la sposa che verrà

22 Mag
tripoli, 1942

tripoli, 1944

E un mattino all’alba capitò che Attilio uscendo dalla grande tenda che fungeva da sala operatoria scoprisse davanti a sè il deserto. Ma non era il solito deserto.
Gli cadde la sigaretta dalle labbra e gli sfuggì un’imprecazione: intorno a lui dune tutte uguali e sabbia a perdita d’occhio. Annusò l’aria, come una volpe che fiuta il pericolo appena fuori dalla tana. Un silenzio irreale. I cannoni tacevano, non si sentiva il rombo dei cingolati poco lontani e mancava quel via vai febbrile di camionette e ambulanze che scaricavano feriti a tutte le ore. Un deserto, insomma; non c’era più nessuno.
Era successo l’incredibile. Nella notte c’era stato il ripiegamento del fronte, preannunciato nei giorni precedenti da dispacci sibillini (“presto avverrà un riposizionamento delle truppe, tenersi pronti”), ma loro dell’ospedaletto da campo, chiusi ad operare nelle grandi tende marchiate con la croce rossa, erano stati dimenticati lì, come una luce dimenticata accesa quando si esce di casa un po’ di fretta.
Il tempo di tirare quattro calci alla sabbia e quattro madonne al cielo chiedendosi che fare, (ma che puoi fare con venti feriti barellati e un solo camion era presto detto: stare fermi ed aspettare, che cosa non si sa,) ed arrivarono gli Inglesi. Dicono la flemma, ma questi sembravano assatanati, come avessero scoperto la centrale operativa del nemico. Grida incomprensibili, armi spianate, l’ospedaletto messo a soqquadro, i feriti costretti in piedi, prima di convincersi che le uniche armi del nemico erano bisturi e stampelle.
Attilio fu riportato con gli altri a Tripoli, dove un tempo era sbarcato con altro spirito. Non che lui avesse mai avuto lo spirito del conquistatore, ma aveva provato, l’anno prima, la trepidazione di essere messo alla prova, di far valere quanto aveva appreso. E non gli dispiaceva che la sua bravura, qualora ce ne fosse stata, non avrebbe significato la morte del nemico, ma qualche vita trattenuta per le unghie.
Ora, nel campo di prigionia, si guardava le mani inoperose, le guardava di continuo, incredulo, come gli fossero state amputate.
Giornate inutili passate tutte uguali a respirare polvere ed annusare il mare di cui sentiva la risacca al di là del muro. E a mettere insieme passi brevi, perchè durassero più a lungo.
L’unico momento vivo erano le lettere che mandava a casa. Non aveva più bisogno di mentire, tacendo i rischi delle bombe. Ora poteva raccontare i giorni vuoti, poteva sfogare con la mamma la propria desolazione senza attenuarla, perché sua mamma, donna spiccia di campagna, avrebbe comunque letto quelle parole come musica. Per lei la prigionia significava che suo figlio era ormai al sicuro. “Il resto passa” avrebbe certo mormorato la donna arrivata al fondo della lettera.
Ma il resto per Attilio non passava. Le mani sempre inoperose.

Del discorsetto che l’ufficiale inglese fece dopo l’appello, lui comprese solo due parole, voluntary e hospital. Non c’era tempo per capire, occorreva fidarsi dell’intuito e Attilio fece un passo avanti prima di sapere il resto.
Il tempo che aveva sonnecchiato a lungo prese a girare a un ritmo quasi vorticoso.
Si ritrovò a lasciare il campo ogni mattino per andare a lavorare all’ospedale di Tripoli che aveva bisogno urgente di personale. Le mani ripresero a muoversi febbrili, ritrovando i gesti e la perizia della sala operatoria. Strinse amicizia con i medici locali, in prevalenza Italiani residenti nella colonia.
Anche se il permesso di uscita riguardava esclusivamente le ore da passare in ospedale e al tramonto doveva rientrare al campo, Attilio si sentiva immensamente libero. I nuovi amici lo introdussero di nascosto nelle loro case, veloci apparizioni per apprezzare un boccone in famiglia, con un occhio sempre alla finestra, che non comparisse una pattuglia inglese. Divenne presto il beniamino della comunità, conteso e coccolato da tutti.
A sera al campo raccontava in lunghe lettere alla mamma le giornate piene, le amicizie, la bella fatica del lavoro. Raccontava di tutto con una scrittura fitta, frenetica, ma evitò di parlare della ragazza silenziosa che nei ritrovi tra amici lo guardava sempre da lontano. Sua mamma non avrebbe capito, o meglio avrebbe capito subito, prima di lui. La vedeva quasi ogni giorno ma impiegò un tempo infinito ad avvicinarla, c’era sempre qualcuno che interrompeva la sua marcia per chiedergli di un doloretto al fianco o qualcuna intraprendente che gli chiedeva se in Italia avesse la fidanzata e intanto gli sfiorava il braccio sfoderando un sorriso malizioso. E lui sempre ad allungare il collo a controllare che lei fosse ancora lì, seduta nel suo angolo a guardarlo da lontano.
Attilio non ci dormiva più la notte e continuava a tacere alla mamma i piccoli progressi.
Venne Natale, una tempesta di sabbia al posto della neve e minimi regali scambiati sulla via del ritorno al campo, sigarette turche, un pettinino d’osso. Lui quella sera quasi abbracciò l’Inglese che ne registrava il rientro al cancello. La ragazza che lo aveva guardato da lontano, Giovanna, dolce e bellissima, lo amava.
Solo quando si fidanzò ufficialmente Attilio accennò alla mamma di aver conosciuto una simpatica ragazza italiana. La sua risposta non si fece attendere, “Figlio mio, non fare fesserie. Ne riparleremo quando sarai tornato.”
Ma Attilio aveva ormai deciso. Lasciò passare qualche tempo, poi “Cara mamma, Giovanna ti vuole già bene. La sposa che verrà con me in Italia sarà radiosa. Ti piacerà.”
Così ho cominciato a nascere un poco ancora in Africa. E se non io, mia sorella grande, questo è certo.

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27 Risposte to “la sposa che verrà”

  1. fango 22 maggio 2014 a 10:24 #

    mi piace. molto.

    • massimolegnani 22 maggio 2014 a 10:45 #

      F. stai diventando più loquace,
      🙂
      ml

    • Donatella Calati 23 maggio 2014 a 23:04 #

      grazie, fratello … hai sedimentato le parole scritte settant’anni fa e le hai fatte tue in un gioco di specchi

      • massimolegnani 23 maggio 2014 a 23:33 #

        sai bene che senza il tuo impegno da “archivista di famiglia” non avrei mai scritto questo brano 🙂
        ti abbraccio
        c.

  2. rodixidor 22 maggio 2014 a 10:26 #

    Bello.

  3. giornipersi 22 maggio 2014 a 10:27 #

    Bellissima storia e bellissima penna!
    Come si dice: you made my day.
    A presto,
    f.

  4. poetella 22 maggio 2014 a 11:42 #

    Oh!
    Tripoli!
    Il mio papà è nato a Tripoli!
    🙂

  5. afinebinario 22 maggio 2014 a 13:58 #

    E’ bellissimo questo racconto personale, grazie per aver condiviso con noi, in modo molto piacevole, questo spezzione di vita.
    E’ davvero piccolo il mondo 😉
    un caro saluto

  6. ogginientedinuovo 22 maggio 2014 a 15:47 #

    Mi ripeto? Bello 🙂

  7. LuceOmbrA 22 maggio 2014 a 15:59 #

    Terribile essere costretti all’inoperosità, ma che gioia poi potersi rendere utili ancora! Si pregusta un lieto fine, o un lieto inizio…

  8. rossodipersia 22 maggio 2014 a 17:51 #

    Ho letto questo post e il precedente. Mi ha colpito la tenacia di quest’uomo nel trovare il bello da guardare, il sapersi accontentare per essere felice delle piccole cose che poi rendono forte la vita di un uomo: guardare fuori e portare dentro, custodire, impreziosire e riportarlo fuori. Donarlo ad altri. Donarlo a Giovanna che ha visto in quel cranio asciutto la forza mite per costruire la sua famiglia.
    Un racconto color seppia, il tuo, che trasmette l’essenza di quest’uomo che immagino, non so il perché, molto silenzioso.
    Ciao ml…

    • massimolegnani 22 maggio 2014 a 18:32 #

      cara rosso, ho letto con commozione il tuo commento e ti dico solo che mi sarebbe davvero piaciuto poterlo farlo leggere agli interessati, i miei genitori.
      un abbraccio
      ml

      • rossodipersia 22 maggio 2014 a 19:07 #

        Sono certa che tua figlia avrebbe la stessa delicatezza parlando di te. Del resto per questo si vive, per lasciare il miglior ricordo di se stessi. Ecco perché a volte fa male non aver avuto figli.
        Ti abbraccio uomo fortunato.

      • massimolegnani 22 maggio 2014 a 20:47 #

        ti sorrido

        Date: Thu, 22 May 2014 17:07:15 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  9. tramedipensieri 22 maggio 2014 a 18:46 #

    Ohhhhh..che bellezza…

  10. Laura 23 maggio 2014 a 19:11 #

    ma quanta bellezza!!!! :O

  11. giuliagunda 6 dicembre 2014 a 12:46 #

    Questo è bellissimo, ho gli occhi pieni.
    Permettimi di complimentarmi per l’ennesima volta, a costo di far suonare le mie parole “troppo laudative”.
    🙂
    Sembra un libro, un romanzo (l’inizio mi ha ricordato “il deserto dei Tartari”, il sentirsi inutili, l’attesa vana). Sì, sembra un romanzo, una magnifica finzione, invece è “solo” la vita, della quale ancora una volta hai saputo cogliere la poesia.
    Si legge nelle parole tutta la tua emozione, si vede quasi il luccicare di qualche lacrima che ti è scappata mentre scrivevi di loro.
    Sei stato romantico e hai reso pienamente giustizia alla luce che emana da quella foto, l’hai resa ancora più bella.

    (a parte il tenero sbocciare di un amore e la gioia del finale, poi, mi ha commosso molto come hai descritto il suo malessere e la noia, quel guardarsi di continuo le mani inoperose e misurare i passi)

    un abbraccio

    G.

    • massimolegnani 6 dicembre 2014 a 16:51 #

      per questa volta ti permetto 🙂 e ti ringrazio
      (io ho un vocabolario ristretto, ma tu da dove l’hai riesumato “laudative”?) 🙂
      tornando serio, sono contento ti sia piaciuto questo spezzone di vite altrui.
      ciao G.
      buona giornata
      ml

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