trio

28 Giu
photo by c.calati

photo by c.calati

 

Laura si era lasciata scivolare nella loro vita con la passività della seta che va a morire per terra. Ma a differenza della seta lei non ne morì.

 

“Questo relatore è di una noia mortale.” le aveva bisbigliato lui sfiorandole l’orecchio. Emanava un profumo particolare, di pulito e di selvatico allo stesso tempo, una fragranza tenue ma precisa. Laura annuì senza girarsi, continuando a prendere appunti e ad annusare il suo odore nell’aria. L’uomo tornò a chinarsi verso di lei: “Tempo sprecato gli appunti, sta ripetendo parola per parola quanto è riportato negli atti.” Aveva una voce calda e decisa. Lei ancora non si voltò, ma era come se già sapesse i tratti regolari del volto, le guance ben rasate, gli occhi vivaci e l’abito di buon taglio dell’uomo sconosciuto che le sedeva a fianco. Si spostò impercettibilmente verso di lui, mantenendo però lo sguardo fisso sul console onorario di chissà quale paese che con voce monotona sciorinava la sua lezioncina, e portando un dito alle labbra disse: “Sstt, io non ho diritto agli atti e devo relazionare al mio professore di Economia politica.” Le piacque la risatina sommessa dell’uomo e quell’unica parola di risposta “Bocconiana!”, che non era domanda, ma affermazione spavalda e indovinata. In quel preciso istante di apparente chiusura verso di lui, Laura decise che avrebbe acconsentito a qualunque cosa il suo misterioso vicino le avesse proposto. Lui le mostrò un voluminoso fascicolo che teneva tra le mani. “Ho tutto io. Possiamo andarcene, vieni.”

Una volta fuori dalla sede del congresso, l’uomo la prese per mano e attraversò con lei corso Europa lontano dalle strisce, incurante del traffico. “Io sono Piero.” le gridò nel frastuono, scansando un’auto con l’eleganza di un torero.

Passarono il pomeriggio nella saletta di un bar di via Molino delle armi. Piero si era fatto portare dei fogli e su questi aveva iniziato a scrivere sotto lo sguardo attento della ragazza. Il pennino d’oro della stilografica correva veloce. Ogni tanto l’uomo s’interrompeva per consultare gli atti o per salutare qualche amico e allora le lanciava un sorriso divertito prima di rituffarsi nel lavoro. Laura si chinò in avanti, poggiando il mento ai pugni sovrapposti per vedere da vicino la scrittura che riga dopo riga cresceva sicura sul foglio: assomigliava alle mani dell’uomo, curate, rapide nei gesti e asciutte. Quasi parlando tra sé, senza staccare gli occhi dal pennino, gli disse: “Hai qualcosa di femminile nella forma che dai alle parole.” Piero rispose con una smorfia ambigua. Impiegò meno di un’ora a stendere la relazione per Laura.

– Il professor Bragagli si stupirà della tua bravura- le disse soddisfatto porgendole i fogli.

–         Lo conosci? Sei forse un suo assistente?

L’uomo rise, passandosi una mano tra i capelli corti in un vezzo che faceva pensare che questi un tempo fossero stati più lunghi.

–         Nel mio lavoro occorre conoscere tutti e poi mi piace il contatto con le persone.

La guardò con occhi curiosi e aggiunse:

–         Tu, per esempio, hai un volto molto espressivo. Mi piacerebbe saperne di più.

Piero aveva uno sguardo aperto, contagioso, ma la ragazza preferì sviare da sé il discorso e gli chiese che lavoro facesse.

–         Collaboro da esterno alla pagina culturale di alcuni quotidiani. Fornisco notizie ed estratti di convegni.

Laura storse la bocca,

–         Quindi questa relazione domani apparirà sul Corriere? Il mio prof crederà che l’ho copiata da lì.

L’uomo fece un gesto grazioso con la mano, spostando una ciocca di capelli dalla fronte della ragazza:

–         Tranquilla, non t’inguaio. Più tardi per il giornale butto giù un pezzo tutto diverso. Non ho problemi a improvvisare.

Senza essere arrogante Piero sembrava avere sempre il controllo della situazione, anche quando aggiunse:

–         Stasera voglio farti conoscere un amico che ti stupirà. Dimmi dove abiti e ti passo a prendere verso le nove.

Lei lo guardò interdetta:

–         Cosa ti fa pensare che te lo dica?

Piero scrollò le spalle:

–         Preferisci forse raggiungerci in metrò?

–         Quindi dai per scontato che io accetti di uscire con voi?

L’uomo fece una faccia stupita: – Certo!- e sorrise in modo così disarmante che lei ripetè più volte la parola tra sé. Aveva un buon sapore la sua certezza.

 

Ludovico era uno strano padrone di casa. Se ne stava seduto in poltrona a scaldare tra le mani il suo cognac, ignorando platealmente i suoi ospiti, e questi, sparsi per le stanze, discorrevano a voce bassa, quasi a non voler turbare i suoi pensieri. Piero, al contrario, era in continuo movimento e fluttuava a proprio agio da un ospite all’altro, scambiando con ciascuno qualche parola e non mancando mai di presentare Laura che per lo più teneva per mano, come se anche questo fosse traffico in cui aiutarla a districarsi.  Era gente adulta e ricca, nessuno che avesse la sua età o i suoi problemi di studio e di soldi, ma lei si sentiva al sicuro sotto l’ala protettrice di Piero e non badava al tono di condiscendenza che le veniva usato. Anzi le piaceva sapersi unica là dentro.

L’appartamento era un attico a due piani che s’affacciava su piazza San Babila. Poco lontano le guglie del Duomo sembravano essere state messe lì per arredare le finestre.

A Laura Ludovico non piacque. Sembrava ancora più vecchio di Piero e degli altri, quarant’anni almeno, e aveva un volto piuttosto tetro, incorniciato da una barba corta che accentuava, anziché sminuire, la magrezza delle guance. A malapena aveva alzato gli occhi su di lei mentre l’amico gli spiegava chi fosse e non aveva mutato l’espressione cupa di fronte al suo sorriso.

–         Brr, che lugubre il tuo amico.- bisbigliò lei mentre si allontanavano.

–         Ti piacerà, quando lo conoscerai meglio.- le disse di rimando Piero.

–         Ma perché invita la gente a casa, se poi non la sopporta?

–         Ludovico è fin troppo buono. Sa il mio desiderio di avere persone intorno e mi accontenta, a costo d’intristirsi.

La serata andò avanti a lungo, tra chiacchiericci fitti e risate sommesse. Laura si era ritagliata uno spazio nell’angolo della musica e da lì osservava senza invidia il mondo dorato a cui non apparteneva. Piero era l’unico che le piacesse, per i modi non affettati e per quell’entusiasmo che metteva in ogni cosa. Notò che ogni tanto lanciava un’occhiata verso Ludovico ed erano i soli istanti in cui lo vedesse vagamente preoccupato.

 

Alla spicciolata gli ospiti presero congedo. Laura, vedendo che Piero si avviava con gli altri, infilò in fretta il giubbotto di jeans, ma inaspettatamente il padrone di casa la trattenne:

–         Fermati ancora un momento. Piero torna subito e ti riaccompagnerà a casa più tardi.

La ragazza mormorò un “per me è tardi” poco convinto. Ludovico finse di non sentire e la aiutò a sfilarsi il giubbotto. Poi cingendole le spalle la guidò verso un divano in penombra. Non sembrava lo stesso uomo che pochi minuti prima non si era nemmeno alzato dalla poltrona per salutare i suoi amici che se ne andavano, concedendo loro solo un breve cenno d’addio con mano annoiata.

–         Piero mi ha parlato molto di te.

–         Ma se ci siamo conosciuti oggi, cosa può averle detto di me?

–         Più cose di quante immagini. Piero è un ragazzo intelligente, dotato di un intuito formidabile per inquadrare le persone al primo sguardo. Difficilmente si sbaglia e di te ha detto solo bene.

–         Mmh, le avrà detto che faccio la Bocconi e che mi ha passato lui una relazione per domani.

–         No. Mi ha parlato dei tuoi polsi e del tuo passo.

–         I polsi?

–         Sì, sottili e soavi, li ha definiti.

Ludovico si sporse verso di lei e le prese una mano:

–         E non posso che condividere il suo giudizio- disse, ruotandole con delicatezza il polso.

Laura sorrise imbarazzata. Forse l’uomo stava prendendosi gioco di lei, ma non ne era certa. C’era qualcosa di serio nel suo sguardo e nei suoi gesti. E poi lei amava gli apprezzamenti, soprattutto quando, come ora, sembravano disgiunti da ogni allusione sessuale. Così rilanciò:

–         E il passo?

–         Breve e aggraziato. Da prima ballerina intimidita dal debutto.- e accompagnò le parole con un gesto della mano che l’invitava ad alzarsi.

Laura ridendo accennò una lenta giravolta.

–         I miei piedi così piccoli e imbranati. Ho sempre paura d’inciamparmi. Per questo faccio passetti corti e trafelati.

–         Preferisco credere che sia l’emozione del debutto.

Era la seconda volta che Ludovico usava quella parola, debutto, fatta rotolare fino a lei con noncuranza. E Laura la raccolse allegramente. Sì, era la parola esatta. Lei quella sera stava debuttando. Non sapeva bene in che cosa consistesse il debutto, i contorni erano sfumati, l’atmosfera vaga, ma la sensazione era quella. Era una sensazione piacevole, di lieve emozione priva di paura. Quell’uomo che inizialmente aveva trovato scorbutico ora la faceva stare bene, a proprio agio. Come le era già capitato poco prima con Piero, anche ora con Ludovico si sentiva al centro di un interesse vivo e al contempo distaccato; non vi era nei suoi occhi quella voglia incontrollata che tanto la disturbava nei rapporti coi suoi compagni. La ragazza mosse qualche passo verso una finestra e attraverso i vetri guardò Milano dall’alto:

–         Qui è tutto diverso. Prospettiva, atmosfera, parole, tutto diverso. Io diversa.

–         Vuoi dire che qui non sei spontanea?

–         Al contrario. Stasera non ho bisogno di stare sulla difensiva, sa quel timore di essere troppo trasparenti che ci costringe ad atteggiamenti studiati, lontani dalla spontaneità. Beh, non so come dire, qui mi sento io e a lei confesserei ogni mio pensiero. Senza paura.

Ludovico le passò una mano tra i capelli. Sembrava volesse dire qualcosa poi si trattenne e si limitò a sorriderle. Così rimasero in silenzio, come se parlassero, fino al ritorno del comune amico.

Laura non si scompose, solo un minimo stupore per una scena mai vista in precedenza, quando Piero, appena entrato, andò verso Ludovico e gli depose un bacio dolce sulla fronte, passandogli contemporaneamente le dita tra la barba.  Di riflesso lei rivide la sua scrittura aggraziata. Non poteva essere altrimenti.

La scoperta del loro legame le procurò un sottile compiacimento, forse perché in qualche modo l’aveva intuito o forse perché ora la loro strada era sgombra da ogni equivoco.

Subito dopo Piero si volse verso di lei con un sorriso non diverso dai tanti che gli aveva riservato nel pomeriggio:

–         Sì. – disse,

–         Bene. – rispose lei.

E fu tutto quello che si scambiarono sull’argomento.

Poi furono di nuovo le parole, scambiate in allegria o seriamente, in un intreccio di discorsi da cui nessuno dei tre si sentiva escluso.

–         Alla nostra isola.- disse a un certo punto Laura sollevando il bicchiere di Sagrantino e gli altri due si unirono al brindisi senza bisogno di sapere quale fosse l’isola e quali i suoi confini.

La città albeggiava silenziosa alle finestre quando i tre decisero che era ora di dormire. Che Laura quella notte  tornasse al suo monolocale da studentessa non se ne parlò proprio. Piero portò lenzuola e coperte e trasformò un divano in letto. I due uomini le diedero un casto bacio sulle labbra e si ritirarono al piano superiore.

Laura si chiese se e quando sarebbe successo. Ma si addormentò prima di darsi una risposta.

L’attico di piazza San Babila divenne per la ragazza l’isola in cui approdare quando il mare si faceva agitato o quando al contrario diveniva troppo piatto. Erano sempre decisioni improvvise quegli approdi e il suo arrivo non era preannunciato da alcuna telefonata. “Vieni quando vuoi” le aveva detto una volta Ludovico e a lei piaceva prenderlo in parola. Così capitava che al suo arrivo ci fosse solo Piero o solo il padrone di casa, ma più spesso c’erano entrambi ad accoglierla ed era ciò che lei preferiva.

Una delle prime volte che si era fermata a cena, i due amici le avevano fatto trovare nel piatto la chiave di casa, nascosta sotto gli strati di un’impeccabile zuppa valpellinense cucinata da Piero. La ragazza aveva sgranato gli occhi come avesse trovato nel piatto un brillante e non una semplice chiave.

–          Questo è il più bel regalo di compleanno che…ma come facevate a sapere che tra poco compio ventun’anni?

–          Eheh siamo un po’ maghi. – disse Ludovico a nome di entrambi.

–           A proposito quando li compi?- chiese Piero.

–          Tra dieci mesi e mezzo!

Laura fece il giro del tavolo con i suoi passetti veloci, un po’ infantili ma tanto cari ai due uomini che abbracciò in una stretta comune, impiastricciando i loro volti col rimmel che le colava dagli occhi luccicanti.

–          Ahahah, che birba. Almeno siamo stati i primi a farti il regalo.

Sapevano ridere di poco e gioire delle piccole felicità di ciascuno. Era questo forse il segreto che alimentava la solidità del loro terzetto in apparenza poco equilibrato. Come in tutti i legami anche tra loro c’era una sorta di reciproco interesse a consolidare l’amicizia. Piero per esempio aveva più volte portato Laura a cena dai suoi genitori per fugare i loro timori sui gusti sessuali del figlio.

–          In fondo li facciamo contenti con poco.- gli aveva detto la ragazza dopo una di queste riunioni familiari.- E poi non mi dispiace essere creduta la tua fidanzata.

Piero se l’era abbracciata riconoscente.

–          Dovrei avere più coraggio e dire loro come stanno veramente le cose.

–          Ma li hai visti com’erano felici a vederci insieme? Non è ipocrisia la tua, è rispetto per la loro mentalità, troppo lontana dalla tua.

–          Sì, è vero. Ma un figlio dovrebbe educare i propri genitori, aprire loro gli occhi, fargli accettare anche le verità scomode.

–          Per loro sarebbe solo un dolore. Credimi, va bene così.

–          Tu mi sei preziosa. Sembro spavaldo, solido nella mia allegria, ma certe volte i dubbi mi assalgono, temo di sbagliare. Le tue parole mi aiutano.

–          Dai piantala che poi mi commuovo e invece ho voglia di ridere.

E un po’ per ridere e un poco per passione entrarono in un cinema dove proiettavano una retrospettiva no-stop di Buster Keaton. Dopo due ore erano rimasti gli unici spettatori e allora telefonarono a Ludovico che li raggiungesse a condividere quel piccolo evento.

 

 

Piero e Ludovico non nascondevano certo a Laura il loro legame, ma per un vago senso di pudore in sua presenza evitavano eccessive effusioni e si limitavano a tenersi per mano o a scambiarsi talvolta un bacio fuggevole. Non erano molto diversi da una coppia di genitori che davanti ai figli mantiene un contegno quasi frigido e solo oltre alla porta della camera da letto si spoglia dei vestiti e della maschera. Così quando capitava che Laura si fermasse a dormire da loro, arrivata una certa ora, la mettevano a dormire con gesti carichi di affetto e poi si ritiravano al piano superiore. Laura pativa quei distacchi e aguzzava le orecchie per rubare qualche rumore al loro vivere nascosto.

In quei momenti si sentiva esclusa e, come una bambina che intuisce senza ancora sapere, più di una volta era salita in silenzio e si era accovacciata dietro la loro porta. Non era la curiosità morbosa di vedere due omosessuali all’opera, ma il desiderio sempre più vivo di condividere anche questo aspetto della loro vita.

 

Una sera non le bastò accucciarsi come un cane dietro la porta.

I due uomini non si accorsero subito del suo ingresso nella stanza. Laura si sfilò il pigiama di Piero che usava quando dormiva da loro e scivolò nel letto, tenendosi il più possibile in disparte. Non voleva imporre la sua presenza, ma voleva esserci.

Una lampada da tavola rischiarava i due corpi in amore che lei guardava con un’invidia smarrita.

Il primo a notarla fu Ludovico che giaceva prono sotto la potenza dell’amico. Scosse la testa in un rifiuto, chiudendo gli occhi per non vederla.

Ma quando la guardò di nuovo, Laura piangeva. Allora l’uomo allungò una mano verso di lei e la tirò a sé a baciarle le lacrime. Anche Piero dall’alto cercò di accarezzarle il viso, pur continuando a spingersi deciso nel corpo dell’amico.

Laura quella sera si ritagliò d’istinto un ruolo minore ma prezioso, con baci, bisbigli e dita intrecciate alle mani degli uomini amanti. Si impose di non interferire oltre quei pochi gesti, ma quando alla fine li vide esausti e soddisfatti, s’insinuò tra di loro. E nascondendo i suoi segni distintivi di donna contro il materasso li implorò:

–          Trattatemi da uomo, vi prego.

 

 

 

 

stare tra i corpi

sudati di maschi in calore,

nuda comparsa

tra mantici lucidi e i sessi possenti,

sentirsi la vera diversa,

confinata ai bordi del letto

e non voler essere donna

ma uomo tra uomini amanti.

 

 

 

 

 

 

 

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14 Risposte to “trio”

  1. guido mura 30 giugno 2014 a 10:28 #

    Il racconto è ottimamente condotto (anche se cambierei qualche parola). I versi finali tutto sommato guastano l’effetto complessivo. Farò finta di non averli visti 😉

    • massimolegnani 30 giugno 2014 a 10:35 #

      d’accordo guido 🙂 d’altronde non sono un poeta e quei versi sono un atto di superbia.
      grazie dell’apprezzamento
      e benvenuto qui,
      ml

      • Minu 30 giugno 2014 a 14:41 #

        Feroce nella sua delicatezza. anche io i versi finali non li guardo…

  2. massimolegnani 30 giugno 2014 a 17:02 #

    minu, sono davvero contento che tu ti sia soffermata su questa storia, trascurata dai più, che io trovo più delicata che feroce (cruda, forse)
    grazie, quindi, anche se mi hai bocciato i versi
    🙂
    ml

    • Minu 30 giugno 2014 a 18:48 #

      Alcune cose io le sento feroci..e questo non vuol dire che non mi piacciono, anzi.

  3. Jihan 30 giugno 2014 a 18:39 #

    la più bella chiusa che sia mai stata scritta.

    • massimolegnani 30 giugno 2014 a 19:18 #

      Ji, intendi i versi? Si’?! Evvaiii
      Grazie!
      ml

      • Jihan 30 giugno 2014 a 19:34 #

        ehm… no i versi te li potevi risparmiare. tolgono importanza a quella chiusa da urlo.
        (che te ne frega dei versi? sei poetico anche in prosa)

      • massimolegnani 30 giugno 2014 a 21:27 #

        allora è ufficiale: quei versi sono pietosi!

        vabbè, me ne farò una ragione 🙂

        intanto mi tengo stretto il tuo apprezzamento per la chiusa in prosa

        ciao ji

        Date: Mon, 30 Jun 2014 17:34:13 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  4. giuliagunda 9 settembre 2014 a 01:50 #

    Spaesante ma delicatissimo questo racconto.
    Strana situazione la loro (mi ricorda vagamente alcune scene di “Vicky Christina Barcelona” di Woody Allen, anche se per certi aspetti si trattava di una storia ben diversa). I pensieri e le emozioni di lei sono resi benissimo (come al solito!) il che rende il tutto più coinvolgente, nonostante la peculiarità delle circostanze in cui Laura e i due amanti si trovano.
    Audace! 🙂

    Buonanotte,

    G.

    • massimolegnani 9 settembre 2014 a 08:49 #

      mi fa davvero piacere che tu ti sia soffermata su questo racconto, per diversi motivi.
      è un brano poco gettonato e questo me lo rende più caro.
      e poi si stacca dai miei temi soliti, è, mi piace la definizione che dai, audace!
      è una storia un poco al limite e sono contento che a te sia risultata credibile.
      riconoscente,
      ml
      (non ti sei espressa sui versi finali che gli altri hanno bocciato inesorabili)

      • giuliagunda 9 settembre 2014 a 12:47 #

        A me in realtà sono piaciuti. Effettivamente un po’ stonano messi lì dopo la prosa, che hai chiuso così bene, ma è anche vero che senza la prosa che li precede forse riuscirebbe difficile capire a cosa si riferiscono. Insomma, un bel dilemma! 🙂

        G.

      • massimolegnani 9 settembre 2014 a 16:36 #

        Giulia, meriteresti un regalo per aver apprezzato anche i versi:-)

        Date: Tue, 9 Sep 2014 10:47:29 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

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