horror vacui

22 Nov
photo by c.calati

photo by c.calati

 Avevamo tempo e spazio nella nuova casa, qui in campagna. Le due camere e cucina una memoria stretta ormai lontana, ora tante stanze, nicchie, corridoi, balconi come in una reggia, roba da poter scegliere di sera in sera dove piazzare i materassi. Già, i materassi, perché un letto vero ancora ci mancava, come altro necessario, tutti i soldi esauriti nell’acquisto. Così, pareti bianche e pavimenti ampi come un pattinaggio. E quel senso allegro del vuoto da riempire con la fantasia più che col denaro, qui potremmo mettere, là ci starebbe bene. Era la stagione dei progetti da fare a sera e disfare al mattino per proporne altri.

E intanto dominava il bianco e quasi rimbombava il suono.
Poi siamo diventati ricchi a sufficienza e ti è venuta la frenesia o l’angoscia, ancora non distinguo il piacere dall’orrore, di colmare il vuoto, come una falla da tappare. E a ondate sono entrati in casa ninnoli ed oggetti, cassapanche, quadri, tappeti, armadi.
Forse è il naturale evolversi del tempo e dello spazio, non discuto, ma io mi sono smarrito in questa selva di cose irrinunciabili.
Prima mi sono rintanato sul divano, che di fronte aveva l’unica parete ancora immacolata, dove poco prima del tramonto il sole proiettava gli alberi, i rami inscheletriti dall’inverno a impressionare e le ombre corpose in continuo movimento nel vento dell’estate, era un cinema gratuito.
Poi, quando un tendone sul terrazzo ha spento il proiettore e mentre nuovi soprammobili, sgomitando per un posto al sole, sedimentavano a fatica sui ripiani, ho chiesto asilo politico in cucina, la stanza ancora spoglia dominata dalla stufa. Lì solo il necessario, una seggiola imbottita adatta alla lettura, un tavolone da osteria, due panche, un bancone piastrellato, nostro orgoglio, dove preparare cena e fare colazione.

Ma ben presto hai fatto entrare di soppiatto accanto all’utile il superfluo, con la scusa dell’estetica e la filosofia del riutilizzo, la grande rastrelliera in legno dove i contadini accatastavano forme di pane e noi gli asciugamani, i mestoli, i bastoni da polenta che la polenta la facciamo due volte l’anno ma ne abbiamo dieci  per girarla. E i venti modi differenti per stappare il vino, cavatappi anche ingombranti da parete, come questa fosse un’osteria sempre piena di avventori. La conca per la frutta, la piattaia, la coltelleria, la grande lisca di ceramica, io che di pesce mangio solo tonno in scatola, i tanti mattarelli, di vetro, in legno, in terracotta, che ci sarebbe da tirar la pasta per giornate intere, le teiere, gli sgabelli impagliati, i salami appesi da non magiare per non sciupar la simmetria, lo scolapiatti dal disegno ardito e tanto scomodo, le zuppiere che la minestra a me piace passarla direttamente dalla stufa al piatto. Insomma è stata una marea lenta e quasi inavvertita che mi ha sommerso inesorabile.

Così sono scappato in alto, mi sono rifugiato su in mansarda.
Sto bene qui, tra gli scarti della casa e le parole ritagliate nella mente da riportare sopra un foglio bianco o sullo schermo.
Sto qui per delle ore dimentico di tutto, una pace da solaio. Poi scendo quando è buio a immaginarmi pochi oggetti intorno, che ce n’è di belli sai, confusi nella folla. Mi sento un archeologo speciale che deve disseppellire solo il campione di valore, tra tanta paccottiglia.
Prendi i gufi, per esempio, la sterminata mensola dove li hai schierati a mille, non diversi dall’esercito cinese in terracotta, statue interrate tutte uguali, tranne qualcuna davvero fascinosa.
Così, tra tutti, rispolvero il gufo a coppia con il riquadro in legno. Lo sfioro e mi ricordo dei passi persi nella Selva di Boemia, con Titta che piluccava mirtilli e bacche dai cespugli a calmare la fame come un gioco e noi un poco preoccupati di non trovare il sentiero giusto per i passi del ritorno. E poi comparve il chiosco. Un caffè, qualche panino e tanti souvenir  orrendi, ed il più brutto era proprio questo, ma…“guarda, la mamma gufa e la gufetta, come noi”, così adesso è qui, a far mostra di sè, l’unico forse, presente giustificato.
Ma riconosco che è bello scoprirlo quasi a caso tra i molti e i troppi.
Come i rami appesi lucidi in cucina. A me risalta quell’unico brunito, troppo vecchio per cedere alla spazzola e allo straccio. Scuro mi dice la sua storia ed io lo salvo. E così, uno dopo l’altro, salvo il blu di un solo piatto di Copenaghen, quello col cavallo e il fieno, salvo la stadera di tua nonna, il mantice mezzo spolmonato che non so da dove viene e ancora uso nel camino, la pendola infiacchita di tua zia, la ragazza seminuda che mi guarda da un dipinto di tuo nonno. Pezzi vissuti di quando io non c’ero.

E ogni notte, quando spengo le luci, dopo la rassegna degli oggetti, mi rendo conto d’aver salvato qualcosa di diverso dalla notte precedente. Allora, forse, ti sono grato per l’opportunità di scegliere tra i tanti, gli uni e gli altri sempre diversi.
E mentre salgo verso la camera da letto, mi riconcilio. Sorrido all’horror vacui tuo e al mio patire l’assedio delle cose.

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38 Risposte to “horror vacui”

  1. litedinnamoratoconilmondo 22 novembre 2013 a 12:38 #

    “Poi siamo diventati ricchi a sufficienza e ti è venuta la frenesia…”,
    “…la sterminata mensola dove li hai schierati a mille…”. Stimando i Tuoi brani oltre che per i contenuti anche per l’eleganza, mi ritrovo sorpreso di fronte ad un brano, a mio modesto parere, bisognoso di rilettura. O forse sono anche queste scelte stilistiche?
    Un “parlato”, quasi, che stride con la raffinatezza di alcune immagini evocate attraverso espressioni che invece, nei Tuoi brani, riconosco (sublime l’ultima, “…al mio patire l’assedio delle cose”).
    Mi chiedo se non fosse proprio questo stridore, il Tuo intento…

    • massimolegnani 22 novembre 2013 a 12:57 #

      è una scelta, non so quanto riuscita, questo stile colloquiale, che non rinuncia nemmeno a errori e forzature d’italiano a vantaggio (?) di un’immediatezza di lettura.
      i commenti che contengono osservazioni e critiche sono benvenuti, significano attenzione di lettura e possibilità di riflessione (autocritica?) per chi scrive.
      quindi grazie
      🙂
      ml

      • litedinnamoratoconilmondo 22 novembre 2013 a 13:15 #

        Prego. La penso esattamente come Te e scoprirlo mi fa molto piacere.

      • ammennicolidipensiero 22 novembre 2013 a 14:16 #

        a me piacciono molto le incursioni colloquiali, anche quelle che non rinunciano a sgrammaticature o forzature, se usate con parsimonia. trovo che tu le sappia ben dosare: non troppe, al momento giusto. la nostra lingua è preziosa anche in questo.

  2. ammennicolidipensiero 22 novembre 2013 a 14:17 #

    (e comunque capisco perfettamente la sensazione da horror vacui. a me genera un incontenibile desiderio di combustione, per altro ;))

    • massimolegnaniMassimolegnani 22 novembre 2013 a 15:38 #

      Pero’ capisco che un certo modo di scrivere, gli ablativi assoluti, le frasi senza verbo e altre sgrammaticature, possa non piacere o dare l’impressione di essere stato tirato su alla meno peggio, non devo abusarne.
      (Ma se facessimo un falo’ di tutte le cose sedimentate in casa, poi saremmo i primi a dispiacercene, che quelle ciabatte di mio nonno dovevano essere cosi comode!)
      Grazie 🙂
      ml

  3. arielisolabella 22 novembre 2013 a 15:05 #

    Sono assediata dalle cose cariche dei loro ricordi e godo. Un caro saluto ( mi è’ piaciuto tanto questo pezzo)

    • massimolegnaniMassimolegnani 22 novembre 2013 a 15:41 #

      Posso fare una battuta sessista?
      Le donne sono come i gas, occupano tutto lo spazio che hanno a disposizione!
      Ciao ariel,
      un sorriso
      ml

      • arielisolabella 22 novembre 2013 a 15:49 #

        Hai ragione!!!! Sopratutto….gli armadi! 🙂

  4. graziaballe 22 novembre 2013 a 15:15 #

    Devo ammettere che sei bravo ad aver trovato questa quadratura, questo modo per andare d’accordo col cimelio che imperversa! Io non so se lo sarei altrettanto.
    Quanto allo stile…prchè? c’era qualcosa che non andava? 🙂

    • massimolegnaniMassimolegnani 22 novembre 2013 a 15:45 #

      🙂
      forse, sparissero d’incanto tutti gli oggetti che pendono dai muri e coprono i pavimenti, il primo a dolersene sarei io!
      noi uomini, io almeno, siamo contorti 🙂
      ml

      • graziaballe 22 novembre 2013 a 16:04 #

        nnnnooooooo! un UOMA!!!! 😀

  5. massimolegnaniMassimolegnani 22 novembre 2013 a 16:12 #

    Ahah
    !!!
    🙂

  6. the pellons' 22 novembre 2013 a 17:21 #

    Perchè mi par di aver già letto questo? Leggo nel pensiero?

  7. Enripoppins 22 novembre 2013 a 19:12 #

    Salvare un oggetto per salvare un ricordo o un pezzetto, anche minuscolo, di vita: che ci appartenga o no è indifferente. Ricordi persi tra il caos quotidiano dell’inutilità che pure ci imprigiona, o per meglio dire, dalla quale ci siamo fatti imprigionare senza una reale ragione, inconsapevoli e distratti da tanta abbondanza. Bellissimo questo post.

    • massimolegnaniMassimolegnani 23 novembre 2013 a 01:29 #

      E’ che alla fine non riesci piu’ a distinguere l’utile dal superfluo, tutto diventa “irrinunciabile”
      Grazie Enri
      ml

  8. menteminima 22 novembre 2013 a 20:08 #

    Sappi che ho letto il tuo post tante volte, ogni volta mi sembra una cosa diversa, lo rileggerò domani sperando di riuscire a dire una cosa sensata.
    … nemmeno un goccio, giuro 🙂

    • massimolegnaniMassimolegnani 23 novembre 2013 a 01:25 #

      Domani prendi almeno un goccio prima di leggere, aiuta!
      Poi mi dici
      🙂

      • menteminima 23 novembre 2013 a 12:00 #

        Conoscevi le proprietà della bonarda? Illuminante!
        Il tuo post, come sempre, è molto bello, mette insieme tanto. Tu hai la capacità di mostrare (che bella parola!) altro descrivendo “cose” .

      • massimolegnani 23 novembre 2013 a 12:20 #

        A colazione poi, con un po’ di marmellata, e’ strepitosa, quasi stupefacente! Abusane! Ciao ml (grazie)

        > Date: Sat, 23 Nov 2013 10:00:03 +0000 > To: agilulfo_@hotmail.it >

  9. gelsobianco 23 novembre 2013 a 01:11 #

    Una vita insieme. Insieme davvero. Le differenze ad unire e non a dividere.
    “E mentre salgo verso la camera da letto, mi riconcilio. Sorrido all’horror vacui tuo e al mio patire l’assedio delle cose.”
    Una dichiarazione dell’amore più vero alla compagna della tua vita.
    Il tuo renderti conto profondo di quanto tutto quello che riempie lo spazio, che tu avresti voluto vuoto, ti unisca ancora di più a lei, alla vostra storia, ai vostri ricordi.
    Mie sensazioni alla primissima lettura del tuo scritto, che ha uno stile volutamente colloquiale, che fa cogliere più immediato il calore di casa tua, calore vivo della legna che brucia nel cammino.
    ml, quanto, quanto mi comunichi, scaldandomi dentro.
    E… ti sorrido
    gb

    • massimolegnaniMassimolegnani 23 novembre 2013 a 01:23 #

      “Le differenze a unire non a dividere”
      Ecco dov’e’ il senso di quello che ho scritto, io che mi chiedevo rileggendomi!
      Brava gb, grazie
      ml

  10. Pablo 23 novembre 2013 a 19:41 #

    Progetto architetture d’interni e quando posso evito il più possibile i piani orizzontali per evitare il “deposito” di oggetti di ogni tipo.
    In casa mia, quando faccio pulizie, butto via sempre qualcosa. Quelle importanti resta dentro di me.
    Ma tu come al solito hai scritto un pezzo da conservare.
    Pablo
    P.S. Perdonami per l’assenza, ma in questo periodo sono particolarmente occupato.

  11. pattylafiacca 23 novembre 2013 a 20:48 #

    Ma quella della foto è casa vostra ?…. Quando parli di ninnoli e oggetti non intendo così tanti, vero ?!…. Cioè, tipo in quella foto , dove ci si appoggia ?

  12. rossodipersia 24 novembre 2013 a 21:43 #

    Ho letto nei giorni scorsi troppo di fretta e sono tornata per dirti che adoro la tua casa, mi ci potrei perdere per giornate intere ad osservare ogni oggetto. Anch’io sono diventata una collezionista del nulla, forse dipende dall’età, forse si ha paura di dimenticare. Anche per te è andata così: di giorno ti rifugi nell’essenziale, ma la notte ti fermi a ricordare.

    • massimolegnaniMassimolegnani 24 novembre 2013 a 23:23 #

      Ti confesso, Rosso, che al di la’ dei miei mugugni anch’io adoro questa casa, cosi’ com’e’, come un’amica di cui ami pregi e difetti.
      Ciao, bello che tu sia tornata per dirmi,
      ml

  13. viaggiandonam 24 novembre 2013 a 22:44 #

    Li ho visti tutti gli oggetti, uno ad uno. E la parete prima e la parete dopo. Mi sono immaginata spazi che si popolano e ho pensato che mi sarebbe piaciuto avere un posto così, per poco poco però. Dopo avrei bisogno di tornare a respirare lo spazio, sui pavimenti, pareti, finestre, mensole. Sono ammessi solo libri. E sporadicamente candele.

    • massimolegnaniMassimolegnani 24 novembre 2013 a 23:31 #

      La parete prima e la parete dopo sono metafora della vita, di come la si vorrebbe, contraddittoriamente, ricca di esperienze ma anche ancora o di nuovo vergine di avvenimenti
      Grazie Nam
      ml

  14. bakanek0 25 novembre 2013 a 15:44 #

    Il risultato di tanto ingombro è la fotografia che hai postato? Allora sono donna, donna, donnissima! Il titolo? Meraviglioso!

  15. ire 25 novembre 2013 a 15:55 #

    Io invece ho una casa vuotissima, magari le prendo anche le cose, ma poi le do via, sono come i giapponesi, non so perchè, qualche anno fa ho preso tutto e fatto spazio. I ricordi li ho nella testa, quella sì che è ingombra! Bellissimo il tuo scritto.
    PS: nada, i commenti non funzionano ancora, mi hanno detto di avere pazienza e paziento.

  16. tempodiverso 5 dicembre 2013 a 20:19 #

    l’assedio delle cose…come lo conosco bene! io cerco di fare spazio, ma mi viene difficile separarmi da alcune cose, ogni cosa ha un significato, rimanda a qualche momento.

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