto, scaldami. Ho tanto freddo, senza te.

 

Lui non era Giacomo, lei non era Irene, ma che importanza aveva?

Enzo si spogliò e s’infilò nel letto, continuando a parlarle. Si strinse alla sua schiena, bisbigliandole parole che era troppo tempo che non pronunciava. Lei gli prese una mano e se la portò al petto. Un seno morbido, non certo di marmo, ma caldo, vivo, vissuto.

Irene lo amò in una sorta di trance che non le dava forse consapevolezza dei propri atti, ma le manteneva intatta la grazia dei gesti dell’amore di cui era capace. E lui reagì con pari intensità e medesima incoscienza.

 

A notte fonda il professore sgusciò fuori dal letto e si rifugiò in bagno. Interrogandosi allo specchio non si sentì nè euforico né colpevole. Semmai giusto, se poteva usare quella parola.

Enzo spense le candele e sistematosi sulla poltroncina si dispose a vegliare il sonno agitato di Irene, come le aveva promesso. Attraversò la notte in un buio placido alternando sguardi ciechi alla donna a brevi sonni. E sognò un pane che lievitava nell’ombra.

Fu svegliato dal chiarore dell’alba che andava illuminando la stanza. Con la testa appoggiata al bordo del letto, guardò la mano che stringeva nella propria. Una mano scarna, ricoperta di grinze e di macchie come una tovaglia troppo usata. Non se ne meravigliò. Alzò lo sguardo verso l’anziana che riposava nel suo letto. Le sorrise.

–         Buongiorno, Irene.

La vecchia aprì un occhio velato dalla cataratta e subito lo richiuse come se quel gesto l’avesse spossata. Enzo lesse le rughe sterminate del volto come tanti ricordi appesi ad asciugare. Gli sembrò di conoscere tutta la sua vita.

–         Quanto hai vissuto e quanto hai amato, Irene.

Le tenne la mano, bisbigliandole parole che lei forse non sentiva. Provava una gioia quieta come accompagnare fino al cancello un’amica dopo ore liete insieme.

Il respiro di Irene si fece più irregolare, divenne un rantolo faticoso, lui sempre accanto a cullarla di parole e silenzio.

Il fiato anziano si spense del tutto.

Enzo si alzò, si chinò a baciarla sulla fronte e solo allora andò a telefonare.

Alla voce che lo incalzava ripetè più volte “Irene è morta”, sempre più flebilmente, senza riuscire ad andare oltre.

 

 

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34 Risposte to “la vita breve di Irene”

  1. LuceOmbrA 26 settembre 2013 a 14:29 #

    Letto tutto d’un fiato, mi ha catturata il tuo racconto, molto bello davvero, delicato e intenso, bravo…
    La

  2. tramedipensieri 26 settembre 2013 a 17:06 #

    Bello davvero…..

  3. ammennicolidipensiero 26 settembre 2013 a 18:17 #

    bello bello bello. ha il sapore di dostoevskij senza averne la lunghezza.

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 23:33 #

      ci sono storie da cui non riesco a liberarmi. Questa che avevo già postato un anno fa, mi ha perseguitato in questi giorni di pedale, non mi piaceva l’inizio e c’erano parole da cambiare, qualcuna da aggiungere. così appena tornato ho preso forbici, lima e pennello 🙂
      ciao e grazie
      ml

  4. rossodipersia 26 settembre 2013 a 22:11 #

    Sono senza parole. Grazie per questa storia d’amore.

    • massimolegnani 26 settembre 2013 a 23:35 #

      sì, amore per le donne che Irene rappresenta tutte.
      grazie a te
      ml

  5. Irene 27 settembre 2013 a 17:08 #

    Significa “pace”…

    • massimolegnani 27 settembre 2013 a 18:24 #

      Se lo dici tu devo crederci per forza 🙂
      E poi “pace” mi sembra adatto al clima che volevo dare alla storia
      Ciao
      ml

  6. the pellons' 28 settembre 2013 a 19:03 #

    E Irene, è la mia canzone preferita di Vecchioni.

  7. germogliare 29 settembre 2013 a 07:54 #

    Che bello! Alla fine ho pensato:Sa di pace! Eh sì.

  8. penna bianca 29 settembre 2013 a 15:02 #

    Ho letto tutto d’un fiato questo racconto coinvolgente, intenso, a tratti perfino inquietante. La tua penna è stata molto fluida ed abile nel trasportarmi in posti e persone che forse sono parte di noi. ciao caro

    • massimolegnani 29 settembre 2013 a 23:20 #

      felice di aver condivisione con te un’emozione
      un abbraccio
      ml

  9. gelsobianco 29 settembre 2013 a 22:11 #

    VITA
    di Juan Ramon Jiménez

    Giorno difficile, in cui il sole
    e le nuvole combattono
    – a tratti aperto, fiore,
    a volte chiuso, frutto – ,
    per confondersi nella notte!
    Vita!
    Veglia in cui gli occhi
    si aprono e si chiudono,
    in un gioco stanco
    di verità e menzogna,
    per confondersi nel sogno!
    Vita!

    Mi è venuta, immediata, alla mente questa poesia, dopo aver letto questa tua favola così profonda, così vera, così bella, ml.

    Il tuo è veramente un amore per tutte le donne, rappresentate in Irene (pace!), è un omaggio alla femminilità, presente in qualunque età, nella mano piccola, morbida della bimba e in quella rugosa, secca della anziana.

    Un grazie speciale.
    gb

    • massimolegnani 29 settembre 2013 a 23:26 #

      oggi, rileggendomi, mi chiedevo che cosa che cosa avessi voluto rappresentare con irene. tu mi dai due risposte che condivido in pieno. Irene è la femminilità che si esprime a tutte le età, ma Irene, e l’ho compreso ora leggendo la bella poesia Jimenez, forse rappresenta la vita, così breve e così imprevedibile.
      grazie gb
      ml

  10. bakanek0 30 settembre 2013 a 12:53 #

    Ho amato moltissimo la figura del protagonista maschile, il suo accudire la creatura eccezionale imparando, ora dopo ora, minuto dopo minuto, che cosa sia la vita.

    • massimolegnani 30 settembre 2013 a 17:41 #

      Ecco si’, un addestramento alla vita.
      Grazie bak
      (Quanto alla tua proposta possiamo provare 🙂 )
      ml

  11. Nerina 1 ottobre 2013 a 10:26 #

    (…) (permettimi il silenzio composto)

  12. 59miresol 1 ottobre 2013 a 21:05 #

    Ciao ml, me lo ricordo qs racconto,
    parli di un cambiamento, non saprei esattamente quale; mi pare che tu avessi tratteggiato un protagonista maschile perdente, anche se con poche parole, l’inizio qui mi pare più conciso ma non ne sono così sicura; l’impressione è che tu abbia tolto qualcosa, in modo che l’attenzione sia più sull’accompagnamento alla morte che non alla sofferenza, ma è probabile che qs sensazione sia mia, strettamente soggettiva. Una donna è sempre una donna e racchiude in potenza e in memoria quello che potrebbe essere o quella che è stata e qs è una verità molto più profonda e universale di quanto potrebbe sembrare. Credo che poi in qs racconto ci sia molto del tuo universo personale e sensibile … a qs si aggiunge per me che ti leggo una cosa nuova, una riflessione sull’accompagnamento alla morte che qui in fondo è sereno mentre nella vita spesso non lo è. Sto pensando a mia madre. In qs racconto si parla anche di una sensualità che raggiunge e turba il protagonista, qs era la chiave di lettura che mi aveva colpito la prima volta. Adesso ci sono altre sfumature, forse perché sulle tracce di mia madre, in un percorso inverso che va dalla vecchiaia all’infanzia, sto cercando di ricostruire il percorso di “Irene” a ritroso da una diversa angolazione ma sempre per meglio comprendere. Cmq è sempre un bel racconto il tuo, sempre all’insegna del femminile e … dell’acqua

    • massimolegnani 1 ottobre 2013 a 22:40 #

      E’ esattamente come noti tu, miriam, ho sfrondato il protagonista maschile che ora vive unicamente della luce riflessa da irene. “Una donna e’ sempre una donna..inpotenza e in memoria…” Hai detto benissimo quello che e’ il senso del brano.
      Grazie di esserci
      ciao
      c.

    • tempodiverso 3 ottobre 2013 a 18:16 #

      ne approfitto per salutare miresol.
      c’è la femminilità della quale si racconta il divenire, ma secondo me ci sono le diverse sfaccettature dei sentimenti del protagonista nei confronti Irene, uno per ogni stagione della vita

      • massimolegnani 3 ottobre 2013 a 19:18 #

        E’ vero, Grazia, ma per ogni eta’ c’e’ il medesimo affetto, espresso in forme diverse ma sempre affetto. Se escludiamo il primo impatto dove prevalgono razionalita’ e diffidenza, ma non e’ facile entrare in contatto con il “pianeta donna”
        Ciao
        grazie

  13. lilasmile 3 ottobre 2013 a 16:52 #

    Bello anche perché parla del senso dell’amore e del senso della vita. Grazie ed un sorriso. Lila

    • massimolegnani 3 ottobre 2013 a 19:23 #

      Amore in senso lato, pero’. Come dicevo prima Enzo con il passare delle ore, prova un affetto sconfinato per questa “femmina” ma non e’ innamorato di lei nemmeno quando ci va a letto, e’ qualcosa di piu’, devozione per la donna.
      Grazie e benvenuta
      ml

  14. monika santi 7 ottobre 2013 a 17:42 #

    sono sempre affascinanti i racconti disassati nello scorrere del tempo.
    inoltre narri molto bene, l’attenzione resta senza fatica alle parole, e le emozioni
    non mancano.

    • massimolegnani 7 ottobre 2013 a 21:30 #

      Sai, mentre lo scrivevo quasi ci credevo che la vita di irene fosse cosi’ naturalmente” condensata.
      Grazie monika,
      ml

  15. Claudiappì 8 ottobre 2013 a 20:36 #

    Irene come una farfalla.
    Molto bello, come tutto quello che scrivi. Bello come poche altre cose che leggo in rete.

  16. giuliagunda 23 ottobre 2014 a 15:57 #

    La vita riassunta in una notte. Che bello.
    È stata fortunata, Irene, a poter essere vegliata e accudita dall’inizio alla fine.
    Intenso e commovente, delicato e romantico.
    (anche qui le lancette si sono ribellate)

    buona giornata,

    G.

    • massimolegnani 24 ottobre 2014 a 10:51 #

      qui lancette davvero anarchiche.
      mi fa piacere come cerchi collegamenti tra le varie cose che leggi.
      grazie davvero per l’apprezzamento.
      ciao G.,
      ml

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