trattoria della sera

8 Dic
photo by c.calati

photo by c.calati

 

Amo le penombre discrete della sala come pure l’abbagliare di piastrelle e di lucidi tegami qui in cucina. E tra questi due ambienti contrapposti mi divido.

Questo ristorante mi appartiene, non tanto per possesso quanto per similitudine, che il luogo è fuori mano, il nome scarno, le indicazioni un press’a poco, la luce esterna fioca. Tutti segni che assomigliano al mio orgoglio minimo e tenace, che preferisco il dentro al fuori.

Mi piace che mi vengano a scoprire alla spicciolata, per scelta, qualche volta per un passaparola bisbigliato, o che siano guidati dalla fame e dall’intuito. E che qualcuno poi se ne vada sorpreso e soddisfatto.

Il locale è uno stanzone ricavato dalla sacrestia di una pieve diroccata; davanti ha la campagna, alle spalle la collina. Il soffitto è una volta rossa di mattoni, il resto, pareti e pavimento, è pietra. Ma non pensare alla freddezza, che la pietra sa prendere calore dal camino e lo diffonde intorno.

L’arredamento è sobrio, niente frivolezze, pochi tavoli, qualche poltrona e due seggiole di paglia per chi voglia rallentare il pasto. Sopra un leggio di ferro nero riposa un foglio: “Chiunque tu sia, provvedi  alla fiamma del camino, mentre io provvedo alla tua cena. Così restiamo pari.”

In effetti, la prima cura, quando arrivo ad aprire il locale al pomeriggio, è per il camino, lo alimento in un crescendo di legni fini e ciocchi via via più grossi che facciano fuoco vivace e abbondante brace, in modo che, quando un ospite volesse stare al gioco, si senta soddisfatto del proprio gesto anche inesperto, che pure un legno inadeguato subito ravviverà la fiamma.

Poi vado in cucina a preparare sughi, salse, impasti, e tutto quanto posso iniziare per tempo, che sono lento e solo e non mi piace far attendere troppo quando arrivano i clienti.

Ma ci sono sere in cui i clienti non arrivano. E allora porto in sala i piatti che ho comunque cucinato, mi siedo al tavolo più vicino al fuoco e mi metto a mangiare le tagliatelle alla grappa e il risotto di campagna, il pasticcio di fagiano, il lardo al miele, la tagliata aromatizzata col ginepro, la torta Novecento. E vado avanti ore ad abbuffarmi in un’ubriacatura di cibo più che di vino, come un poeta che a voce alta ripete all’infinito i propri versi che nessuno legge mai. Perché mi sento un poeta qui in cucina, ci metto l’anima nelle portate da approntare. Non mi considero un cuoco di professione, ero altro, poi mi ha preso la passione. Ma che passione è se non la puoi mostrare agli altri?

E ci sono sere ancora peggiori che non la sala vuota, quando questa si riempie di persone odiose, che sono tanti i tipi che mal sopporto e me ne basta uno a sera per rovinarmi il fegato.

Sai quelli ricchi di spocchia e soldi, e gli altri, quelli superbi che si divertono a fare commenti perfidi, “porti via, non l’ho assaggiato ma già l’odore è disturbante”, oppure quelli che non capiscono e pretendono, “se le ho ordinato un Brunello, lei non mi può dire che non lega con il mio branzino alle olive, lei me lo porta e zitto, che io pago e caro.”

E poi le donne, quelle che mangiano in punta di coltello arricciando il naso, quelle dai gesti misurati come un fastidio, quelle che non si sfilano la pelliccia “che questo posto è umido e malsano” e non si chinano a sporcarsi le mani con la legna e scuotono la testa con irritante grazia  mormorando “che bizzarria”. E a me prende una rabbia che strapperei a loro le perle al collo e squarcerei le scollature, per il gusto di vedere il seno tremebondo e finto prima di un gesto smisurato di paura e sentire un grido autentico uscire da quelle bocche di fine porcellana.

Mi prende rabbia, ma di fatto chino il capo, fingendo di non vedere e non sentire, divento una scimmietta scimunita. Attizzo il fuoco, ritiro i piatti non amati, servo il Brunello sul branzino e mi isolo in cucina, giurando che domani chiudo.

Ma poi non chiudo, perché ci sono anche serate benedette. Le sere che fuori piove ed entra una coppia infreddolita che si precipita al camino, le mani allegre sulla fiamma. Lei si guarda intorno con occhi di bambina, che bambina non è più da tempo, vede il leggio, ne accarezza il ferro brunito ed esclama divertita “qui dice di ravvivare il fuoco. Dai, proviamo!”. E lui raccoglie la sfida, si dà da fare con la legna ma è maldestro, piazza ciocchi troppo grossi che soffocano la fiamma, cerca di rimediare con il mantice e poi si china e si spolmana finchè il fuoco riprende con vigore. E loro si abbracciano come una vittoria e poi si lasciano cadere sulle seggiole di legno a godersi il bel calore e ridono per gli sbaffi di fuliggine sul viso. Solo allora io compaio, ma dalla cucina ho seguito dall’oblò ogni loro gesto. L’ho capito appena entrati che questi due mi sarebbero piaciuti.

Ho due calici di spumante d’Erbaluce con cui do loro il benvenuto. Lei beve d’un fiato, emette un sospiro e ride, sembra cercare nei miei occhi l’assoluzione per l’etichetta trascurata. E il mio sorriso è perdono e approvazione. Ha occhi scuri e grandi che riverberano le fiamme e piccole rughe nel sorriso che mi dicono la vita. Lui sorseggia placido, lo sguardo fisso su di lei, e non capisci se stia gustando lo spumante o lo spumeggiare della donna, orgoglioso che sia sua. Mi è simpatico quest’uomo e quando dice “vogliamo passare una serata piacevole, ci porti cose buone” senza informarsi sul menù, lo abbraccerei come un amico.

E invece mi affretto verso la cucina domandandomi quali piatti siano più adatti a loro. Ma prima  appendo all’uscio il cartello di completo, anche se loro sono gli unici clienti, che una serata così non la voglio rovinare.

 

 

Annunci

27 Risposte to “trattoria della sera”

  1. rossodipersia 8 dicembre 2013 a 21:15 #

    Un luogo magnifico dove si mangia tenendosi per mano accanto al calore del camino che ti costringe ad arrotolare il collo alto del maglione e a rimboccare le maniche. Un luogo che ti permette di vedere gli occhi dell’altro lucidi e fiammeggianti per un guizzo imprevisto della fiamma. Un posto magico governato da un elfo.
    Che cafonata il branzino col brunello!
    Ciao ml

    • massimolegnani 9 dicembre 2013 a 12:59 #

      ciao Rosso, sai mi sarebbe piaciuto aprire un ristorante. penso che sarei fallito nel giro di una settimana, ma sognarlo non mi costa niente.
      🙂

  2. graziaballe 9 dicembre 2013 a 13:26 #

    Ma che gente ragazzi!
    Eppure ce n’è di quelli che anche io, pensandomi cuoca di un ristorante, non amerei avere come clienti!!
    Ma io sono dispettosa, ho sempre pensato che rovesciare un piatto distrattamente sulla pelliccia di una iena non fosse poi atto grave! 😉

    • massimolegnani 9 dicembre 2013 a 17:47 #

      Tu quoqua, filia mea!
      Scusa, quando ho ho letto “io cuoca” mi si e’ accesa la stupidera
      🙂
      ml

      • graziaballe 10 dicembre 2013 a 10:30 #

        ahahhahha!!! ma io come cuoca accenderei soprattutto quella! 🙂

  3. bakanek0 9 dicembre 2013 a 16:14 #

    Mi piace! Con i piatti che hai suggerito, l’ambiente che hai descritto, il fuoco, la strada da guadagnare, e tu a preparare e accompagnare, diverrei cliente fissa e amica.

  4. ili6 9 dicembre 2013 a 16:32 #

    Ma che bello questo racconto! Peccato che venga intristito dal passaggio dei clienti ineducati, ma nella vita bisogna fare i conti anche con questi individui che, però, non saranno capaci di spegnere gli entusiasmi di ciò che si ca con passione e per passione.
    Complimenti, letto e gustato lentamente, come si conviene a un buon piatto davanti al camino.

    • massimolegnani 9 dicembre 2013 a 17:51 #

      Ecco, nel commento hai accennato a una metafora, “nella vita bisogna fare i conti…”, mi fa piacere perche’ la trattoria la si puo’ intendere anche in quel senso.
      grazie
      ml

  5. ventisqueras 10 dicembre 2013 a 01:16 #

    mi ha ricordato certe novelle di Nathaniel Hawrthorne dove la minuziosa descrizione dei cibi e dell’ambiente ne tracciavano un raffinato quadro
    grazie

    • massimolegnani 10 dicembre 2013 a 14:57 #

      I cibi sono un’occasione per parlare, sia che li si mangi sia che li si descriva
      🙂
      ml

  6. ire 10 dicembre 2013 a 11:09 #

    Dici che avresti fallito? Invece io credo che siano proprio questi, i luoghi, ad avere successo. I luoghi, non i posti. Bello bello bello, anche la foto. All’inizio pensavo che, più che la descrizione del ristorante, fosse una descrizione di te.
    La torta Novecento?

    • massimolegnani 10 dicembre 2013 a 15:01 #

      In fondo non pensavi mica sbagliato 🙂
      ciao
      ml
      PS la 900 e’ una torta a base di crema al cioccolato, tipica di Ivrea (buonissima!)

  7. agane 10 dicembre 2013 a 14:02 #

    ma esistono posti così?

    • massimolegnani 10 dicembre 2013 a 14:54 #

      La domanda, semmai, e’ un’altra: se mi trovassi, io lettore,a mangiare in quel ristorante, come verrei visto? Sarei il cliente con soldi e spocchia? Sarei quella coi gesti misurati di fastidio o mi sporcherei le mani col camino?
      🙂
      ciao
      ml

  8. the pellons' 11 dicembre 2013 a 11:56 #

    Io voglio le tagliatelle alla grappa.

    • massimolegnani 11 dicembre 2013 a 14:20 #

      Sara’ subito servita.
      Vuole togliersi la pelliccia e attizzare il fuoco?
      O non e’ il tipo?

      • the pellons' 11 dicembre 2013 a 14:26 #

        Non sono il tipo da pelliccia, ma tolgo subito il barbour e attizzo il fuoco e metto le mani a scaldarsi, e se posso, metto anche il naso in cucina.

  9. prishilla 12 dicembre 2013 a 00:32 #

    Io mi sento spesso la metà di quella coppia e adorerei il tuo ristorante ( e lo spumante d’Erbaluce :))

    • massimolegnani 12 dicembre 2013 a 01:33 #

      giusto, si può essere anche solo la metà di quella coppia (…la metà giusta!) ed essere ugualmente ben accetti.
      Erbaluce a te, prish
      🙂

      • Prishilla 12 dicembre 2013 a 10:38 #

        la coppia c’è tutta intera, in verità, 🙂 ma è bello il tuo pensiero!

  10. massimolegnani 12 dicembre 2013 a 16:55 #

    …ma sono convinto che l’oste t’avrebbe accolto più volentieri sola 🙂

    • Prishilla 12 dicembre 2013 a 18:44 #

      l’altra metà della coppia mangia con un gusto tale – ed è così bravo a riconoscere le cose buone – che, credimi, mi mette in ombra nel cuore di qualunque oste degno di questo nome!! 🙂

  11. gelsobianco 14 dicembre 2013 a 02:04 #

    Mi hai coinvolta completamente con questo tuo racconto, ml.
    Profondamente.

    “L’uomo-camino” dà calore a chi sa coglierlo. Sì. …a chi sa coglierlo.
    E’ il protagonista del tuo racconto “l’uomo-camino”! 🙂
    E’ un uomo con un suo particolare modo di essere, schivo, con un orgoglio “minimo e tenace”, aperto di più verso il dentro che il fuori, con una sua grande passione, che vuole condividere.
    Quest’uomo si arrabbia e piega il capo, in un certo suo modo, senza perdere dignità, di fronte alla stupida arroganza, ai capricci di chi crede di poter aver tutto pagando.
    E questo uomo si commuove e si intenerisce ai gesti e ai sentimenti di persone autentiche, alla loro vera “semplicità”. Dimentica il suo guadagno pur di far continuare quel sorriso speciale in due persone che vogliono passare una serata piacevole, con cose buone.
    Oh, ml, sei tu “l’uomo-camino”! Sì. Sei tu! 🙂
    La “trattoria della sera” è una metafora della vita. Io la percepisco così.

    Ho visto, poi, in quella coppia di un uomo e una donna, che dividono il loro tempo tra di loro, con desiderio e gioia, che si divertono con poco, che amano quel loro essere insieme, un “proseguimento” della coppia che si stava formando nel tuo “la quinta terra può attendere”.
    E’ la “tua” coppia, ml, non necessariamente reale, ma idealizzata, che tu tratteggi anche in altri tuoi scritti.
    Un mio caldo sorriso, ml.
    gb
    Anche la tua fotografia diffonde calore vero.

    • massimolegnani 14 dicembre 2013 a 11:55 #

      ecco, sì, la coppia che alla fine de “la quinta terra può attendere” cerca un ristortantino potrebbe essere quella che entra nella trattoria della sera. Mi piace qusto collegamento ideale.
      grazie gb per il bel commento
      ml

  12. monika santi 5 gennaio 2014 a 13:19 #

    io un posticino un po’ come questo lo conosco (ma il tuo è “magnificato” diciamo);
    è un posto in cui, anche se d’istinto ci andrei sempre, mi curo d’andare con persone e in tempi selezionati, perchè credo questo: alcuni luoghi meritano il rispetto e il meglio di noi, e loro in cambio ci danno ‘una serata piacevole’.

  13. massimolegnani 5 gennaio 2014 a 19:03 #

    Saresti una cliente perfetta di questa trattoria!
    ml

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: