una ragazzina

15 Giu
photo by margherita calati

photo by margherita calati

 

Ogni volta che mi affaccio dall’ambulatorio la vedo lì, seduta in sala d’attesa, china su un libro. È l’unica che non alza lo sguardo quando chiedo a chi tocchi (pessima domanda che evoca burocrazia anziché cura, dovrei trovare parole diverse). I capelli le ricadono sul viso e mi nascondono il suo sguardo. È talmente concentrata nella lettura che mi dà l’idea di una persona in pieno benessere, forse è solo un’accompagnatrice, ma non la vedo parlare con nessuno. Quando finalmente è il suo turno, capisco. Zoppica vistosamente, trattenendo piccole smorfie di dolore.

Basket o pallavolo? le chiedo a bruciapelo, un po’ per fare il mago a buon mercato e un po’ seguendo un automatismo incallito dall’affrontare ogni giorno piccoli traumi di gioco, di quei giochi appunto, vissuti spesso come drammi. La ragazzina mi guarda stranita, non sta alla mia battuta e non le sfugge un sorriso neanche per sbaglio mentre mi spiega con accondiscendenza che non si tratta di trauma ma di un disturbo articolare che la perseguita da anni. Si siede sul lettino, arrotola i jeans e mi mostra un ginocchio tumefatto e arrossato. Me lo mostra con lo stesso distacco di Seneca di fronte alla propria gamba che sta per spezzarsi. Ma lei è indubbiamente più carina di Seneca. E poi ha una cadenza aperta, argentina, grossomodo da media pianura, diciamo tra Oltrepo pavese e prima Emilia, che la rende simpatica. Si stende sul lettino per essere visitata, ma io la fermo, anche se ti comporti come una quarantenne ai primi acciacchi sei ancora  minorenne, le dico, ci vuole la presenza dei tuoi genitori perché io possa procedere. Lei sbuffa, cava di tasca un cellulare, parla veloce con qualcuno e richiude. Poi mi racconta di essere in campeggio sul lago con la famiglia, sua mamma l’ha lasciata davanti all’ospedale ed è andata a fare la spesa. Arriverà tra un po’, ma sa che me la so cavare, aggiunge un po’ piccata. Riconosco che ha un aspetto maturo, non tanto nel fisico quanto nello sguardo, così decido di assecondarla contravvenendo a una regola di opportunità.

Durante la visita, per rompere un’atmosfera troppo seriosa, le faccio qualche domanda frivola, sei qui da molto? ti piace il canavese?, ma lei risponde a monosillabi, non certo per timidezza ma per mantenere le distanze, almeno così interpreto la sua ruvidezza. Mentre chiamo Stefania, l’infermiera di turno, per comunicarle la terapia da preparare, la ragazzina si ravviva e mi spiega come la trattano nel centro che la segue abitualmente, sciorinando nomi di farmaci e tecniche di somministrazione con una competenza dettata dalla frequenza con cui evidentemente si sottopone alle cure. Quando dico apperò, ne sai di cose, finalmente ride, ma è un attimo. In ogni caso opto per un antiinfiammatorio di media potenza da infonderle per flebo, così ti faccio superare la fase più critica, le spiego, poi semmai coi tuoi genitori contatteremo i tuoi curanti per concordare come proseguire.

Prima di farla sistemare nella saletta di degenza temporanea do un’occhiata al libro che sta leggendo: Moby Dick! Bello, eh?

Non fosse una lettura per scuola, probabilmente lo avrei già mollato, risponde asciutta e risoluta, sistemando in un sol colpo Melville e il medico impiccione.

Riprendo la routine dell’ambulatorio un po’ deluso, mi disturba non riuscire a stabilire un contatto con i miei pazienti, quasi fosse una mancanza nella completezza della cura.

Quando torno da lei la flebo è alla fine e finalmente è arrivata la mamma. La signora è il suo opposto, esuberante, ciarliera, ben disposta. Mentre la malata si mette in piedi e saggia con circospezione l’efficacia della terapia muovendo qualche passo, la donna non tace un attimo, passando con disinvoltura dalla salute precaria della figlia alle bellezze del Canavese che non credeva fosse così affascinante, siamo andati sulla Serra per un pick-nick, betulle e laghi!, e un giorno intero in Valchiusella, oh che posti incantevoli.

Non so come fermarla e mi sembra una beffa del destino questo fiume in piena rispetto al ruscelletto asciutto della figlia. Le propongo di chiamare il loro centro di riferimento, ma lei mi risponde che non è il caso, la mia bambina (la ragazza la incenerisce con lo sguardo) ora sta meglio, basterà un po’ di riposo al sole davanti alla roulotte.

Così le accompagno all’uscita del reparto, la donna che ancora parla, la ragazzina che mi rivolge un sorriso un po’ tirato. A me resta un rammarico sordo. Come spiegare il dispiacere di aver perso qualcosa prima ancora che esistesse?

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34 Risposte to “una ragazzina”

  1. menteminima 15 giugno 2014 a 15:35 #

    Tu sai raccontare.

  2. mia_euridice 15 giugno 2014 a 15:52 #

    Beh… non si spiega.
    Qualcuno neppure sa percepirlo quel dispiacere.

    E poi: Moby Dick non l’ho mai sopportato!

  3. tramedipensieri 15 giugno 2014 a 17:38 #

    Molto bello. Penso tu lo abbia ben raccontato il dispiacere di aver perso qualcosa, sta dentro il racconto. Parola dopo parola si sente qualcosa che vorresti fermare….

    Ciao
    .marta

  4. tempodiverso 15 giugno 2014 a 18:03 #

    quell’ultima domanda vale il tutto, che è bello di suo, come al solito.
    ti sto trascurando, doc, che dall’altra parte la faccenda è piuttosto impegnativa 🙂
    ma passo sempre a dare un’occhiata

    • massimolegnani 15 giugno 2014 a 19:10 #

      Qui, cecil, sei sempre benvenuta, ma mi preme soprattutto che tu muova bene la giostra di la’, come stai facendo ora (giro davvero entusiasmante)
      un abbraccio
      ml

  5. prishilla 16 giugno 2014 a 10:08 #

    La madre spiega benissimo la figlia però 😉

    • massimolegnani 16 giugno 2014 a 14:00 #

      vero, i figli adolescenti spesso sono più rigorosi, intransigenti, dei genitori e crescono nel loro opposto.
      ciao, prish
      ml

  6. bakanek0 16 giugno 2014 a 10:16 #

    Concordo con prishilla!
    Di fronte al destino di assomigliare al genitore, o ci si adatta in pieno, prendendolo inconsapevolmente come modello, o ci si ribella, altrettanto inconsapevolmente, diventando l’esatto opposto.
    Ma sto divagando…
    Buona settimana.

    • massimolegnani 16 giugno 2014 a 14:02 #

      ecco, appunto, come dicevo a prish, l’esatto opposto, figli speculari
      ciao bak

  7. rossodipersia 16 giugno 2014 a 13:18 #

    Concordo con i precedenti commenti. Le due figure prendono il sopravvento sulla storia perché non c’è niente di più devastante della seriosità negli atteggiamenti dei bambini quando dismettono il loro mondo infantile per affrontare la paura; così come non c’è niente di più devastante di una madre che non capisce il suo ruolo.
    Ciao ml…

    • massimolegnani 16 giugno 2014 a 14:10 #

      “bambina” cresciutella in questo caso, avena almeno 16 anni (ormai l’età pediatrica si è dilatata a dismisura). e comunque non mi sembrava un comportamento dettato dalla paura o dal dolore, piuttosto una chiusura caratteriale.
      ciao rosso bella,
      ml

  8. Signorasinasce 16 giugno 2014 a 15:35 #

    Splendido.

  9. aliota 16 giugno 2014 a 22:54 #

    anche a me spiace non riuscire a creare un contatto: il rifiuto diventa qualcosa di personale. mi ferisce.
    ti lascio una carezza, prof.
    A

    • massimolegnani 17 giugno 2014 a 09:56 #

      hai detto giusto, il rifiuto generico, dettato cioè da un particolare carattere, diventa un fatto personale.
      ciao A.
      ml
      (prof? quando mai!)

      • aliota 17 giugno 2014 a 10:05 #

        non sono tutti prof i luminari della scienza medica? 😉

      • massimolegnani 17 giugno 2014 a 10:15 #

        ahah, più che “luminare” immaginami con una piletta su un casco da minatore che a malapena rischiara il circostante 🙂

        Date: Tue, 17 Jun 2014 08:05:20 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

      • aliota 17 giugno 2014 a 10:33 #

        …speleologo 🙂

      • massimolegnani 17 giugno 2014 a 10:50 #

        talpa 🙂

        Date: Tue, 17 Jun 2014 08:33:16 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  10. Jessica Servidio 17 giugno 2014 a 07:23 #

    Più che rifiuto era difesa a mio parere, non voler coinvolgere altro nel proprio dolore, per paura che diventi un dolore altrui.

    • massimolegnani 17 giugno 2014 a 10:02 #

      non credo, sai. penso fosse una ritrosia un po’ scontrosa.
      e poi un medico deve farsi carico del dolore altrui, comprenderlo, se no come lo cura?
      benvenuta Jessica,
      ml

      • Jessica Servidio 18 giugno 2014 a 07:01 #

        E tu eri realmente il suo medico disinteressato? 😉

      • massimolegnani 18 giugno 2014 a 08:21 #

        ero il suo medico occasionale, la ragazza era di passaggio. Disinteressato non lo sono mai 🙂 Date: Wed, 18 Jun 2014 05:01:01 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  11. righe orizzontali 17 giugno 2014 a 22:23 #

    Le piace talmente tanto eclissarsi in mezzo alla gente che usa i libri come scudi.

    • massimolegnani 17 giugno 2014 a 23:35 #

      …”i libri come scudi”, sì mi piace questa immagine.
      ciao,
      grazie
      ml

  12. Laura 18 giugno 2014 a 16:44 #

    Pensavo che chi conosce il dolore fisico lo considera un compagno di viaggio di cui talvolta è geloso, subentra una forma di orgoglio che è un muro, si teme il pietismo e si diventa distaccati…sono conseguenze…dolorose conseguenze… che non vivono di certo le persone che non “sanno”, neppure le più vicine, come la mamma della ragazza.
    Immagino cosa tu abbia provato, lo immagino perchè, come te, sono a contatto con persone che soffrono, non col tuo ruolo, ma qualcosa di parallelo a quello che svolgi tu.

    • massimolegnani 18 giugno 2014 a 22:01 #

      La tua interpretazione e’ intelligente e denota attenzione anche psicologica per chi soffre.
      Grazie del tuo commento
      ml

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