la scatola di balsa

2 Feb
photo by c.calati

photo by c.calati

Di Osvaldo Occorsi nel quartiere dicevano che era molle.

Avessero avuto maggiore proprietà di linguaggio avrebbero detto che era amorfo, perché probabilmente è questo che intendevano, un’assenza di forma e di costrutto. Naturalmente lui aveva una sua fisionomia e qualcosa negli anni aveva pure costruito, ma dava l’idea di attraversare la vita come fosse liquido, acqua che prende la forma della brocca o del bicchiere, acqua che ci puoi guardare attraverso in trasparenza e non la vedi. Questa idea di liquidità derivava forse dalle chiacchiere che ci si scambia  in piazza o nei negozietti dove ci si incontra per le quattro spese quotidiane. In quelle occasioni il nostro uomo per lo più taceva e, se davvero era costretto dagli sguardi imperiosi a dire la sua, quasi balbettava, badando bene a uniformarsi all’opinione prevalente.

Se uno l’avesse osservato nel breve tragitto da casa alla piazza l’avrebbe giudicato un mentecatto. Quel rasentare i muri, quasi appiattircisi contro come un egizio nonostante la mole non indifferente, quello sguardo rivolto perennemente a terra a contare sassi e formiche, quel cappellaccio informe calato in testa estate e inverno come non volesse farsi riconoscere e che lo rendeva immediatamente riconoscibile, quello scantonare patetico e tardivo se vedeva da lontano un conoscente, quei passi circospetti ma pure frettolosi con cui attraversava lo spazio aperto della piazza e quel sorrisetto un poco ebete con cui tentava di sottrarsi al dialogo, tutto contribuiva a fare di lui un personaggio che ondeggiava tra il misero e il ridicolo.

Ma quando Osvaldo varcava la soglia di casa e chiudeva alle spalle la porta sulla gente, in lui avveniva una piccola metamorfosi. Spariva dal viso lo smarrimento della lepre braccata, i tratti e le rughe si distendevano, aleggiava un sorriso tra le labbra, gli occhi divenivano sereni, come se dentro casa lo accogliesse una musica sublime. Ecco, nel suo guscio, l’uomo ridicolo si ammantava di sublime. Diveniva lui stesso sublime perché proteso con tutto il suo essere verso una piccola perfezione.

Osvaldo ogni giorno si sedeva al tavolo da lavoro con l’involontaria solennità del virtuoso che si accosta al pianoforte e, come quello fissa i tasti sentendo già la musica che ne trarrà, così lui fissava le risme di fogli di diverso formato sapendo già quali avrebbe utilizzato, quali sarebbero state le linee di piega e quale il risultato finale.

Ma prima di iniziare prendeva un vecchio giornale, ne stirava con cura un foglio e con una lentezza esasperante lo piegava secondo le linee elementari appartenute a suo padre, quando costruiva per il suo bambino barchette o bustine di carta. Nei gesti di Osvaldo non c’era solo la volontà di ripercorrere il sentiero del principiante, vi era l’umile accostarsi al padre e alla materia. C’era in quei gesti, per lui così facili e banali eppure eseguiti con tanto rigore, un misticismo orientale, come un breve rito per ingraziarsi e ringraziare gli dei.

E solo dopo essersi messo in testa quella buffa bustina di carta che lo riportava a essere figlio, Osvaldo si sentiva pronto ad iniziare. Sceglieva allora il foglio adatto e lo accarezzava a lungo. Poi incominciava a lavorarlo, lo piegava e ripiegava senza mai forzarlo, seguendo linee invisibili che solo lui sapeva. Le mani sudaticce divenivano asciutte, le dita timide acquistavano un’imprevista agilità, i gesti si facevano sicuri e precisi. In pochi istanti o nel giro di ore se quel giorno preferiva la lentezza, il foglio immacolato, anonimo, piatto, prendeva la forma tridimensionale a cui era predestinato. Acquistava fisionomia e anima. Che rappresentasse un sasso o una pianta, un animale o una persona, nelle sue mani quel sottile strato bianco diveniva carta animata. E ad opera finita ciò che colpiva era la purezza della forma, l’assenza della minima sgualcitura fuori dalle ripiegature consentite, come se in lui vi fosse innanzitutto il rispetto per la materia usata.

“C’è qualcosa di voluttuoso nel nostro operare, noi pieghiamo la carta alla nostra volontà” gli aveva scritto un amico francese con cui condivideva la medesima passione. Gli aveva risposto con puntiglio e vaga stizza che l’origami consisteva in altro, nessun possesso, nessuna violenza sulla carta, ma cura e capacità di estrarre da questa ciò che in questa già era presente. “Non siamo altro che levatrici, anche se abili.” aveva concluso così quella sua prima lettera, a cui nel tempo ne erano seguite altre, in una discussione senza fine tra due posizioni inconciliabili.

Era stato un periodo di fitti scambi epistolari con altri cultori della stessa arte sparsi per il mondo. Per un accordo mai pattuito nessuno di loro usava i rapidi mezzi elettronici per incrociare opinioni e suggerimenti, solo la carta scritta e lenta per parlare della carta. E questa rete a maglie larghe e salde lo riempiva di soddisfazione: la scrittura riflessiva che richiedeva tempo e i tempi lunghi delle risposte scandivano il tempo di Osvaldo in una quiete quasi perfetta.

Poi venne il periodo della scatola di balsa.

Irina abitava a Riga, lui aveva dovuto cercare sull’atlante quella città dal nome facile e dalle coordinate misteriose. Gli aveva mandato con una delle prime lettere una foto di qualche sua opera. Osvaldo aveva rigirato tra le mani per giorni quell’immagine sfocata che non rendeva merito ma che lasciava intuire la bravura e la passione. La fotografia era diventata presto un’ossessione, ne subiva il fascino e ne percepiva il limite. Così prese carta e penna con una determinazione che non si conosceva e d’impeto le scrisse “non mi basta un’immagine, voglio toccare, conoscere, sapere. Tutto.”

Dopo un mese gli arrivò per posta una scatola di balsa senza un rigo di accompagnamento, solo il mittente non lasciava spazio alle incertezze. Dentro un unico origami, una farfalla dalle ali chiuse. Lui la trattò come fosse viva, aspettò due giorni prima di tirarla fuori dalla scatola, limitandosi ad osservarla dal bordo. Poi quando prese confidenza la sfiorò con un polpastrello intimidito, percepì il liscio della carta, la perfezione delle pieghe, la delicatezza dei dettagli, annusò l’odore di fiori sconosciuti, sentì la vicinanza salmastra del mare, gli sembrò di distinguere una venatura d’ambra, non sapeva se nell’olfatto o nel colore della carta.

Fu preso dal bisogno di rispondere in modo adeguato, con un silenzio di carta che avesse senso e significato. Il cigno trombettiere! Non lo aveva mai osato. Ne aveva alcune fotografie, ma lui che temeva di attraversare una piazza avrebbe voluto volare nell’Hokkaido per vederli da vicino quei cigni maestosi, le loro danze d’amore, i nidi nella neve, il faticoso librarsi in volo. Ma non c’era più tempo per sognare, per la prima volta si sentì in preda all’urgenza, doveva rispondere, e subito, e bene. Fu un lavoro febbrile ed accurato. La cura era sempre stato il suo tratto distintivo.

Mentre riponeva il cigno nella scatola si chiese se lei avrebbe mai capito che quello non era solo un origami, ma la propria immagine o quanto meno quello che avrebbe voluto essere.

Furono due mesi di dubbi ed apprensione, la scatola non si decideva a ritornare. Ma quando finalmente questa arrivò, come un piccione viaggiatore che sempre sa dove tornare, Osvaldo capì di non essersi sbagliato, qualcosa lo univa alla sconosciuta di Riga. Di nuovo una farfalla, questa volta con le ali dischiuse che sembravano quattro petali al primo sole del mattino. E sotto l’origami un bigliettino, “io sono una farfalla inafferrabile”.

Iniziò così uno scambio intenso, silenzioso eppure ricco di simboli e passione. Solo e sempre la farfalla e il cigno, lei ad ali spiegate o chiusa in attesa di essere schiusa, apparentemente vulnerabile, lui col collo proteso nello sforzo del decollo, pronto a volare o forse a crollare miseramente nella neve. Mai una riga che traducesse e tradisse in modo esplicito il loro sentire affidato esclusivamente alla grazia muta degli origami.

E ogni volta che sfiorava quella carta Osvaldo percepiva la sua pelle levigata dal mare. Non una suggestione, Irina a Riga ma la sua pelle a forma di farfalla tra le dita di Osvaldo.

Un dialogo fitto, fatto di carta ripiegata e di parole assenti.

Durò un tempo sospeso, difficile da misurare in ore o mesi, un tempo scandito dalle attese e dai progetti di figure sempre più ardite, esplicite. Sempre loro, il cigno e la farfalla.

Quando, un giorno di gennaio, la scatola gli giunse vuota l’uomo non si stupì: la farfalla era volata via, il tempo era finito.

Allora radunò tutti gli esemplari ricevuti, tutte le farfalle che avevano vissuto solo per lui. Le bruciò senza rammarico, come un compimento necessario, un corpo amato accompagnato alla cremazione.

Per rispetto verso Irina e per poterne sopravvivere.

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26 Risposte to “la scatola di balsa”

  1. poetella 2 febbraio 2014 a 19:09 #

    bello…

  2. penna bianca 2 febbraio 2014 a 19:20 #

    Va bene che nella vita tutto inizia e finisce. Pero’, che tristezza ricordarselo sempre. (bello, tanto. Il post)

    • massimolegnani 2 febbraio 2014 a 19:54 #

      Finisce ma in qualche modo persiste, proprio perche’ lo si e’ interrotto all’apice
      (grazie)
      ciao bella

  3. rossodipersia 2 febbraio 2014 a 20:34 #

    Meravigliosa questa scrittura e meraviglioso questo racconto di un piccolo uomo pieno di niente che si lascia rapire da un sogno proiettato tra due esseri incompatibili tra loro. Il bisogno dell’attesa che non porta nulla anche quando si manifesta ma che si accetta ugualmente quando svanisce. Come una condanna, come una salvezza, come l’inevitabile epilogo di una vita liquida.
    Grazie ml…

    • massimolegnani 2 febbraio 2014 a 23:18 #

      intanto sono io a ringraziare te per la lettura così sentita, Rosso.
      dissento solo su un dettaglio del tuo commento: “il bisogno dell’attesa che non porta a nulla anche quando si manifesta” affermi. Ma Osvaldo ad ogni scambio con irina si arricchisce, vive a suo modo un rapporto completo, impareggiabile. almeno così lo vedo io 🙂
      una carezza
      ciao
      ml

  4. gelsobianco 2 febbraio 2014 a 21:23 #

    A caldissimo.
    Emozione.
    Sono stata percorsa da brividi di commozione.
    Osvaldo ha in sé la bellezza, l’armonia.
    “Ecco, nel suo guscio, l’uomo ridicolo si ammantava di sublime.”
    Ho vissuto con Osvaldo anche la sua “storia di carta” con Irina, una storia rara, colma di profondità estrema, senza parole. Il cigno e la farfalla.
    “Non una suggestione, Irina a Riga ma la sua pelle a forma di farfalla tra le dita di Osvaldo.”
    E con Osvaldo ho assistito alla cremazione di “tutte le farfalle che avevano vissuto solo per lui.”
    Qualcosa che si interrompe al suo culmine, finisce, sì, ma perdura sottilmente.
    Questo dice a me la chiusa del racconto.

    Grazie, ml.
    Grazie.
    gb
    E’ bello bello questo tuo scritto.

    • massimolegnani 2 febbraio 2014 a 23:23 #

      ecco, le tue parole sulla “storia di carta” ricalcano esattamente il mio sentire, a proposito di quanto dicevo a Rosso.
      dovresti sempre commentare a caldo, fidarti (fidarsi) sempre delle emozioni 🙂
      grazie davvero gb
      un abbraccio
      ml

  5. tramedipensieri 2 febbraio 2014 a 22:29 #

    …che delicatezza…in tutto il racconto..

  6. arielisolabella 3 febbraio 2014 a 00:13 #

    Faccio origami e conosco il loro arcano significano la loro fragilità la pazienza di un eterno piegare.gl animali sono la mia passione.uso solo carta di riso o cartoncini speciali impregnati di odori perché i sensi sono tanti.io non li avrei mai bruciati .impossibile .tu li ami ma non li fai altrimenti non lo avresti mai scritto questo finale.ce una mostra stupenda solo ora a torino a palazzo Barolo…ed io conosco gli autori …..cosa darei per un aquila tu neanche lo immagini.buonanotte…

    • massimolegnani 3 febbraio 2014 a 00:25 #

      no, non faccio origami, sono la negazione per la creatività manuale. 🙂
      comunque osvaldo non brucia i propri origami, solo quelli di irina, ed era una distruzione necessaria.
      grazie per il tuo intervento da “addetta ai lavori” 🙂
      ciao
      ml

  7. aliota 3 febbraio 2014 a 01:02 #

    sto ancora cercando di trovare il mio “origami”…
    quanta vita tra le mani di Osvaldo e quanta ne è scivolata via!
    un piccolo capolavoro di grazia, doc.
    buonanotte

    • massimolegnani 3 febbraio 2014 a 12:26 #

      bè, visto che tu aspetti le farfalle, forse sei una “Osvalda” in incognito 🙂
      ml

  8. ire 3 febbraio 2014 a 11:06 #

    è il più bello di tutti i tuoi racconti, sembra che nello scrivere tu abbia usato la stessa leggerezza dei cigni e delle farfalle.

    • massimolegnani 3 febbraio 2014 a 12:29 #

      ho cercato di non sciupare la carta, come stessi costruendo un origami
      ciao ire
      🙂
      (grazie)
      ml

  9. Prishilla 3 febbraio 2014 a 11:55 #

    ‘parole per pochi’, leggo nella categoria. un po’ mi chiedo il perchè, e un po’ mi chiedo se appartengo a quei pochi – e mi dico che comunque son fortunata, ad averle trovate, queste parole!

    prish

    • massimolegnani 3 febbraio 2014 a 12:34 #

      ne appartieni di diritto, prish, per aver condiviso le parole.
      In questa categoria (parole per pochi) metto i brani che mi sembrano, per lunghezza, contenuto o scrittura, poco adatti ai lettori virtuali.
      un caro saluto
      ml

  10. monika santi 3 febbraio 2014 a 21:40 #

    c’è qualcosa di un po’ spirituale qui, nella pazienza, nell’attesa, nell’arte del creare figure di carta. bel racconto. e il finale a suo modo lo incorona di perfezione. (anche se per un attimo mi son concessa di immaginare il loro incontro da animi timidi).

    • massimolegnani 3 febbraio 2014 a 23:04 #

      ..di spirituale o quanto meno di etereo, rarefatto, nel tempo e nello spazio. E con questa premessa mi è difficile pensare alla concretezza di un incontro tra i due “animi timidi” (bella l’espressione che hai usato), non trovi?
      ciao monika
      ml

  11. graziaballe 4 febbraio 2014 a 01:34 #

    confesso ke per tutto il racconto ho pensato a cosa ti evesse dato lo spunto x una storia così eterea e singolare!
    oltre ad apprezzare le qualità narrative intendo!
    andrò a vedere la mostra a palazzo barolo suggerita da arieli a qst punto… 🙂

    • massimolegnani 4 febbraio 2014 a 13:18 #

      Suggestioni e ricordi ( un professore timido con il culto per quest’arte), e poi la fantasia 🙂
      Ciao Grazia
      ml

  12. giuliagunda 24 settembre 2014 a 17:42 #

    Ho le lacrime agli occhi, questa volta.
    Non ho niente da aggiungere alle tue parole, questo racconto è bellissimo e completo. Compiuto e perfetto.

    G.

    • massimolegnani 24 settembre 2014 a 18:37 #

      Mi dispiace per le lacrime (ma anche no), per il resto davvero contento.
      Grazie G.
      ml

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