I-pod

19 Ott

 

c.calati

c.calati

In tutto quel marasma di fatti strani e supposizioni, divenute ben presto certezze nella testa di Oreste, l’unico pensiero ancora irrisolto riguardava la scelta dell’abbigliamento: optare per giacca e cravatta? scegliere una tenuta informale? o al contrario noleggiare un abito da cerimonia? e soprattutto quale colore privilegiare? il bianco della pace o il rosso di un ideale che finalmente prende corpo?

L’uomo si dibatteva in un’incertezza senza fine. Non erano dettagli di poco conto, in fondo la riuscita dell’incontro sarebbe dipesa dalla bontà del primo approccio.

Ci fosse stata ancora l’Adelaide al suo fianco sarebbe stato facile. Ossignur, avrebbe borbottato spalancando l’armadio e liberando un vestito dalla gruccia, questo, no? E qualunque capo avesse indicato la sua mano, lui l’avrebbe considerata la scelta più giusta. Ma l’Adelaide si era ritirata da tempo sottoterra; quasi un tradimento, l’unico in tanti anni, lasciarlo solo nel periodo più difficile. O forse il periodo si era fatto difficile proprio perché non c’era più lei a suggerirgli i sì e i no, tracce certe su cui muoversi. Anche la casa ora gli sembrava troppo grande, come il vestito usuale indossato dopo un improvviso dimagrimento.

Oreste serrò gli occhi e ripensò con intensità alla moglie, come le si accostasse per chiederle un consiglio. Aide, ma tu che ne dici di queste voci? Immaginò il suo silenzio pensieroso e poi la sicurezza della voce, Oreste, amore mio compagno mio, ti devi fidare di quello che hai sentito con le tue orecchie. Lui mosse la testa in assenso, rincuorato dalle parole. Sai, cara, è quello che ho pensato anch’io, devo credere a me stesso, anche contro ogni logica.

E lui le voci da qualche tempo le stava sentendo, sempre più distinte.

L’uomo guardò l’aggeggio minuscolo che in pochi mesi gli aveva cambiato la vita. Un regalo di sua figlia, serve per ascoltare musica, pà, ci ho già messo dentro di tutto, ti farà sentire meno solo. L’aveva fissata senza capire, l’occhio acquoso riconoscente per il gesto e smarrito per l’oggetto. Era passato del tempo prima che avesse provato ad usarlo, ne diffidava, troppo piccolo e troppo misterioso, cosa poteva mai contenere?

Una sera, sopraffatto dalla solitudine, come da un’acqua già alla gola, finalmente si era rivolto a quell’ultima risorsa. Gli auricolari impacciati nelle orecchie, aveva provato a pigiare un po’ di tasti finchè era partita della musica. Le grosse dita su quei minuscoli bottoni lo facevano saltare senza sosta da un brano all’altro, armonie e suoni dissonanti in una confusione stordente. Quello che proprio non capiva era se stesse ascoltando musica già stipata non sapeva come in quella scatoletta non più grande di un pacchetto di fiammiferi o se captasse sul momento suoni dall’etere, come da bambino radio Praga, il notturno finlandese, la musica balcanica, quando ruotava a caso la manopola del misterioso mastodonte che troneggiava in sala. Comunque fosse, quella sera si lasciò cullare dai suoni che si accavallavano disordinatamente nelle orecchie e forse s’assopì. Forse dormiva quando percepì la prima interferenza, una voce incuneatasi tra note e fruscii, poche parole incomprensibili che quando sbarrò gli occhi in ascolto erano già svanite. Passò la notte a inseguire invano quella voce strana, senza sesso e senza senso, che gli si era inchiodata in testa. Aveva sognato? Forse, ma dopo quella prima volta aveva tentato, sera dopo sera, di ristabilire un contatto, tutto il corpo teso a setacciare i rumori di sottofondo come un radioamatore che scandaglia il cielo. Radioamatore! La parola lo riportò indietro di mezzo secolo, quando a casa dei fratelli Judica aveva ascoltato trepidando le voci coraggiose dei cosmonauti russi, i pionieri dello spazio che nello spazio andavano perdendosi per far trionfare la gloria comunista. Quanto dramma e quanto orgoglio in quelle notti, quanta ammirazione per quegli oscuri eroi perdutisi nel nulla. E ammirazione ancora più grande, poco più avanti, per Gagarin, il primo a tornare vincitore sulla terra. Sembrava l’inizio dell’era nuova, ma  poi un silenzio lungo, gli anni bui del sorpasso americano. E venne la sconfitta dell’Idea prima in cielo poi in terra, lo sfacelo e lui a picco assieme all’ideale tramontato.

Oreste aveva subito quei rovesci come un fallimento personale, ma in cuor suo non aveva mai smesso di sperare che quegli uomini lontani, i primi pionieri, non fossero svaniti nel nulla, li sognava ancora in orbita o approdati ad altri mondi. Da lì prima o poi sarebbero tornati sulla Terra a guidare la riscossa.

Li aveva aspettati cinquant’anni e ora erano lì che lo chiamavano.

Aveva impiegato notti in bianco nel tentativo di decifrare voci e suoni da quel piccolo strumento misterioso, un lavoro frustrante di trascrizione e studio. Errori, equivoci, tempo perso a battere sentieri sbagliati, un labirinto inestricabile. Aide, non capisco la loro lingua, non è italiano, non è inglese, non è cirillico, forse non è nemmeno una lingua come la intendiamo noi. Come posso fare? Ma questa volta neanche sua moglie gli era stata d’aiuto, tranne che per quella mano che gli era sembrato si posasse sulla spalla in un incoraggiamento muto. E, grazie a quel tocco così caldo, Oreste aveva compreso che stava sbagliando metodo. Non doveva farsi guidare dalla logica, ma dal sentimento e dall’immaginazione. Allora si abbandonò sulla poltrona e a mente sgombra si mise a ripercorrere l’avventura di quei cosmonauti ignoti, rifece con loro il viaggio fino a planare in mondi sconosciuti, condivise gli stenti degli inizi, i primi difficili contatti con la popolazione locale e ammirò i modi pacifici con cui poco alla volta  i suoi eroi avevano intessuto un legame con gli indigeni. Li seguì negli anni mentre diffondevano tra quella gente il messaggio e il seme. E alla fine comprese. Ora è chiaro, Aide, la chiave è il seme, il seme che col tempo ha germogliato. Quelli che mi hanno annunciato l’arrivo non sono i vecchi cosmonauti, ma i loro figli, forse i figli dei figli.  Non sanno la lingua dei padri, ma hanno assimilato il loro spirito e il loro credo. E ora vengono per me.

Poche ore all’alba. Oreste insonne apre l’armadio e afferra vestiti a casaccio. Li ficca in una valigia insieme a vecchi documenti di quando era segretario di sezione e a qualche sua foto tra gli operai in sciopero. Poi esce in giardino, scruta le stelle che vanno impallidendo, quale sarà la stella giusta, si chiede, ma in fondo non importa, qualunque mondo mi andrà bene. Si volta, dà un ultimo sguardo alla casa dove ha vissuto la vita intera, nessun rimpianto. Lo colpisce il bianco della facciata e il rosso della vite vergine che va appassendo. Sorride. Anche questo è un segno, mormora tra sé,  il bianco e il rosso, la pace del proletariato, il futuro radioso ormai vicino. E resta lì, piantato in terra come una bandiera, tra il melograno e il salice, ad aspettare che dal cielo scendano a portarlo via.

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15 Risposte to “I-pod”

  1. lilasmile 19 ottobre 2013 a 23:55 #

    Sembra di cogliere l’attesa di Oreste, lo sguardo verso quel qualcosa di nuovo. Mi è molto piaciuta l’immagine di lui come una bandiera, tra il melograno ed il salice che aspetta..
    Quando i suoni e la fantasia portano lontano..
    Un sorriso, Lila

  2. ammennicolidipensiero 20 ottobre 2013 a 01:15 #

    il melograno ed il salice… due piante di una bellezza infinita. non possono essere scelti a caso.

  3. Denise Cecilia S. 20 ottobre 2013 a 13:38 #

    Un bel racconto, con un bello stile.
    Mi ha sorpreso, perché ad un certo punto ho cominciato ad aspettarmi che l’I-pod rimandasse ad Oreste la voce della moglie, non solo registrata ma nel presente.
    (Forse, però, in questo vengo sistematicamente influenzata da desideri personali, e traviso gli indizi nel testo).

    • massimolegnani 21 ottobre 2013 a 09:51 #

      ..ma Oreste non aveva bisogno di sentire nell’i-pod adelaide, la voce della moglie lui la portava dentro!
      (spesso leggendo “ci si fa un proprio film”..lo ritengo un fatto positivo, di coinvolgimento emotivo che porta quasi a deragliare :-))
      grazie

      ml

      • Denise Cecilia S. 21 ottobre 2013 a 17:04 #

        Infatti… distorsione mia, che però non mi dispiace 😉
        Un’incursione nell’EVP, eheh.

  4. rossodipersia 20 ottobre 2013 a 22:00 #

    Ho letto la tua storia questa mattina appena sveglia. Mi ha lasciata perplessa al di là della della compunta perfezione stilistica, c’era qualcosa dietro che non riuscivo a cogliere. Adesso è sera e ho capito che non c’è nulla da capire tranne quella sensazione di sperdimento e solitudine che circonda Oreste, quella paura della solitudine che non è assenza di vita ma assenza d’amore: lui si perde sulla terra (nella realtà) e si ritrova nello spazio (nel sogno).

    • massimolegnani 21 ottobre 2013 a 09:58 #

      però, RdP, non è un “sogno” vero e proprio, è una deriva progressiva provocata da un fraintendimento di piccoli segni, i fruscii, le voci fuori campo nella musica caricata (mi era successo qualcosa di analogo, le interferenze non il deragliamento, con un i-pod pre-caricato da mia figlia) e soprattutto dal grande anelito che non tutto fosse perduto del suo ideale politico-sociale.
      ciao
      ml

  5. the pellons' 21 ottobre 2013 a 10:55 #

    Pensa lo sceneggiatore: ieri ho preparato l’ipod al dr che parte per due settimane, e lui ha passato il pomeriggio a girar per casa con su le cuffiette sostenendo di ascoltare la traviata. Dici che invece aspettava un segnale anche lui?
    (e abbiam fatto spremuta di melograni).

  6. massimolegnani 21 ottobre 2013 a 12:16 #

    sicuramente!
    l’i-pod è uno strumento diabolico, sai

  7. bakanek0 21 ottobre 2013 a 14:01 #

    Per me Oreste se lo sono portato via davvero!

    • massimolegnani 21 ottobre 2013 a 18:25 #

      Oreste mi ha appena scritto da LeninPlanet, in non so quale galassia. E’ felice, dice.
      🙂

  8. ili6 23 ottobre 2013 a 14:24 #

    Ah, le nostalgie! Possono portare davvero lontano…
    Scrivi molto bene, complimenti.
    M.R.

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