parole sulla pelle*

11 Mar
photo by c.calati

photo by c.calati

Abituato a ritrarre ragazzine ai primi ormoni o poco più, tutte ambizione e timidezza, lei, che doveva aver toccato la trentina, mi sembrò un’aliena. Aveva un corpo  burroso e un volto forse grazioso ma sciupato, da angelo che in volo s’era spezzato un’ala e perso più di qualche piuma. Una sigaretta a penzolare tra le labbra, si spogliava con una noncuranza che m’infastidiva. Non mi piaceva questa pelle che mi veniva buttata lì come una tovaglia di fiandra stesa alla bell’e meglio sul tavolo, elegante sì, ma lisa in qualche punto, macchiata in altri. E la macchia più evidente si estendeva dall’ombelico al pube come un invito a bere vino cattivo, un tatuaggio gotico dai margini slabbrati in cui spiccava il nome di un uomo, inciso a mo’ di freccia con la punta rivolta in basso. E questo? le chiesi già incazzato indicando quella specie di bassorilievo tremulo di carne e inchiostro. Non si tolse la sigaretta di bocca per rispondermi. “Roba vecchia, lascialo fuori dalle foto. Voglio immagini dolci.” disse con voce roca. Un occhio socchiuso per il fumo, la bocca una fessura sghemba, la pelle con quei segni indelebili brutti come lividi, tutto in lei contribuiva a contraddire la dichiarata attesa di dolcezza. Scossi la testa e, dopo aver abbozzato un’inquadratura all’obbiettivo, deposi la macchina e le dissi di rivestirsi. Non le badai mentre mi vomitava addosso improperi di ogni genere, volevo solo che se ne andasse in fretta.

Era un’altra giornata di lavoro andata in fumo, io che nemmeno fumo. Sebbene fossi stato chiaro nell’annuncio, o almeno così mi era sembrato, finora nulla e nessuno era apparso che potesse soddisfare le mie aspettative. Giravo a vuoto con quell’idea che mi mulinava in testa e non mi dava tregua.

Scesi in panetteria come faccio sempre quando ho bisogno di riflettere o di sfogare frustrazione. Purtroppo non c’era la padrona che appena mi vede sa già cosa prepararmi senza che io stia lì a dire il cosa e il come. Dovetti spiegare a una commessa che non avevo mai visto prima come farcirmi la focaccia, prosciutto e acciughe, dissi e lo ribadii di fronte alla sua perplessità, scandendo secco le due parole contrastanti. La ragazza arrossì vistosamente e biascicando un subito signore si dedicò a capo chino a prepararmi quanto richiesto. Con i gomiti appoggiati a un tavolino alto addentai la focaccia, lanciando qualche occhiata di sguincio alla commessa. La cuffia le nascondeva i capelli ingobbendole il profilo della testa. Anche il volto non sembrava dei più belli, lineamenti ruvidi e quel rossore che si alternava a un pallore eccessivo, come il sole alla luna. Partiva svantaggiata e questo innescò la mia curiosità. La seguii con lo sguardo mentre per servire i clienti si muoveva di fretta e affanno tra filoni di pane e tranci di pizza. Aveva una certa grazia umile.

Pallida in viso, immaginai il candore del corpo.

Mi soffermai a studiare la sua schiena china sulle ceste, un arco naturale.

Aspettai che il negozio fosse vuoto per chiederle a bruciapelo “hai tatuaggi?”. Mi guardò stranita come le avessi chiesto un tipo speciale di pane di cui era sprovvista. Impiegò del tempo e parecchio imbarazzo a farfugliare un no malfermo. Ma era la risposta che cercavo. Hai mai posato, la incalzai, tacendo il nuda che era ovvio ma indicibile. Le sistemai una ciocca scappata dalla cuffia. Lei boccheggiò di nuovo rossa, a me venne in mente un quadro di Vermeer, la lattaia, niente a che vedere con la ragazza con l’orecchino di perla, una rozza, l’altra fine. Non riuscì a rispondermi a parole, solo un vago cenno del capo in una negazione prevedibile. Al di là dell’atteggiamento pieno di pudore, intuivo negli occhi sgranati una sottile curiosità, un desiderio di affacciarsi a un mondo del tutto sconosciuto, un istinto al nuovo che chiamare malizia sarebbe stato troppo. Così mi lanciai a perdifiato. A spizzichi e bocconi, approfittando di ogni pausa di lavoro, le parlai di messaggi in bottiglia che prima o poi raggiungono la costa, e di parole eterne che sarebbero durate il tempo di uno scatto, le chiesi se preferisse il rosso, il nero o il viola prefigurandomi quei colori sulla pelle, le dissi della sua schiena che trovavo proprio adatta, ma adatta a cosa non lo spiegai, e infine le suggerii di pensare alla frase che lei avrebbe voluto su di sè, se fosse stata carta anzichè carne. Un turbinio di parole sconnesse, le mie, che non poteva comprendere ma che in qualche modo andava assimilando.

“Sarai tu la pagina bianca su cui scrivere” le dissi sulla porta, aggiungendo che l’aspettavo al quinto piano, nel mio studio.

Impiegò un mese a salire le mie scale, ma quando entrò non aveva più tentennamenti. Solo una bella timidezza che le coloriva il viso e non le impediva di avanzare verso il piccolo ignoto da affrontare.

m.calati

m.calati

* il racconto ha partecipato al gioco di scrittura su mimettoingioco.wordpress.com

per il racconto ho preso spunto da un’idea della fotografa margherita calati: https://www.facebook.com/skink.margheritacalati

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27 Risposte to “parole sulla pelle*”

  1. Minu 11 marzo 2014 a 09:44 #

    bellissima…..grazie

  2. tramedipensieri 11 marzo 2014 a 12:38 #

    …bella pagina!

    ciao
    .marta

    • massimolegnani 11 marzo 2014 a 14:29 #

      grazie .marta,
      ciao
      ml

      • Cecil 11 marzo 2014 a 18:28 #

        belli e perfetti i nuovi dettagli aggiunti, anche la seconda ragazza ne esce a tutto tondo. sai che leggendolo adesso ho anch’io pensato ad una delle ragazze di vermeer, ma a quella con l’orecchino di perla per quella seduzione che traspare dal dipinto molto simile a quella che esce da questo racconto.

  3. Cecil 11 marzo 2014 a 18:33 #

    ma bravi,
    lavorate in sintonia tu e Margherita!
    mi sembra una cosa splendida 🙂

    • massimolegnani 11 marzo 2014 a 21:16 #

      Pero quella con l’orecchino e’ troppo fine rispetto alla poco eterea panettiera 🙂
      Io e titta ci stimoliamo a vicenda 🙂
      Ciao Cecil
      ml

  4. monika santi 11 marzo 2014 a 21:15 #

    bei personaggi, letteralmente visibili. il che sposa la fotografia con la parola.

    • massimolegnani 11 marzo 2014 a 21:19 #

      Monika ti rispondo in tempo reale!
      Volevo proprio mescolare immagini e parole
      Ciao
      ml

  5. gelsobianco 12 marzo 2014 a 01:00 #

    sì, concordo con Cecil, anche io vedo un rapporto bellissimo, creativo, reciprocamente stuzzicante, tra lo scrittore e la fotografa, tra padre e figlia 🙂
    gb

  6. graziaballe 12 marzo 2014 a 12:37 #

    ummm, bell’impasto.parole e carne per fare immagini..
    la panettiera ne è il corrispettivo oggettivo azzeccato! 🙂

  7. Jihan 12 marzo 2014 a 15:52 #

    bravo. avevi ragione tu e torto io (in parte :-P) . il richiamo esplicito al lavoro di Titta rende molto più chiaro l’intento del protagonista [il fotografo che cerca pagine bianche mi ha ricordato molto lo “scrittore (che) esegue ritratti”]. per me resta più attraente la donna tatuata, ma capisco quanto può essere affascinante la panettiera.
    ji.

    • massimolegnani 12 marzo 2014 a 18:38 #

      Proprio cosi’ ji, il richiamo allo “scrittore esegue ritratti” e’ voluto, non tanto per l’assonanza della frase, quanto per la ricerca da parte di entrambi di una via diversa, “corrotta” da altre forme espressive, per esprimere la propria arte. A me e’ piaciuta lidea di usare la fotocamera per imprimere parole prima che immagini.
      Quanto alla tatuata e alla panettiera, la prima e’ forse piu intrigante, ma mi serviva da contraltare a una “pagina piu bianca”
      Ciao ji
      e grazie
      ml

  8. aliota 12 marzo 2014 a 22:04 #

    …Mr Gwyn 😉
    o sarò io che, da innamorata, lo vedo dappertutto?
    un abbraccio
    A

    • massimolegnani 12 marzo 2014 a 22:29 #

      mr. Gwyn, mr. Gwyn!! Il piu bel personaggio di Baricco
      🙂
      ml

      • Prishilla 14 marzo 2014 a 11:39 #

        Anche a me lo ha richiamato!
        Prish

      • massimolegnani 14 marzo 2014 a 16:06 #

        Non che lo volessi scimmiottare 🙂 un accenno sontaneo. Ciao Prish ml

        Date: Fri, 14 Mar 2014 09:39:57 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  9. rossodipersia 13 marzo 2014 a 12:35 #

    Un messaggio dipinto sulla schiena è una dichiarazione fatta ala mondo che puoi dimenticare. Un ammonimento diretto a chi ti insegue perché non ha il coraggio di camminarti accanto. Io lo so bene. Io ho un tatuaggio sulla nuca. Io avrei accettato di posare.

  10. ire 13 marzo 2014 a 16:39 #

    Bellissimo, ma soprattutto bellissime le foto, ho guardato la pagina di fb, non so perchè ma mi piace quella col polpaccio, più di tutte

  11. gelsobianco 14 marzo 2014 a 03:09 #

    Questo è uno scritto che ha più chiavi di lettura, senza alcun dubbio.
    Il vero protagonista del racconto, secondo me, è il fotografo, con la sua psicologia non certo complessa.
    E’ il fotografo, infatti, colui che a me parla di più, mi racconta ciò che gli piace e ciò che lo disgusta. Il fotografo insegue un suo ideale “piccolo” di purezza, qualcosa, forse, di non così perfettamente definito in lui, che ricerca nelle modelle.
    E’ quindi attratto dalla pelle bianca, “intatta” della panettiera, su cui poter scrivere parole che, poi, lui fotograferà. Lui non vuole imprimere segni perpetui, no.
    Vuole solo lasciare parole che possano essere cancellate da un colpo di spugna bagnata, ma che divengano indelebili con la fotografia.
    E c’è il giusto richiamo, voluto dall’autore, allo “scrittore esegue ritratti” nel “fotografo cerca pagine bianche”, anche se sono profonde le differenze tra Mr Gwyn e il fotografo.
    Vuole la purezza, ma sa anche “adescarla” questo fotografo: “e infine le suggerii di pensare alla frase che lei avrebbe voluto su di sè, se fosse stata carta anzichè carne.”
    Io capto un erotismo sottile e intenso di fondo in questo racconto che ml sa ben far scorrere con la sua scrittura notevole e tipicamente sua.
    Si manifesta questo erotismo, proprio all’inizio, nella descrizione della pelle della donna tatuata. “E la macchia più evidente si estendeva dall’ombelico al pube come un invito a bere vino cattivo, un tatuaggio gotico dai margini slabbrati”
    Le due donne, secondo me, non protagoniste, sono tratteggiate proprio agli opposti, in quanto utili in questo modo.
    La donna tatuata, descritta in termini sgradevoli, è “inutilizzabile” come pagina bianca, al contrario della panettiera, che, pur poco attraente e schiva, ha una sua seduzione particolare (“la lattaia” di Vermeer, sì sì!) e appare come pelle ideale su cui scrivere, soprattutto perchè non ha alcun tatuaggio, simbolo di ciò che, imposto con “durezza”, rimane perpetuo.
    La chiusa dà alla panettiera un suo carattere più deciso e, per me, apre questo scritto di più a quell’erotismo di fondo che io sento palpabile. “Solo una bella timidezza che le coloriva il viso e non le impediva di avanzare verso il piccolo ignoto da affrontare.”

    Bello tutto, ml, con passaggi speciali, importanti.

    E quante altre possibili interpretazioni! Sorrido.
    gb

    • massimolegnani 14 marzo 2014 a 10:18 #

      condivido tutto, gb.
      seguendo l’evoluzione del progetto “skin-k” mi sono un po’ sostituito a lei, immaginando come mi sarei comportato al suo posto, o comunque come si sarebbe comportato un fotografo uomo (di fatto lei, pur dirigendole, è molto meno severa del protagonista con le ragazze che posano per lei). e poi di mio ci ho messo questo dualismo tra effimero e perpetuo (pennarello versus tatuaggio) a cui ho fatto corrispondere caratteri forse eccessivamente contrapposti (troppo didascalici!) delle due modelle.
      ti ringrazio molto
      ml

  12. giuliagunda 26 novembre 2014 a 11:11 #

    Sai, l’avevo letto tempo fa, forse proprio curiosando su “mimettoingioco”, solo che non l’avevo commentato.
    Molto bello, sia nelle immagini sia nelle impressioni che trasmette.
    Un poco mi spiace per la prima modella, mandarla via così bruscamente, farla sentire sporca e brutta, con lei il fotografo non è stato certo gentile (e in fondo non si è sprecato in cortesia neanche con la panettiera), il che mi riporta a quegli artisti che vedono ovunque bellezza da celebrare e non osservano mai le persone, che sentono forte l’ispirazione senza mai provare vera empatia.
    Inoltre, mi è piaciuto molto lo stile della scrittura, asciutta e scorrevole, si abbina perfettamente ai modi bruschi del protagonista.

    Sempre bravo, ml.

    G.

    • massimolegnani 26 novembre 2014 a 14:30 #

      la tua riflessione (“..artisti che vedono ovunque bellezza da celebrare e non osservano mai le persone, che sentono forte l’ispirazione senza mai provare vera empatia”) mi dà da pensare: la trovo severa ma esatta, spesso chiusi in un narcisistico autocompiacimento cantano il mondo senza davvero vederlo!
      grazie G.
      un sorriso,
      ml

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