e tu che ancora ridi

12 Dic
photo by c.calati

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Lo senti anche tu questo sfacelo che ci incalza? Non è il cane che abbaia e  non azzanna da cui ti difendi con un calcio, e se non ti difendi e quello morde ad onta del proverbio, vabbene, ma che ci sbrani in fretta, che ci spolpi all’osso e non si parli più di noi. Quattro ossa in croce lucide di pioggia, da ritrovare sotto un cumulo di foglie, e riconoscerle con l’emozione distaccata dell’archeologo che non ha legami al sangue con i resti, questo era Massimo, guarda la mandibola ancora fissa in un patetico sorriso, questo era Carlo, il cranio stretto che poco cervello riusciva a contenere. Pace a loro, ormai sono passati.

No, questo è un tarlo che qualcuno ha manipolato con cinismo, un tarlo addestrato geneticamente a corrodere giorno dopo notte gli elementi primordiali più che il legno. Così non regge il cielo, ti preme come piombo sulla testa, a poco a poco cede la struttura e viene giù tutto il tendone, che in un circo ci troviamo, io che speravo ben altro palcoscenico. E ci manca la terra sotto i piedi, un lento smottamento, uno squagliare inesorabile di ciò che un tempo era terreno e adesso è gelatina molle e noi i polli cucinati in casseruola. Ricordi l’Inn nell’alluvione? Il fiume una minaccia, il sentiero sulla riva una sabbia mobile che ci risucchiava, noi con le bici oltre il logico e l’assurdo, tu che ridevi sprofondando, io che non vedevo il lato comico in quello sparire al rallentatore così stupido, nessuno, nel frastuono dell’acqua e nell’inghiottire silenzioso della terra, avrebbe colto le mie ultime parole che d’altronde non stavo pronunciando, obbligato a essere MacRooney, muto fino in fondo. Nemmeno una maledizione da dedicare al mondo.

E ci salvammo per il rotto della cuffia. Ma nel suo rotto ci si può infilare una volta sola, adesso non c’è scampo, hanno rattoppato i buchi, ripassato la sua lana maglia per maglia e l’hanno rinforzata al fil di ferro. E quella cuffia da cui siamo sfilati un tempo con un’eleganza goffa e tanto culo è diventata la nostra gabbia su misura dove ora cinguettiamo, canarini instupiditi dalle chiacchiere. Io che vedo lo sfacelo dentro e fuori dalla gabbia e mi deprimo, e tu che ancora ridi.

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13 Risposte to “e tu che ancora ridi”

  1. penna bianca 12 dicembre 2013 a 10:14 #

    L’ho letto e mi si è stretto il cuore. C’ero anch’io in quella gabbia e sentivo ridere. ridere di gusto forse no, ma soprarridere. .E’ bellissimo questo post. Scritto come piace a me. Anche se triste parecchio. ciao caro

  2. litedinnamoratoconilmondo 12 dicembre 2013 a 12:37 #

    Il post è bellissimo, lo definirei passionale ed istintivo anche se temo – mio limite sicuramente – di non averne colta la metafora. Qual è il “fiume” che minaccia?

    • massimolegnani 12 dicembre 2013 a 16:33 #

      il fiume è un fiume reale, l’Inn, e allude a una mia vicenda reale ma è anche metafora del modo diverso di due amici di affrontare una situazione al tempo stesso pericolosa e comica, come spesso succede nella vita.
      ciao e grazie
      ml

      • litedinnamoratoconilmondo 12 dicembre 2013 a 17:36 #

        Grazie a Te del chiarimento e scusa per le gravi lacune geografiche. Anzi, “lagune”! ahah

  3. graziaballe 13 dicembre 2013 a 10:46 #

    ed è proprio quel senso di amarezza che ti assale quando ti accorgi che l’equilibrio si è perso, l’alchimia è svaporata, l’occhio non è più accecato dal sublime e lascia che si osservi, lucidi, l’altro che nel suo essere “ancora” in realtà “non è più”.
    piaciuto molto. Ma ormai è una costante! 🙂

    • massimolegnani 13 dicembre 2013 a 19:00 #

      Grazie!
      Per fortuna l’amarezza e’ momentanea, poi torna, se non la fiducia nel futuro, il desiderio di sdrammatizzare e magari riderne.
      Ciao
      ml

  4. Donatella Calati 13 dicembre 2013 a 15:17 #

    bellissimo, amaro e io, che di solito preferisco ridere e cogliere il lato positivo, ora mi sento conte pollo in gelatina e uccellino in gabbia. unica consolazione non aver figli da trascinare nello smottamento

  5. Claudiappì 13 dicembre 2013 a 23:31 #

    Mi catturi sempre, con le tue parole, anche quando passo di fretta, anche un po’ svogliata (per robe mie). Questa è una gran cosa.

  6. giuliagunda 6 ottobre 2014 a 23:35 #

    Due diversi modi di affrontare la vita, e chissà qual è quello giusto.
    Temo sia la risata, la cosa migliore. Io invece per lo più mi deprimo, come te in questo brano (bello).
    “Così non regge il cielo, ti preme come piombo sulla testa, a poco a poco cede la struttura e viene giù tutto il tendone, che in un circo ci troviamo, io che speravo ben altro palcoscenico”: parole forti, che trasudano malinconia, disincanto e un pizzico di frustrazione.

    Aiuto, presto avrò bisogno di un altro racconto allegro per compensare!

    Buonanotte ml,
    G.

    • massimolegnani 7 ottobre 2014 a 08:09 #

      ahi, come fare? di racconti allegri scarseggio!
      proverò a rovistare in solaio 🙂
      ml

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