la doppia vita di Amerigo Frachey

26 Mar
photo by c.calati

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Non sarà colpa delle Poste se questa lettera tornerà al mittente. Ancora non so a chi indirizzarla, per ora sulla busta ho disegnato a matita un grosso punto di domanda.
Non so più bene chi sono, è questo che vorrei dire e non so a chi, che chi mi stava intorno già lo sa e ormai mi ha dato perso.
E pensare che un tempo ero assai meticoloso, vedevo la vita come un grande lavoro a incastri, dove i numeri, gli affetti, le consuetudini, erano certezze, pezzi precisi, così rassicuranti quando li sistemavo, ciascuno nella casella giusta.
Poi, improvvisamente è cambiato tutto.
No, anzi, sono cambiato io.
Ho iniziato una seconda vita.
Ero il ragionier Amerigo Frachey, dirigente della Banca Sigurtà di Aosta, sposato con Ada Vicquery e padre di due splendidi ragazzi. Ora sono Igo Frachey, artigiano del legno, che vive solitario, alla meno peggio, senza più contatti con moglie e figli.

Lo spartiacque tra Igo e Amerigo è stata una pallottola in fronte durante una rapina.
Uscii dal coma dopo tre giorni. Non fu un risveglio teatrale, sul genere di Lazzaro che si leva dalla tomba, piuttosto una lenta progressione verso l’affiorare della coscienza, una lumaca che attraversa l’orto al suo passo strascicato per raggiungere la lattuga.
Quando fui in grado di comprendere, mi spiegarono che la pallottola aveva viaggiato buona buona tra i due emisferi del mio cervello ed era uscita da dietro, senza provocare lesioni irreparabili. In effetti muovevo gambe e braccia, ricordavo chi ero, riconoscevo chi mi stava intorno e ogni giorno sentivo di recuperare forze e intelletto.
Tutto a posto, quindi. Tutto, tranne una sensazione indefinita.
Fu Ada la prima ad accorgersi che qualcosa era cambiato in me.
Senza rendermene conto sbirciavo nella scollatura dell’infermiera ogni volta che si chinava per accudirmi e poi, quando si allontanava, le guardavo il culo come una nostalgia.

“Non ti ho mai visto così interessato a certi dettagli!” mi disse Ada in un sorriso teso, giustificando quella sconvenienza con le mie precarie condizioni fisiche.
Ma, a mano a mano che la salute migliorava, il mio disagio si acuiva, senza però farsi più chiaro. E la testa mi si riempiva di parole nuove, fascino ignoto, piccole emozioni, incanto femminile, e sbiadivano le vecchie, conforto delle cose note, rigore delle scelte, educazione dei figli, equilibrio della vita.
Tutte le caselle che avevo amato sfocavano lontano.
E mi ero fatto muto, come assente.
Guardavo i gemelli, impettiti come granatieri ai piedi del letto, i ciuffi in ordine, le cravatte uguali, i volti seri, i corpi inamidati e inanimati dopo quindici anni di lezioni di comportamento.
Li guardavo oltre la cortina della buona educazione con uno stupore mescolato a un senso di desolazione, opera mia questo disastro?
Guardavo mia moglie a cui per anni avevo potato l’entusiasmo e l’avvenenza, come fosse stata una siepe da far crescere squadrata.
Non mi capacitavo del come e del perchè avessi manipolato in modo così sconcio chi mi stava intorno.
Il collasso di quanto avevo costruito avvenne con il mio ritorno a casa e la ripresa del lavoro. Ormai ero guarito, stavo bene, ma era come avessi dimenticato la lingua che avevo sempre parlato e insegnato agli altri. Mi aggiravo estraneo in casa e in banca.
Banconote e cifre divennero insopportabili, come i baffetti arroganti che vedevo ogni mattina nello specchio. Così lasciai crescere la barba e abbandonai la banca.
Ada capì.
Toccava a lei salvaguardare il futuro dei gemelli, era lei il capofamiglia, ora. Si trovò un lavoro e vendette la casa, senza consultarmi. Le fui grato di questa comprensione, firmai senza discutere le carte che mi passava.
Io non c’ero più.
Lasciai a lei la liquidazione ed andai a vivere in uno stanzone nel centro storico di Aosta.
Sentivo sempre più pressante l’esigenza di esprimere il mio nuovo essere, ma per qualche tempo girai a vuoto, immagazzinando vino e impressioni di pelle e di sorrisi.
Poi un mattino mi svegliai con la voglia esatta di lavorare il legno, come facevo da ragazzo, prima che mio padre mi spedisse a cinghiate a studiare dai gesuiti, “ti farò diventare qualcuno, che tu lo voglia o no”.
Un vecchio tavolaccio con la morsa, pochi attrezzi e qualche ciocco di legno morbido divennero il mio mondo. Ritrovai i gesti imparati allora e ne imparai di nuovi, più delicati, che adesso il legno amavo levigarlo, renderlo liscio come pelle e ondulato come donna.
Mi ricordai di quando da bambino andavo a sera nel bosco dietro casa a osservare gli uccelli fare il nido o becchettare la corteccia o saltellare tubando da un ramo all’altro. Ricordai la tortora e la gazza e la pernice e mi provai a farle vivere nel legno.
Passai un inverno a scaldarmi con i pezzi riusciti male e, se all’inizio la stufa andava a tutto spiano, verso marzo incominciai a patire il freddo, che sempre meno erano gli scarti.
E, come divenni bravo, imparai a riconoscere i legni che meglio si adattavano ai miei ferri, il ciliegio e il cirmolo.
Ma soprattutto mi abituai a rispettare il legno. Non ero come quello famoso che guardando il blocco di marmo già vedeva la scultura nascosta dentro. No, con il legno non si può.
Io dal legno mi lascio guidare. Ne seguo le venature con la sgorbia, senza forzare il colpo, aggiro i nodi, smussandoli quel poco con la lima. E dove immaginavo il becco curvo di poiana, ecco nascere una coda tronca di pernice. Va bene, sarà pernice, non discuto.
E poi, da qualche tempo, uso matita nera e pastelli dai colori caldi a segnare i contorni e colorare il piumaggio. E sempre aggiungo una sfumatura inesistente, a dire come li vedo io gli uccelli. Così è viola spento la civetta, biancosporco l’allodola e rosazzurro la mia gazza.
Ecco, è tutta qui la mia seconda vita.
In pratica vivo due giorni all’anno, i giorni di Sant’Orso, quelli più freddi, di fine Gennaio, quando via Chanoux si riempie di banchetti e bottiglioni per la Fiera. Gli artigiani, che nessuno chiama artisti, espongono i lavori in pietra ollare o in ferro battuto o in legno, scope di saggina e scale a pioli accanto a crocifissi intagliati e volti scolpiti. Bevono gli artigiani a scaldare le ossa e rinforzare il cuore nell’attesa dei turisti, che qualcuno c’è che torna a cercarli da un anno all’altro. Bevono, e in poche ore si giocano un anno di passione e di fatica.
E io con loro bevo, rido e tremo al mio banchetto, sento il freddo dell’attesa e il calore delle vicinanze, che tra noi serpeggia un sentimento a spiccioli, bonarie invidie, solidarietà chiassose. Attendo l’arrivo di qualche compratore, mi rincuoro ai piccoli stupori di chi mi scova come una piccola scoperta e m’illudo di essere qualcuno, per quei due giorni almeno.

(A M. Brunier, artista del legno)

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23 Risposte to “la doppia vita di Amerigo Frachey”

  1. arielisolabella 26 marzo 2014 a 11:26 #

    Era inevitabile.il mio senso del dovere materno mi ha impedito di fare ciò’.e’ stato più forte del cambiamento indotto dall essere sopravvissuta.ma dentro di me vive una persona che pochi intravedono.onore al coraggio o forse follia. Ciao.

    • massimolegnani 26 marzo 2014 a 13:43 #

      Mi colpisce l’intensita’ con cui hai vissuto la lettura.
      Ciao
      ml

  2. ammennicolidipensiero 26 marzo 2014 a 11:39 #

    m’hai fatto venire in mente http://www.futureme.org/
    così, per associazione di idee, nulla più. ciao, ml.

  3. rossodipersia 26 marzo 2014 a 18:23 #

    Incipit straordinario mio caro. E poi la riflessione. Quante volte incontrando un uomo ai margini ho provato a immaginare la sua vita precedente: il rapporto con la famiglia, il ragazzino che c’è in lui, ciò che è stato e cosa ha determinato il click nella sua testa. Ma l’ho sempre immaginato come una resa e mai come una conquista, invece Igo butta via tutto il resto per accontentarsi di se stesso e sentirsi libero di non essere nulla e si riappropria della manualità, di sfiorare e trasformare la materia e vince perché sono davvero in pochi gli esseri capaci di vedere una tortora in una pallottola.
    Ciao ml…

    • massimolegnani 26 marzo 2014 a 23:14 #

      nel suo caso, una pallottala l’ha aiutato a essere se stesso 🙂
      (di vero in questo racconto ci sono solo gli uccelli che ho fotografato e il nome, al fondo, dell’artigiano che li ha scolpiti)
      grazie, rosso
      ciao
      ml

  4. ogginientedinuovo 26 marzo 2014 a 23:38 #

    Perché ci vuole un trauma per far uscire il nostro vero “io”? 🙂

    • massimolegnani 27 marzo 2014 a 12:50 #

      Sedimentato sul fondo fangoso, il nostro vero io riaffiora solo dopo un maremoto!
      ciao, 🙂
      ml

  5. menteminima 27 marzo 2014 a 09:29 #

    mammamammachebellezza!

  6. monika santi 27 marzo 2014 a 21:47 #

    insomma in un qualche modo, una ‘nascita alla libertà’…..

    e bello (molto) il modo in cui dai levità ad una storia che leggera, soprattutto subito, non è.

    • massimolegnani 27 marzo 2014 a 23:00 #

      sì, una ri-nascita (e anche una pallottola può essere utile a questo scopo)
      ciao monica
      ml

  7. righe orizzontali 27 marzo 2014 a 21:52 #

    E perché non troviamo il coraggio di fare scelte di vita radicali quando le nostre facoltà sono intatte? Forse perché il coraggio necessario è quello dell’incoscienza? O forse perché è troppo faticoso? Temiamo di ferire, di non essere all’altezza, di non potercela fare, di sbagliare. Eppure basterebbe provare.

    • massimolegnani 27 marzo 2014 a 23:04 #

      il coraggio ha sempre un prezzo e spesso il “provare” è irreversibile.
      ciao

    • ire 28 marzo 2014 a 11:14 #

      Queste sono le domande che mi pongo sempre anch’io. E sono cicliche, più o meno tornarno ogni 7 anni.
      Bellissimo, dottore.

      • righe orizzontali 28 marzo 2014 a 13:35 #

        E non ti sei mai data risposte ire?

      • massimolegnani 28 marzo 2014 a 14:21 #

        grazie, ire.
        per le risposte immagino che i tempi siano un po’ più lunghi, facciamo che ripasso tra 14 (anni)
        🙂
        ml

  8. elinepal 9 aprile 2014 a 22:39 #

    ma come scrivi…. qui mi sembrava di leggere Flaiano, pensa un po’. una ironia attenta eppure una intensa , mi manca il termine, direi…. compassione, si, partecipazione.
    bellissimo. e condivido in modo così totale il senso. il bisogno, la necessità, di uscire fuori dagli schemi che ci sono stati dati per creare la nostra vera missione. fatica, sorda e costante, ma tanta gioia.
    è la mia vita, in fondo.

    • massimolegnani 10 aprile 2014 a 11:57 #

      be’, Flaiano, non esageriamo.
      però condivido il termine “compassione” nella sua accezione migliore.
      grazie
      ciao
      ml

  9. giuliagunda 22 ottobre 2014 a 21:44 #

    Pirandelliano (e non scemo!), specialmente nella parte iniziale, poi il racconto procede bene per conto suo.
    Ho trovato molto toccante il ritrovamento tardivo di una passione che il protagonista coltivava da bambino e che avrebbe forse potuto costituire il suo destino in altre circostanze. Quella di Amerigo è una rivincita contro il fato, una scommessa, un voler dimostrare che si può vivere anche più di una vita nel corso di una sola esistenza, perché anche se ci è stato dato un unico mazzo di carte in qualsiasi momento possiamo cambiare tavolo e ricominciare il gioco.
    La sua è una lotta contro il tempo e la matematica, impossibile non simpatizzare per lui.
    I discorsi che cercano di percorrere gli incerti confini dell’identità hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, e tu nei tuoi racconti li affronti spesso.
    C’è quel desiderio di sparire e di ricominciare, quel bisogno di rinascita che un po’ ci accomuna tutti, l’estraniamento da se stessi, dal proprio riflesso allo specchio, il non ritrovarsi più in ciò che fino a poco prima si credeva di essere e in ciò che negli anni si è faticosamente creato (la famiglia, il buon posto di lavoro, e così via).

    Proprio un bel racconto, che dice tanto degli uomini e (per questo) spaventa un po’.

    (per oggi forse ho fatto il pieno)
    🙂

    G.

    • massimolegnani 22 ottobre 2014 a 23:20 #

      non sapessi che sei appena più che una ragazzina penserei che sei un’insegnante di lettere attempata ma ancora appassionata alla lettura approfondita dei suoi autori preferiti.
      quindi grazie, professoressa G.
      🙂
      ml

      • giuliagunda 23 ottobre 2014 a 10:01 #

        Ahah, in effetti posso dare quest’impressione 🙂

        Prego ml,
        G.

      • massimolegnani 23 ottobre 2014 a 12:44 #

        🙂

        Date: Thu, 23 Oct 2014 08:01:36 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

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