una bontà sconveniente

30 Mar
photo by web

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Di questa mamma non conosco il nome, non ho mai pensato di chiederglielo, né ho mai avuto la tentazione di sbirciare l’anagrafica in cartella. Che si chiamasse Giuseppina o Samantah non avrebbe aggiunto nulla al fatto fondamentale che lei fosse capitata lì, nella stanza numero uno, con il suo piccolo grande carico di sofferenza, esattamente nei giorni strani di una mia pre-disposizione, sai quando sei consapevole che non aspetti altro che d’imbatterti in un fiore per stordirti al suo profumo.

Entrare nella sua stanza era un immergersi in una dimensione differente, dove la misura delle parole, che non fossero suoni vuoti o eccesso zuccherino, e dei gesti, che fossero minimi messaggi solidali, aveva l’ambizione di erodere tristezza da quel volto come fa la goccia con la pietra. Quando entravo non pensavo a una risata da strappare a forza a madre e a figlia con la violenza di un pagliaccio, piuttosto puntavo con meno a ottenere una reazione che non fosse solo di facciata, sistemavo gli occhialini in quelle narici affannate, sottolineavo i lenti miglioramenti della bimba, la minor fatica del respiro, la ridotta necessità d’ossigeno. Uscendo mi dicevo che dovevo trovare un nome mio a quel volto silenzioso e attento.

La chiamerò Penelope, anche se non tesse la tela alla luce per disfarla di notte. No, lei di notte sta in apprensione per il buio che peggiora il respiro della bimba e di giorno teme di non vedere l’alba di un miglioramento. La chiamerò Penelope per gli occhi che non piangono, grandi e scuri, e la pelle olivastra da indiana d’Italia, Penelope per il sorriso che deve essere stupendo se solo sorridesse.

E chiamandola Penelope mi sono rivolto a lei, per una somiglianza che può sembrare sconveniente davanti a un letto d’ospedale, ma che mi era impossibile tacere. Cruz, ho aggiunto in un sussurro ad occhi stretti, che uscissero sottili quelle quattro lettere, lente fino a lei. Una parola che abbiamo inteso solo noi, in mezzo alle parole d’altri più canoniche. Poi, altre volte soli, sono tornato medico che spiega e rassicura, perché quando m’impegno sono bravo ad iniettare in vena la fiducia. Lei ad ascoltarmi ed imparare come prevenire ricadute, sarà lei la dottoressa di sua figlia, la confortai, capace di agire ai primi segni dell’affanno. Mentre le spiegavo il come e il quando delle cure a casa, davvero mi auguravo che imparasse bene la gestione di polmoni e cuore, tanto da non avere in futuro più bisogno di noi se non per i controlli. Ma quel futuro senza la sua pena un poco mi dispiaceva.

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37 Risposte to “una bontà sconveniente”

  1. menteminima 30 marzo 2014 a 17:43 #

    Sempre un gran bel leggere.

  2. germogliare 30 marzo 2014 a 17:43 #

    Mi verrebbe da dire: e ben vengano queste luci a ispirare. Però poi penso che te queste cose le vivi veramente e che certe atmosfere segnano la pelle, e allora ti dico: Buonecose e buona fortuna a te e al tuo lavoro.

  3. vagoneidiota 30 marzo 2014 a 20:01 #

    Una malinconia che ha la forza di un uragano.

  4. rossodipersia 30 marzo 2014 a 21:12 #

    Ho letto dignità in questa donna e la dignità affascina quanto la bellezza: è attenzione e distacco, isolamento e partecipazione, paura e speranza. La immagino piantare gli occhi, fissi dentro i tuoi, cercando di scorgere una nota di finzione, nell’indecisione se affidarsi o meno alle tue parole, e poi decidere, e memorizzare al più presto tutte le informazioni necessarie per salvare sua figlia in caso di bisogno. Donna fragile e compunta, di una bellezza altera.

    • massimolegnani 31 marzo 2014 a 11:20 #

      brava, rosso (scusa, mi piaci minuscola e maschile :-)), hai riportato l’attenzione sulla mamma, che io mi guardo troppo l’ombelico.
      un sorriso
      ml

  5. penna bianca 30 marzo 2014 a 21:14 #

    Ognuno ha la sua croce, la sua cruz, ma se incontra persone come te lungo il suo cammino tira un po’ il fiato. A me penelope è sempre sembrata bellissima e “viva” non come tante bellocce pietrificate. ciao caro

    • massimolegnani 31 marzo 2014 a 11:24 #

      spero di avergliela alleggerita un po’ la..cruz!
      (concordo sulla penelope c.)
      un abbraccio, pennetta
      ml

  6. monika santi 31 marzo 2014 a 20:19 #

    qualunque sia la situazione, a volte un incontro ti tocca. e ti resta.
    bello come lo dici.

  7. gelsobianco 1 aprile 2014 a 01:03 #

    Una mamma, con la sua bellezza vera, così simile a quella dell’attrice della fotografia, ti ha solcato la pelle, in un momento di una tua sensibilità particolare, ml, e ti ha lasciato un piccolo segno.
    Quel “Penelope”, rivolto a lei, e quel tuo “Cruz”, scivolato in un sussurro ed udito solo da te e da colei a cui era diretto, danno a me un’ emozione bella, sottile, impalpabile, con una fragranza speciale, inafferrabile.
    E’ emozione, preziosa di vita, in un ospedale, ai piedi del letto di una bambina, che non era certo grave.
    Hai descritto questo incontro con la “tua” poesia, umana e vera, e malinconica.
    Nulla è stato “sconveniente”, secondo me.
    La mamma era una donna di grande dignità, molto preoccupata per la salute della sua bimba e tu, un pediatra che, mentre curavi con attenzione la piccola paziente, sei stato attratto, uomo, da quello sguardo scuro così profondo.
    gb
    Resta il fatto, secondo me, davvero singolare che, proprio una mamma che ricordava un attrice, con un nome ed un cognome così pregni di significato, sia capitata nel tuo ospedale!
    Sorrido.

    • massimolegnani 1 aprile 2014 a 09:38 #

      ecco, forse, anche in un ospedale ci vogliono momenti di “emozione, preziosa di vita”, a prescindere dall’essere medico, paziente o madre di paziente.
      grazie gb
      ml

      • gelsobianco 1 aprile 2014 a 15:04 #

        momenti di “emozione, preziosa di vita” devono illuminare ogni ospedale, a prescindere da tutto.
        un sorriso
        gb

      • massimolegnani 1 aprile 2014 a 16:28 #

        🙂

        Date: Tue, 1 Apr 2014 13:04:02 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  8. Prishilla 1 aprile 2014 a 09:44 #

    Questo post mi infonde una goccia di fiducia in vena. E’ vero che sei bravo a farlo, anche quando indossi la penna e non lo stetoscopio 🙂

  9. graziaballe 1 aprile 2014 a 12:18 #

    E’ il fascino della compostezza e la forza della dignità.
    Il problema è che pochi la notano.

  10. bakanek0 1 aprile 2014 a 17:09 #

    La tua sensibilità, il riguardo con cui tratti i bambini malati e le persone angosciate (come traspare dai tuoi scritti), ti assolvono da ogni senso di colpa verso il gesto di guardare con occhi di uomo e non solo di medico. L’intento, a mio avviso, era dettato dalla vista della vera bellezza, sofferente e dolcissima.

  11. massimolegnani 2 aprile 2014 a 10:37 #

    bak, se permetti mostrerò queste referenze a san pietro quando sarà il momento, magari scampo l’inferno 🙂
    un abbraccio
    ml

  12. rodixidor 2 aprile 2014 a 19:09 #

    Stordito dal profumo che rimane nelle parole, non troppo dolce nè troppo triste.

  13. deborahdonato 2 aprile 2014 a 22:18 #

    http://deborahdonato.wordpress.com/2014/04/02/liebster-award-again/ Sei stato nominato, mi piace il tuo blog.

    • massimolegnani 2 aprile 2014 a 23:52 #

      ti ringrazio deborah, ma non sono tagliato per gli awards, farei solo pasticci 🙂
      ml

  14. ITHG 3 aprile 2014 a 14:29 #

    bello, molto. Complimenti

  15. Lillopercaso 3 aprile 2014 a 17:51 #

    Da sempre, volendo immaginare un Inferno, immagino un ospedale pediatrico per casi gravi. Passandoci da esterna, sentivo che i colori pastello, i clown, i giochini non facevano che sottolineare il dolore, per contrasto. Ma quando vi è stata ricoverata una persona a me carissima mi sono resa conto che così non era, che la dimensione ludica non era forzata, ma parte della vita di OGNI bambino, in qualunque situazione si trovasse. Medici e altro personale erano Angeli infiltrati, senza potere di vita o di morte, potendo agire solo sulla vita, sia dei piccoli pazienti che di chi stava loro intorno.
    Un po’, angeli devono esserlo, sennò come potrebbero non morire di crepacuore?

  16. righe orizzontali 3 aprile 2014 a 21:46 #

    Una bontà delicata e preziosa.

    • massimolegnani 3 aprile 2014 a 22:30 #

      Be’ una bonta’ un po’ intorbidita in questo specifico caso 🙂
      ciao
      ml

  17. Berenice 4 aprile 2014 a 08:37 #

    Mamma, mamma… Ho visto la mia mamma canna al vento che non si piega, che spera, è certa, cambia, crede, lotta. Perde. Pochi come te, però. Grazie.

  18. elinepal 9 aprile 2014 a 22:29 #

    ma dove sei stato fino ad oggi….

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