la quinta terra può attendere

6 Ott
photo by c.calati

photo by c.calati

Mentre mi scapicollavo lungo il sentiero con la Nikon appesa al collo come un campanaccio, maledicevo la mia stupidità. Per una gita di due giorni avevo scelto una località che come massima attrattiva aveva la Passeggiata dell’Amore, io che l’amore l’avevo appena ricevuto sui denti, in un benservito coi controfiocchi. Imbecille che ero.

E’ che due giorni prima mi si era aperto l’atlante sulla Liguria di levante. Motivazione debole, mi avrebbe detto Gianni, dando un’occhiata di sguincio al culo della cameriera. Parole in rima, avrebbe scherzato Nicola, fissando anche lui le forme piene della cameriera. Un’altra birra, avrebbe chiesto lei senza badare ai nostri sguardi porcini. E di birra in birra i due avrebbero discusso tutta la sera se facevo bene o no a partire. Io nel frattempo avrei pensato a Loredana, chissà cosa faceva in quel momento, forse era già nel letto di quel tipo per riflettere meglio.

In realtà ero partito quasi di nascosto, senza consultarli, e ora, a passeggiare in solitudine, mi sentivo un masochista occasionale. A novembre, quando il mare non è ancora inverno e non ha più il colore dell’estate, prometteva di essere la Passeggiata dell’Amor-te.

 Per vincere la depressione mi misi a fotografare ogni oggetto che  si muoveva al vento, lenzuola che non si sarebbero mai asciugate, pini marittimi gocciolanti umidità, qualche gabbiano dal grido disperato, un aquilone che sembrava volesse fuggire oltre le nuvole. Scattavo senza soddisfazione e poi riprendevo la marcia ancora più annoiato. 

All’altezza di Manarola scesi in paese e mi spinsi fino al porticciolo. Gironzolai un po’, immortalando qua e là le rughe artistiche di facce metalmeccaniche in gita aziendale, che una volta di ritorno avrei spacciato per volti indigeni consunti dalla salsedine. Visi vissuti, avrebbe detto Nicola. Anonimi, avrebbe sentenziato Gianni lasciando cadere le foto tra le gocce di vino sul tavolo.

Cinque le terre da attraversare ed ero solo alla seconda.

Il tratto verso Corniglia era esposto a un controvento fastidioso. Avrei dovuto pranzare prima di ripartire. Poca gente in giro e quella poca non invogliava certo a pensieri d’amore. Qualcuno lo avrei volentieri scaraventato di sotto ma mi limitai a castigare con una foto i più antipatici, vecchi con la bavetta che schiumettava tra le labbra, donne irrancidite dalla menopausa, bambini con il moccio al naso. Il ciclo schifoso della vita, dal moccio alla bavetta. E Loredana in mezzo, unica cosa che valesse. Fino a dieci giorni fa. “Fotografassi di meno e studiassi di più, saresti già dottore.” L’avevo guardata con la faccia di un bambino che ha ancora voglia di giocare. Mica l’avevo capito che mi stava mollando. Sotto di me il mare se ne stava per i fatti suoi, anche lui annoiato a ripetere sempre gli stessi movimenti.

La fame intanto mi tagliava le gambe. Il vento, che avrà anche avuto un nome ma che per me era solo vento bastardo, stava trasformando la passeggiata in una specie di salita faticosa. In qualche modo arrivai ai primi tetti di Corniglia e all’indicazione di una trattoria appena fuori dal sentiero. Benissimo, non sarei sceso al porto, tanto ‘sti paesini di mare sono tutti uguali, e mi sarei risparmiato l’affanno della risalita.

Una coppia di calabresi mal trapiantati in Liguria non ci provò nemmeno a fingere un menù tipico locale. Spaghetti al ragù, spezzatino, vino nero, prendere o lasciare. Presi.

Il pasto mi aveva appesantito senza soddisfarmi. Mi appisolai su una panchina di pietra e sognai i miei due amici che prodighi di consigli mi assistevano all’angolo di un ring. Il mio avversario era Loredana che già saltellava nel suo angolo. Al gong una sventola paurosa mi mise al tappeto. Non atterrai sul tappeto del ring ma sulle mattonelle sotto la panchina. Controllai che nessuno mi avesse visto e ripresi a camminare bestemmiando. Più della caduta mi aveva innervosito il sogno. Sparai qualche foto come avrei potuto prendere a calci un barattolo, a me il click mi sfoga.

Poco prima di Vernazza vidi dall’alto una spiaggetta invitante e decisi di scendere fino al mare per una breve sosta, prima di raggiungere Monterosso, dove avevo intenzione di dormire.

Un’aria caliginosa, un pietrisco sconnesso al posto della sabbia, pezzi di copertone e catrame ovunque, insomma una schifezza di spiaggia.

Ma, in fondo alla breve semiluna, una ragazza.

Era seduta su una sedia sgangherata, di quelle che si usano in chiesa, e guardava intensamente lo sciabordio del mare. Cincischiai con qualche sasso, incerto sul da farsi. Nicola avrebbe cominciato a darmi di gomito e ad allungare il mento, come un tacchino il becco, per indicarmela, come non l’avessi vista già da solo. Gianni invece sarebbe andato verso di lei distrattamente, prendendo a calci i ciottoli e, piantandosi a gambe larghe al suo fianco, con le mani in tasca e lo sguardo perso tra le onde, avrebbe attaccato con il suo pezzo forte, la flora minore del Gran Paradiso. Non era colpa sua se il padre faceva il guardia-parco.

Io rimasi dov’ero ad osservarla da lontano. Non riuscivo da quella distanza a cogliere i contorni del viso, ma mi scocciava avvicinarmi e poi temevo la delusione della racchia; invece così, sfumata da lontano, era un’immagine perfetta. La prima bella immagine da quel mattino. Già, l’immagine! Avevo la soluzione in tasca, o meglio nel borsone, e non ci avevo pensato.

Tirai fuori un medio-tele e lo montai sulla macchina. Puntai l’apparecchio verso l’orizzonte poi, come stessi seguendo il volo di un fantomatico gabbiano, ruotai verso l’entroterra fino a inquadrare la ragazza.

La misi a fuoco.

Cazzo, altro che racchia.

Aveva un profilo delicato e un viso assorto, come piacevano a me. Feci scorrere l’obbiettivo sul suo corpo. Vestiva con una trasandatezza ricercata, jeans slabbrati e una camicia di foggia militare con i primi bottoni slacciati e sotto una maglietta nera; buttato sulle spalle un maglioncino di lana morbida. Loredana era l’opposto, abbigliamento fin troppo curato e trascuratezza dei dettagli, che so i capelli che non aveva fatto in tempo a lavare o un rossetto che stonava. Lei non aveva rossetto, ma al collo luccicava una piastrina d’oro.

Non si era ancora mossa e io nemmeno.

Passò del tempo prima che facesse una cosa straordinaria, che mi lasciò incollato all’obbiettivo il resto del pomeriggio. Frugò nella borsa che teneva tracolla e ne cavò un foglietto sgualcito. Lo fissò a lungo, poi le labbra cominciarono a muoversi. Una mano ondeggiando accompagnava i movimenti della bocca.

Non ebbi dubbi, la ragazza stava cantando. Avrei voluto far tacere il mare per ascoltare, parole e musica. Ma da quella distanza anche nel silenzio più assoluto forse non avrei sentito.

Allora mi sforzai di ascoltare con gli occhi. 

Che incanto.

Imparai dapprima i passaggi più facili, le a finali prolungate a labbra aperte, e le vocali più chiuse con la bocca a cuore, poi riconobbi le inspirazioni che precedevano un pezzo a piena voce, e i passaggi più pacati, un sussurro fraseggiato. Non erano canzonette, era qualcosa di più serio che in qualche modo percepivo in pieno.

Quando tacque avrei voluto applaudire. Lei riprese la posa assorta iniziale, ed era come avesse spento la musica. A me dolevano le braccia per lo sforzo di reggere la Nikon e mi ero seduto all’indiana sui sassi poggiando i gomiti alle ginocchia per tenere più ferma l’inquadratura.

Era quasi sera quando la ragazza si alzò e venne nella mia direzione. L’effetto ravvicinante del teleobbiettivo faceva sembrare che lei camminasse esattamente verso di me. La sua immagine andò lentamente sfocando, finchè alzando lo sguardo me la trovai davanti.

Panico.

–          C’è modo di vedere le foto che mi hai scattato?

–          Non ci crederai, ma non ti ho fotografato.

Lei mi guardò con un’aria tra stupore e rimprovero, come mi chiedesse “non valevo la pena?” Non sapevo cosa rispondere, come potevo dirle che non mi era passato nemmeno per la testa? che era tutto il giorno che facevo foto cretine e con lei non era proprio il caso? Alla fine ci provai:

–          Si fotografa solo ciò che si ha paura di dimenticare.

–          Ah, e perché mai dovresti ricordarti di me?

–          Ti ho sentita cantare in modo stupendo.

–          Da quella distanza?

–          Ti ho ascoltata on gli occhi.

Ero ancora accovacciato a terra così non vidi bene l’espressione del volto alle mie parole, se di fastidio o comprensione. Quando finalmente mi alzai, lei mi disse semplicemente che il canto le aveva messo appetito. Accennando un passo aggiunse che in paese c’era una trattoria che preparava ottim pansotti al sugo di noci. Non disse altro ma i suoi occhi erano un invito.

A Monterosso sarei andato il giorno dopo, o manco.

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22 Risposte to “la quinta terra può attendere”

  1. edp 6 ottobre 2013 a 20:59 #

    eeeee poi?

  2. Cam 6 ottobre 2013 a 21:09 #

    Ma infatti, che succede dopo?
    Inoltre mi chiedo che razza di amici hai… pardon, hanno i tuoi personaggi. 😛

    • massimolegnani 7 ottobre 2013 a 09:58 #

      gli amici sono come i vecchi maglioni di cui sai le macchie e i buchi ma che indossi quando vuoi sentirti bene
      🙂

  3. tramedipensieri 6 ottobre 2013 a 21:25 #

    … mai che incontri di questo tipo avvengano nella realtà…eh, mai mai….
    😦

  4. lilasmile 6 ottobre 2013 a 22:46 #

    Ma sta cosa ti è successa veramente o è un tuo racconto? Scusa ma ti conosco da poco e quindi non so. Comunque se è successo veramente sono anche io curiosa.. e poi?
    Un sorriso 🙂 Lila

    • massimolegnani 7 ottobre 2013 a 10:02 #

      difficile dire. Il fatto è che non invento mai (o quasi) di sana pianta e non racconto mai (o quasi) la verità
      🙂
      ciao
      ml

      • lilasmilel 8 ottobre 2013 a 19:16 #

        Mi preoccupa sto fatto che non dici quasi mai la verità. Una povera donna allora non ti deve credere?

  5. ammennicolidipensiero 7 ottobre 2013 a 13:35 #

    la sensazione di una storia di dieci anni fa con la lucidità del racconto di qualcosa accaduto l’altro ieri. che bello.
    (e comunque, diocenescampieliberi dalla passeggiata dell’amore, che quei sentierini che si inerpicano tra gli ulivi delle cinque terre sono pura poesia, altro che il cemento a pagamento tra riomaggiore e manarola)

    • massimolegnani 7 ottobre 2013 a 14:00 #

      Ah, ora e’ pure a pagamento!

      • ammennicolidipensiero 7 ottobre 2013 a 15:01 #

        mmmmmh… dalla tua esclamazione allora mi sa che c’ho preso, a dire che era un racconto di (almeno) dieci anni fa! 😉

  6. bakanek0 7 ottobre 2013 a 18:04 #

    Ma sai che mi si sono inumiditi gli occhi? Occhi con cui sentire il canto…

    • massimolegnani 7 ottobre 2013 a 21:26 #

      Da quella distanza potevo usare solo gli occhi per sentire il canto!
      ciao bak

  7. the pellons' 7 ottobre 2013 a 21:36 #

    Stai diventando un po’ maiale, sai? E’ la mazzata amorosa sui denti? :-)))

  8. lilasmile 8 ottobre 2013 a 19:18 #

    Ho fatto un casino con il mio avatar! Mi sono incantata anche io..scusa Massimo!

    • massimolegnani 8 ottobre 2013 a 22:44 #

      “Una povera donna” deve credere alle emozioni che incontra leggendomi, quelle sono autentiche
      🙂
      (Non mi pare tu abbia fatto casino)

  9. rossodipersia 8 ottobre 2013 a 21:15 #

    A volte al masochista occasionale capitano delle occasioni che possono rivelarsi occasionalmente come l’ultima occasione.
    Bel vissuto per un masochista!

    • massimolegnani 8 ottobre 2013 a 22:49 #

      ..e il masochista occasionale quelle occasioni le apprezza doppiamente perche’ non avvezzo alla fortuna
      🙂
      ciao

  10. ventisqueras 14 ottobre 2013 a 22:56 #

    a volte a fare i luoghi è lo stato d’animo, forse io vedo un posto che non esiste quando vado, o è il contrario per te 🙂 leggere mi piaciuto, anche se a volte hai calcato troppo su una nonchalanche indefinita
    a rileggerti
    Hola

  11. massimolegnani 15 ottobre 2013 a 10:04 #

    certo, è lo stato d’animo, chiuso o partecipe, che rende belli o sciatti i luoghi.
    e volutamente ho scelto un luogo oggettivamente attraente per sottolineare lo “scazzo” del protagonista, che forse risulta fin troppo insistito (credo sia questo che tu definisci “una nonchalanche indefinita”).
    ciao, ho gradito il tuo passaggio,
    ml

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