le briciole di Eva

10 Ago
photo by c.calati

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Klaus, nell’ultimo sonno del mattino, percepisce un tramestio attorno a sé. Tenta di isolarsi, avvolgendosi nel suo bozzolo, ma Beatrice penetra nel sogno con un sorriso affilato e un bisturi luccicante nella mano guantata. Lui prova ancora a fuggire, corre a perdifiato e si ritrae in un angolo della mente, ma lei lo segue con un passo lento e inesorabile. Lo stana e lo fissa minacciosa. Lo accarezza con la lama sulla guancia, mentre in un soffio gelido gli sussurra:- Ti posso distruggere quando voglio. 
Un colpo secco come una rasoiata lo fa sobbalzare e Klaus si ritrova seduto sul letto, agitato e confuso.
– Povero Bibo, ti ho svegliato! Questo cassetto si inceppa sempre, per poi cedere di schianto quando lo spingi.
Klaus mette a fuoco poco per volta la figura di sua moglie, alta e legnosa nella penombra della camera.
– Che ore sono?
– Per te è ancora presto, ma io stamattina ho una seduta operatoria piuttosto impegnativa. Torna a dormire, tu che puoi. Ci vediamo questa sera.
Il sarcasmo di quelle parole, ammantate di zuccherosa sollecitudine, lo ferisce: Beatrice non alza mai la voce, non litiga, non cerca la rissa, ma non perde occasione per ricordargli la sua pochezza. Lo guarda sempre da un’altezza smisurata e le basta sollevare di poco un sopracciglio, mentre pronuncia indifferente qualche parola affilata come il suo bisturi, per farlo piombare in una desolazione nera. Klaus si difende come può: arretra, si fa piccolo e si rifugia nel suo mondo fantastico.

Al suono della sveglia Peter si alza borbottando. Accende la luce centrale e raccatta imprecando i vestiti sparsi per la stanza, senza preoccuparsi della moglie che ancora dorme. Anzi, prima di uscire dalla camera, la chiama con poco garbo perché gli prepari la colazione e lo spuntino che consumerà sulla nave. Solo davanti allo specchio i suoi gesti diventano più rilassati e il malumore si stempera in una tranquilla contemplazione di sé. I preparativi per affrontare una normale giornata di lavoro sono meticolosi: si lava con cura, si insapona e si rade con precisione e indulge a massaggiarsi con un balsamo le guance arrossate. Infine tenta inutilmente di porre ordine nei folti capelli arruffati.

Johan ha passato la notte a fissare il soffitto, come fosse lo schermo di un’enorme moviola su cui ha fatto scorrere il proprio film al rallentatore, alla ricerca della scena sbagliata. La vita gli sta sfuggendo di mano e lui non sa cosa fare. È rimasto per ore immobile nel letto per timore di svegliare sua moglie. A tratti s’è assopito per poi risvegliarsi nell’identica condizione di prima. Solo ora che Eva si alza, lui chiude gli occhi e finge di dormire. Non vuole incrociare il suo sguardo scontento, preferisce ficcare la testa sotto la sabbia.

Eva si alza senza fare rumore, nella casa ancora addormentata. Finchè non entra in cucina, si muove nel buio, quasi furtiva, nei gesti consueti di ogni mattina. Prepara la colazione per i figli e il marito, fumando la prima sigaretta della giornata. Si trucca con tocchi veloci davanti ad un piccolo specchio, appoggiato in precario equilibrio sulla tavola apparecchiata, esagerando forse con rimmel e rossetto. Scrive la lista della spesa che sistema in vista, vicino alla tazza di Johan. Non si parlano da quattro giorni.
Mentre armeggia con la serratura dell’auto, il vento la sferza insistente sul viso, facendole odiare il proprio Paese. Eva non sopporta l’interminabile inverno olandese, fatto di buio, di vento e di freddo: lo chiama la lunga notte senza sogni.
A lei piacciono le giornate luminose, il tepore del sole ed i vestiti leggeri.
Quando poi, come quel giorno, le tocca il turno lungo, anticipato al mattino e prolungato fino a tardi al pomeriggio, inizia la giornata con maggior fatica ed impiega qualche tempo prima di riacquistare serenità ed entusiasmo.
Il lungo rettilineo della provinciale per Hoorn le sta permettendo una guida sufficientemente sicura, nonostante l’imperversare della bufera. Sull’asfalto ricoperto da uno spesso strato di neve lei procede con lentezza, scrutando sul ciglio la fila di pali che puntuali emergono uno alla volta dall’oscurità, come un’interminabile processione di serafici frati. Vorrebbe mettere della musica e fumare, ma non ha il coraggio di staccare le mani dal volante. Impiega più del solito per arrivare in città, ma non se ne preoccupa perchè parte da casa sempre con un largo anticipo.
Parcheggia nei pressi del vecchio porto dei velieri, gira attorno alla massiccia torre di pietra ed entra nel solito bar. Saluta con un cenno il cameriere molucchese che, come tutte le mattine, vedendola sulla porta, inizia a prepararle il cappuccino, prima ancora che lei raggiunga il bancone e pronunci la propria ordinazione.
Reggendo la tazza fumante, Eva si addentra nel locale affollato e va a sistemarsi nel fondo, ad un tavolino dove già siede un uomo: questi ha una capigliatura ribelle, rosso fuoco, che sembra portare con eterno fastidio. L’aspetto austero, il viso regolare, le guance ben rasate, il naso dal profilo delicato, fanno pensare ad uno studioso di civiltà scomparse piuttosto che a un uomo di mare.
Si salutano senza sorridere.
– Temevo che con questo tempo da lupi non saresti venuta. Se fossi rimasta a casa, nessuno avrebbe potuto rimproverarti. Sei coraggiosa.

L’uomo ha parlato senza enfasi, quasi con circospezione. Non sembra insicuro o intimidito, semmai appare infastidito dalle circostanze che lo costringono ad agire con cautela, soppesando parole e gesti. Sembra voler aggiungere qualcosa, ma poi si limita a cercare meccanicamente la mano della donna. Eva si sottrae alla carezza, ravviandosi i capelli in un gesto brusco:
– Lascia perdere. Mi fermo poco; in effetti sono in ritardo.
Non si capisce se quel “lascia perdere” sia riferito all’aggettivo complimentoso usato dall’uomo o al suo tentativo di contatto affettuoso. Il risultato in ogni caso è raggelante e i due si concentrano sulle proprie colazioni, senza più parlare. Sembrano una coppia sposata che abbia esaurito da tempo le parole.
Dopo pochi minuti la donna depone la tazza, si pulisce la bocca con cura e si alza. Raccoglie le sue cose e, dandogli un bacio frettoloso sulla guancia, lo saluta:
– Buona navigazione, Peter! Ci sentiamo nel pomeriggio.
Lui abbozza un sorriso e la osserva uscire dal locale.
Eva si dirige con passo svelto verso il liceo: la sua mole squadrata si staglia imponente contro il cielo che inizia lentamente a rischiarare. L’edificio, un parallelepipedo moderno che sembra tenuto insieme dalle vistose scale antincendio rosse, ricorda vagamente il Beaubourg; occupa da pochi anni la vecchia spianata in riva al canale, dove un tempo in quella stagione si raccoglievano i baracconi della fiera e in estate si improvvisavano feste e balli all’aperto. Il liceo è diventato il fiore all’occhiello della cittadina, attirando studenti dall’intera regione.
I corridoi, ancora illuminati dalle luci di sicurezza notturna, irradiano un chiarore bluastro. Eva non si lascia impressionare dall’ambiente spettrale sprofondato nel silenzio. L’idea di dover rimettere in moto la macchina della scuola le dà una sottile emozione. Entra nella grande sala di controllo e si muove con competenza tra i vari pannelli di comando. Regola il termostato della caldaia, aziona le decine d’interruttori centralizzati per l’illuminazione, accende il sofisticato impianto audio interno, collega il sistema video al circuito chiuso e ne verifica il corretto funzionamento sui monitor. Come per incanto, in ogni ambiente si sparge una musica di sottofondo, le stanze si illuminano e ovunque si diffonde un tepore uniforme.
Eva sale al terzo piano e prende possesso della segreteria. Consulta l’agenda dove il vice preside di turno le ha lasciato le disposizioni per la giornata e si mette al lavoro.
Le piace quell’ora di attività solitaria in cui diventa l’anima pulsante della scuola.
Entra in presidenza dove ristagna l’acre odore di sigaro e spalanca i vetri. Depone sulla scrivania alcuni fascicoli e scrive a penna un breve promemoria con alcuni avvisi da inserire nel messaggio con cui il preside, ogni giorno, dà il benvenuto agli studenti. Decide di firmarsi con l’appellativo scherzoso con cui lui la chiama quando è di buon umore: il nocchiere. 
Prepara al computer l’ordine del giorno con l’assegnazione dei compiti suppletivi e lo affigge nella bacheca dell’aula professori. Nota che quel pomeriggio toccherà a Klaus Beer, l’insegnante di storia del primo corso, fermarsi oltre il termine delle lezioni. Ne è contenta e si augura che trovino il tempo per due parole.
Il vociare dei ragazzi che si riversano nei corridoi copre gradatamente la musica che aveva accompagnato il febbrile andirivieni di Eva ed apre un nuovo capitolo della giornata.
Alla spicciolata sopraggiungono i professori della prima ora e quasi tutti sfilano in segreteria per un breve saluto.
Ruud Van Plasten, quarantenne allampanato al primo incarico dirigenziale, si sistema il nodo della cravatta, si schiarisce la voce arrochita dal fumo e, picchiettando con una matita sul microfono, fissa la piccola telecamera posta di fronte alla scrivania. Il suo viso magro e vagamente ascetico riempie lo schermo in ogni aula e gli studenti si alzano in piedi in uno scalpiccio disordinato:
– Buon giorno ragazzi. L’abissale differenza d’età che ci separa non mi impedisce di condividere il vostro entusiasmo per la bella vittoria di ieri sui nostri rivali dell’Istituto agrario di Alkmaar. Un bravo non solo a Kipfer che ha segnato un goal splendido, ma a tutta la squadra e a quanti l’hanno sostenuta con passione. Oggi visiterà la nostra scuola un gruppo di genitori di possibili iscritti del prossimo anno. Mi raccomando di mantenere un atteggiamento educato e di rispondere con cortesia ad eventuali domande. L’invito è rivolto in particolare a quanti la volta scorsa hanno improvvisato uno spettacolo che, per una mia riprovevole limitatezza di vedute, non ho saputo apprezzare in tutta la sua fantasiosa effervescenza; vero Vermeer e Blick? Vi ricordo infine che questo pomeriggio il professor Klaus Beer sarà a vostra disposizione come garante d’istituto. Buon lavoro, ragazzi.
Prima di chiudere il contatto il preside ode il consueto brusio infastidito provenire dalle classi dell’ultimo anno. Si rivolge a Eva che era appena entrata nel suo ufficio:
– Trovi fuori luogo queste mie esternazioni mattutine?
Le sta chiedendo un parere e lei lo vuole ripagare con parole prive di adulazione:
– L’idea è giusta e non la devi abbandonare. Ma penso che gli studenti più anziani percepiscano un’enfasi eccessiva in certe tue frasi. Forse con loro il tuo atteggiamento è troppo paternalistico.
Il preside tamburella sul legno lucido della scrivania, con il capo chino, assorto nei suoi pensieri, forse dispiaciuto per quel giudizio non del tutto positivo. Eva prende i documenti che cercava e fa l’atto di uscire dalla presidenza, pentita di essere stata troppo franca.
– Bravo, nocchiere! Hai ragione.- le dice quando lei è già sulla porta- Sono giovani adulti, non gli posso imporre il mio fervorino tutte le mattine. Devo trovare un sistema più diretto per comunicare con loro. Dì al tecnico di escludere dal circuito televisivo le quinte e convocami i rappresentanti di quelle classi per mezzogiorno. Voglio discutere con loro un approccio diverso.
Lei rimane un momento incerta, poi azzarda un suggerimento non richiesto:
– Perché oggi non scendi in mensa e ne parli con loro davanti ad un buon piatto di pannoekoeken?
Il professor VanPlasten la fissa perplesso:
– Non so se è una buona idea. Non voglio imporre la mia presenza nel loro momento di svago. Ci devo riflettere. Comunque grazie del consiglio e …tieni sempre salda la barra!
Eva rientra in segreteria con un sorrisetto soddisfatto che non sfugge a Brunilde, la collega più anziana:
– Ehi! Che ti ha detto il nostro Rudy da renderti così giuliva? Cammini a un metro da terra e non ti accorgi di noi comuni mortali. È amore?
Eva la squadra dominando a stento la rabbia. Più delle sue battute completamente fuori strada, non sopporta di Brunilde il pigro vivacchiare in perenne attesa della pausa di mezza mattina o della fine del turno o dell’inizio delle vacanze. Così, sbattendo le ciglia bistrate, le risponde:
– No. Mi ha solo pregato di essere paziente con gli stupidi. Gli ho risposto che la pazienza non rientra tra i miei difetti; se vengo provocata, so essere molto aggressiva.
Con un gesto tranquillo toglie di mano alla collega il bicchiere di carta ancora colmo di tè fumante e lo lascia cadere in verticale nel cestino della carta straccia. La donna, dalla stazza poderosa, rimane a bocca aperta. Quando si riprende dallo stupore, bofonchia qualche parola in bilico tra giustificazione e contrattacco, ma ormai Eva si è allontanata e sta parlando con un’altra impiegata, che aveva seguito da lontano il breve diverbio.
Durante la pausa Klara torna sull’argomento:
– Non te la devi prendere con Nilde. È un po’ pettegola, ma non è cattiva. Quest’anno sperava di andare in pensione e invece è costretta a lavorare con un preside che la vorrebbe attiva e pimpante come una ventenne.
Ma Eva taglia corto:
– E’ una cretina. Non ho mai sopportato le sue battutine stupide ed oggi ho voluto saldare anche gli arretrati.
– La tua aggressività mi meraviglia; non è da te. Dov’è finita la tua capacità di rispondere con una risata alle battute degli altri, anche quando sono pesanti e non fanno ridere. Se veramente c’è qualcosa tra te e il preside, ti conviene controllare meglio le tue reazioni, altrimenti tutti capiranno.
Eva non nasconde una smorfia di fastidio:
– Se ti meravigli del mio comportamento significa che non mi conosci. Non sono trasparente come credi, anzi mi rimprovero spesso di non lasciar trapelare l’emozione. Comunque non sono una bestiolina mansueta, sempre pronta a dare la zampa e scodinzolare. Spesso taccio unicamente perché non mi piace fare piazzate, ma non sono remissiva. Quanto al preside, è una persona che stimo e che sono contenta di avere come capo. Punto e basta. Di quello che pensa la gente, te compresa, non me ne importa nulla. E adesso andiamo in terrazzo a fumarci una sigaretta, prima che mi metta a litigare anche con te.
La prende sottobraccio ed insieme escono all’aperto, nell’aria frizzante di metà mattino.
Ha smesso di nevicare ed il vento ha spazzato le nuvole, lasciando un cielo terso, di un blu intenso, come è raro vedere da quelle parti. Eva osserva il bianco lucente dei campi coperti di neve e, sulla destra, l’azzurro limpido del “mare interno”. Sotto di loro anche la cittadina ha acquistato in quella luminosità un fascino inconsueto.
– Questi colori così comprensibili mi riconciliano con il mio Paese.
– Perché, avevi litigato anche con l’Olanda?- ironizza Klara.
– E’ una lunga storia di incomprensioni.- risponde lei in una risata aperta.
Finita la sigaretta, l’amica decide di rientrare, mentre Eva rimane ancora all’aperto a gustare la luce del sole, se non il suo calore troppo tiepido. Socchiudendo gli occhi per la luce intensa, segue fino all’orizzonte il contorno della grande baia che un tempo aveva protetto Hoorn dalla furia del mare aperto, rendendola un porto sicuro e fiorente. La lunga diga di Enquizen che si intravede in lontananza ha segnato il destino della cittadina, trasformando quell’ampio tratto di mare in un bacino chiuso. Hoorn viene soffocata lentamente, a mano a mano che l’acqua lascia il posto alla terra. I primi polder vanno affiorando, ad intaccare, con il loro verde minaccioso, i bordi della baia. Presto marinai e pescatori avrebbero abbandonato in silenzio le barche e le reti per mettersi mestamente dietro a un aratro.
Eva guarda, quasi in verticale sotto di sé, i magnifici velieri del porto-museo, divenuto il grottesco emblema della città, anticipatore della morte di Hoorn. Pensa a Peter che di quel mare vive e il rancore verso di lui, covato negli ultimi giorni, viene annullato per qualche istante da un caldo desiderio di condivisione. Sente il bisogno di parlargli e, anche se lì all’aperto sta gelando, decide di chiamarlo subito, nel timore che quella tenue emozione svanisca.
Lascia squillare a lungo prima di udire la sua voce cavernosa nella quale percepisce, anche nei momenti di maggior intimità, una venatura di compiaciuta superiorità.
– Ciao Peter, come stai?
– Stamattina c’è stata burrasca e con questi fondali bassi ho temuto che ci incagliassimo. Dopo tanti anni di navigazione, sarebbe stato il colmo colare a picco proprio adesso che hanno trasformato il nostro mare in una specie di tinozza. I miei uomini dicono che se continua così, presto cambieranno mestiere. Non gli posso dar torto: il nostro postale viaggia con sempre meno passeggeri. Con la strada che hanno aperto sulla diga in un’ora sei a Lelystad. La gente non ha più bisogno di noi.
Ascolta il suo sfogo senza interromperlo, ma non sente nelle parole il calore sperato. Mentre lui continua a parlare di lavoro con una cantilena incessante, lei ha la spiacevole sensazione che Peter si stia aggrappando a quell’argomento per impedirle domande sgradite. Si pente di averlo cercato.
– Dimmi qualcosa, Peter,- gli dice alla fine, quasi offrendogli un’ultima possibilità.
Per un tempo interminabile l’uomo tace e lei attende, in un silenzio ostinato, che le parole arrivino.
– Mi dispiace piccola, devi avere pazienza.- parole smozzicate, tra lunghe pause di imbarazzo- Non è il momento di fare pazzie. Ci vediamo domani. Ricordati che, comunque vadano le cose, ti amo.
Eva toglie la comunicazione senza rispondere.
Le torna in mente il Peter di pochi mesi prima, esuberante e un po’ spavaldo, che l’aveva affascinata con i sogni contagiosi e le frasi ad effetto: “Prendi in mano il tuo destino, non subirlo. Esigi per te stessa la felicità. Non restare sul bordo della piscina, tuffati in acqua, io sarò lì ad accoglierti.” Lei gli aveva creduto, ma adesso lui sembra impreparato, forse spaventato dalle sue decisioni.
Si chiede se anche loro si siano arenati irrimediabilmente, come aveva rischiato il postale quel mattino. Stranamente, il pensiero che la loro storia stia finendo nel nulla, proprio ora che lei aveva provato ad imprimerle una svolta decisiva, la lascia indifferente. Si sente però profondamente irritata con Peter: alla prima difficoltà ha perso tutta la sua baldanza e ai suoi occhi è diventato un re nudo.
Rientra nell’edificio piuttosto cupa.

Appena rientrata Eva scrolla i lunghi capelli come avesse avuto un brivido e si dirige con passo deciso verso il suo ufficio. Come spesso le capita quando le cose non vanno per il verso giusto, si immerge nel lavoro, scegliendo tra le pile di incartamenti quello più ostico, che da giorni attende di essere evaso. Per un’ora non solleva la testa dalla scrivania, insensibile al chiacchiericcio fitto di colleghe e professori che stazionano davanti alla segreteria.
Quando scende in mensa, Eva è di ottimo umore.
L’ambiente, uno stanzone enorme, troppo illuminato, è dominato da un brusio ininterrotto, simile a un frastuono in miniatura, come se al suono originale, ben più potente, qualcuno avesse messo la sordina. I ragazzi formano lunghe tavolate vivaci, mentre professori ed impiegati preferiscono mangiare nei tavolini da quattro. Mentre avanza reggendo il proprio vassoio, Eva vede il preside, seduto a un tavolo lontano con i tre rappresentanti delle quinte; non può sentire che cosa si dicono, ma il clima sembra disteso. Sorride a quell’uomo, tanto intelligente e umile da saper accettare i consigli di una segretaria. Poi depone il vassoio sul solito tavolo delle impiegate.
Catharina, una giovane applicata di segreteria, sonda gli umori delle amiche più anziane:
– Non trovate che l’orario lungo che ci tocca una volta ogni quattro giorni sia troppo pesante? A me piace lavorare, ma non mi sembra giusto stare chiusa qui dentro dieci ore filate. Dubito tra l’altro che ciò sia corretto dal punto di vista sindacale. Se presentassimo compatte una richiesta scritta di revisione del nostro orario, il preside sarebbe costretto ad affrontare l’argomento.
Brunilde appoggia l’idea:
– Mi fa piacere che la pensi come me. Ho sempre considerato l’orario lungo un vero sopruso. A questo aggiungi l’assurdità di farci iniziare un’ora prima per svolgere delle mansioni da bidello.
La discussione si anima e anche Klara si lascia lentamente contagiare dal clima di ribellione e alla fine si dichiara disposta a firmare la petizione. Eva non fa commenti, reprime la stizza e si limita a scrutare i volti eccitati delle colleghe che parlottano fitto e si danno man forte l’una con l’altra. Solo dopo qualche minuto le tre sembrano ricordarsi di lei e la fissano con aria interrogativa.
– Mi spiace ragazze. Io la penso diversamente.
Eva non si preoccupa di averle tutte contro, piuttosto ne ricava una confortante sensazione di forza. Riprende a parlare pacata, come non avesse bisogno di asprezza per far valere le proprie convinzioni:
– Non mi sono mai considerata il surrogato di una bidella. Mi pare che ci sia uno scopo ben preciso nella presenza di una di noi prima dell’apertura della scuola: per quell’ora tutto deve essere predisposto, funzionante.
– Sì. Dobbiamo accendere i caloriferi!- s’intromette acida Brunilde.
Eva la guarda con un sorriso di sufficienza:
– E’ la nostra macchina amministrativa che dobbiamo predisporre alla sera e far ripartire al mattino: gli ordini del giorno per gli insegnanti, le comunicazioni da affiggere in bacheca per gli studenti, la pianificazione degli appuntamenti del preside e dei suoi vice. Sarà un lavoro noioso, ma senza dubbio si tratta del nostro lavoro. Per capirne l’importanza basta vedere come ci troviamo spiazzate ed arranchiamo affannate per tutta la mattina quando la responsabile del turno lungo non ha svolto bene il suo compito.
Guarda di nuovo la sua antagonista con un sorrisetto allusivo, che Brunilde preferisce non vedere.
Allora Eva prosegue:
– C’è un altro aspetto che mi sembra importante: quelle ore di lavoro solitario racchiudono una piccola sfida. Non c’è nessuno a cui rivolgersi per un parere, una collega con cui condividere la responsabilità di una scelta difficile o un insegnante su cui scaricare una decisione scomoda. Siamo sole e ce la dobbiamo cavare. Se poi dobbiamo anche accendere due interruttori e schiacciare tre pulsanti, CHI SE NE FREGA.
Ha scandito lentamente le ultime quattro parole, senza alzare la voce od inasprirne il tono. L’effetto è notevole. Le altre la fissano disorientate. Lei è senz’altro la migliore del gruppo e questo loro l’hanno accettato da tempo come un dato di fatto inoppugnabile. Piuttosto non le perdonano l’aria intransigente e la mancanza di toni concilianti che assume nella discussioni di lavoro. Le colleghe le hanno affibbiato un nomignolo, “Islam”, alludendo a un certo integralismo del carattere più che ai tratti orientaleggianti del viso o alla carnagione olivastra.
– Quindi tu non firmi?- domanda spiccia ed irritata Catharina.
– No.- risponde lei laconica.
Poi aggiunge:
– Non vedo perché dovrei appoggiare una richiesta che non condivido. Tra l’altro con questo sistema, quando non si è di turno, si è già libere alle tre, anziché alle quattro e mezza come nelle altre scuole.
Klara, perennemente incerta, riconosce che quello è un bel vantaggio e che forse dovrebbero riflettere ancora prima di prendere una decisione. Le altre due si trovano spiazzate e sono incapaci di controbattere con affermazioni sensate.
Tra qualche mugugno inarticolato la discussione si spegne con un nulla di fatto.
Eva, quando, uscendo dalla mensa, ode Brunilde borbottare un commento poco lusinghiero nei suoi confronti, del tipo “quella lì è la cocca del preside”, fa spallucce e tira dritto senza nemmeno voltarsi.
Alle tre la scuola si svuota.
L’ultimo ad uscire è il preside che passa ancora in segreteria per dare ad Eva le ultime disposizioni. Rimane pochi minuti, la ragguaglia brevemente sull’incontro in mensa con i ragazzi delle quinte. Le fa un segno di ok con il pollice sollevato e se ne va con il suo passo dinoccolato.
La giovane donna, rimasta sola, mette il bollitore sul fornello elettrico e, mentre aspetta che l’acqua sia calda, pensa a come organizzare le ultime ore di lavoro. Sulla scrivania l’attende la pila dei registri di classe: li deve scorrere riportando su un foglio i nominativi degli assenti e di quanti quel giorno hanno ricevuto note di biasimo, per comunicare l’accaduto alle rispettive famiglie. Mentre sorseggia la bevanda fumante, le viene in mente che da qualche parte nella scuola è rintanato Klaus Beer, il professore di turno a disposizione dei ragazzi. Si conoscono da anni, ma solo di recente è capitato, non sa nemmeno lei dire come, che, nelle poche occasioni in cui hanno lavorato insieme, si siano fermati a parlare, sempre più a lungo, con un imprevisto affiatamento, un sottile filo d’intesa, fatto di lievi provocazioni, di fugaci affondi e di reciproche, inattese, confidenze.
Eva per un momento pensa che potrebbe cercarlo, con la scusa di offrirgli una tazza di tè, ma poi preferisce non forzare gli avvenimenti. La intriga l’apparente casualità dei loro incontri.
Un’ora più tardi è Klaus a bussare sul vetro opaco della porta e ad affacciare il volto giocoso:
– Ti disturbo? A parlare con i ragazzi m’è venuta sete e mi sono chiesto: “chissà se la biondina ha preparato il tè?”
Lei lo saluta piuttosto tiepida, ma abbandona subito i fogli che sta compilando e va a controllare se il bricco sia ancora caldo.
– Arrivi tardi! Ma se hai la pazienza di aspettare cinque minuti te ne scaldo una tazza.
Poi, lisciandosi i lunghi capelli corvini:
– Perché mi chiami biondina se sono nera come la pece?
– Appunto!- risponde lui pronto- Sei l’unica qui dentro a non essere bionda o rossa. Le persone si possono definire per assonanza o per contrasto. Avrei anche potuto chiamarti “stangona” oppure “bella”.-
– Preferisco non sapere se l’ultimo appellativo l’hai scelto per assonanza o per contrasto. Ma ti avverto che non basta così poco per intaccare la buona opinione che ho di me.
– Ne sono convinto. Ma, fossi in te, non mi vanterei troppo di questo pregio, che in verità considero un tuo limite.
Si punzecchiano leggeri.
– Non mi pare che tu, quanto a fascino, sia in una posizione tale da poter dettare legge!
Klaus emette una risata stridula che sembra un nitrito, mostrando la dentatura irregolare, e spalanca sconsolato le braccia:
– Mi considero fuori gioco, ma questo non mi impedisce di guardarmi intorno e valutare tra me e me le persone che mi circondano. Anche se parlo poco, osservo e giudico! Ti faccio un esempio: c’è una mia collega universalmente considerata la più affascinante della scuola. È senza dubbio una bella donna..

-ma scommetto che a te non piace- lo anticipa lei con un sorriso malizioso.

-sì, mi basta starle vicino pochi minuti per accorgermi di quanto sia artificiosa, affettata, fasulla, nel corpo e nello spirito. Bella sì, affascinante no. Eppure solo io voterei contro, in un ipotetico referendum.
Lei lo guarda soddisfatta; hanno ripreso con naturalezza il filo interrotto, come due ragni che d’istinto riparano in fretta la tela rovinata dal tempo. Dopo un prolungato scambio di battute, Eva decide di raccontargli del diverbio avuto in mattinata con Brunilde e della successiva chiacchierata con Klara:
– Ho sostenuto che non mi interessa il giudizio della gente, ed è vero. Ma il tuo parere mi preme. Anche tu pensi che me la intenda con il preside, insomma che ci vada a letto?
Klaus non si scompone:
– Non me lo sono mai chiesto e sinceramente non mi interessa. Di te mi piace indovinare le emozioni che ti guidano, scoprire le piccole debolezze, solleticare la curiosità, insinuare il dubbio, percepire l’ambiguità. La realtà, cioè la cronaca spicciola e pettegola, la lascio agli altri. Considera, poi, che non c’è niente di meno sicuro ed affidabile della stessa realtà.

-In che senso?

-Supponiamo che non ci sia nulla tra te e lui, ma che le tue colleghe siano fermamente convinte del contrario: nel giro di pochi giorni quella diventerà la verità oggettiva e consolidata che nessuna vostra smentita potrà scalfire; voi due saprete che non è vero, ma nel nostro piccolo ambiente pettegolo nulla sarà più reale della vostra relazione.
Per una civetteria istintiva Eva insiste su quel tasto:
– Tu sei convinto che io abbia una vita scontata, lavoro, marito e figli, dove non ci sia spazio per leggere avventure o forti emozioni?
Lui la fissa arrossendo leggermente e rimane perplesso a lungo prima di parlare:
– Che cosa penso, non te lo dico. Le avventure degli altri mi affascinano, ma personalmente non so intessere legami. Ho una diffidenza innata per la gente, ne sfuggo il contatto, specie quando dai rassicuranti discorsi formali, che peraltro odio, si passa ad un livello verbale più diretto, in qualche modo più intimo. Sento un disagio crescente, insopportabile; vorrei sottrarmi alla prova, ma resisto, impacciato, badando a non alimentare il discorso, finchè il colloquio si spegne da solo. Tu costituisci per me un’inspiegabile eccezione. Con te mi sento tranquillo, ti ascolto volentieri e ti parlo con facilità. Sono un’altra persona.
Eva sorride:
– Certo che sei uno strano tipo. Non avrei mai detto che dietro la tua aria gioviale si nascondesse una timida misantropia. Non mi piacciono le persone troppo complicate, che si studiano e si affliggono per nulla. Eppure tu mi sei simpatico. Ti trovo originale, autentico.
In effetti i due amici hanno caratteri molto diversi, schietto e fin troppo duro, quello di lei, in parte mitigato da una serena amabilità di facciata; introverso e tendente al cupo, quello di lui, celato dietro un’ilarità di superficie. Nonostante queste macroscopiche differenze, nei loro brevi incontri sembrano guidati da un’attrazione inconsapevole, grazie alla quale lei stempera la propria asprezza e lui si scopre loquace, quasi disinvolto.
– E allora, se non ti piacciono afflizioni ed autocommiserazioni, adesso ti farò inorridire: sono ossessionato da pensieri di morte. Ma non è la morte in sé che mi spaventa, quanto l’idea di giungere alla fine senza aver realizzato i miei sogni. Certe volte vorrei poter ricominciare da capo.
– Non ti servirebbe a nulla. Faresti le stesse scelte e falliresti gli stessi obbiettivi, perché saresti comunque tu. È nella vita che stai vivendo che semmai devi provare a correggere il tiro. Non grandi cambiamenti, che sono impossibili, ma piccoli aggiustamenti di traiettoria, che ti permetterebbero forse di vivere meglio.
– Il punto secondo me non è questo. Per l’assillo che mi perseguita i piccoli aggiustamenti non servono e un cambiamento radicale non è possibile. Perché, vedi, ciò che mi fa impazzire è l’idea che me ne andrò di qui senza lasciare una traccia, un ricordo, anche piccolo ma indelebile, che mi faccia in qualche modo sopravvivere alla mia morte.
Eva ha un lieve moto d’impazienza:
– Non ti offendere, ma le tue angosce esistenziali sono infantili. Tu semplicemente vorresti assistere al tuo funerale, sopravvivere a te stesso. Mentre ti ascoltavo mi è tornato in mente Julius, mio figlio di sette anni: per un certo periodo anche lui è stato ossessionato da pensieri di morte. Non certo la sua, che non riesce ancora a immaginare, ma la mia. Era spaventato dall’idea di crescere, perché legava indissolubilmente la sua crescita al mio invecchiamento, come fosse lui a spingermi verso la morte diventando grande. È un concetto sostanzialmente esatto, che denota un’intelligenza sensibile ed io non ho voluto liquidarlo in modo banale. Così ho inventato la teoria delle stelle. Gli ho spiegato che ogni mamma ha una sua stella, pronta ad accoglierla quando sarà giunto il suo momento e dalla quale continuerà a stare in contatto con i propri bambini. Gli ho voluto fornire un riferimento preciso e ho scelto Sirio, che con la sua brillantezza è facile da individuare e nel nostro cielo è visibile in ogni stagione. A Julius quest’idea è piaciuta: se ci capita di uscire di casa con il buio, scruta febbrilmente il cielo ed esulta appena riconosce la mia stella. L’altra sera, fissando pensieroso il cielo, mi ha chiesto: “Mamma, tu quanti anni hai?”, domanda che non ho trovata del tutto innocente: mi è sembrato che Julius mi chiedesse di affrettarmi a morire, magari solo un pochettino, per poter sperimentare l’efficacia della comunicazione stellare! Ma a parte questo risvolto imprevisto, sono contenta che io e lui assieme abbiamo esorcizzato la morte.
Klaus guarda la donna con un’ammirazione forse esagerata; mentre lei parlava si è immedesimato nelle angosce del bambino e ha visto anche lui Sirio con occhi infantili e rasserenati. Si riprende dal torpore in cui è caduto e preferisce tacere questi ultimi pensieri, troppo puerili anche per una persona comprensiva come la sua amica. Tenta di assumere un’aria scanzonata e racconta con ironia un’altra parte di sé:
– Anch’io, per tranquillizzare il bambino che c’è in me, ho escogitato un trucco: la teoria delle briciole. Dalle persone che mi interessano rubo un piccolo frammento, un gesto, un sorriso, un lieve imbarazzo. Come una formica operosa, porto fino alla mia tana quella briciola preziosa e lì me ne nutro, trasformandola a mio piacimento in un banchetto prelibato.
Eva lo scruta con un’espressione incerta:
– Non capisco bene. Intendi dire che preferisci cullarti nel ricordo di un sorriso, piuttosto che tentare di ottenerne un altro?
– Non è esattamente così. Nelle mie mani quel sorriso diventa una storia intera. A me piace disegnare e ho una fantasia spigliata. Parto da una figura reale e la elaboro secondo l’emozione che mi ha suscitato. La mia vera passione è costruire personaggi assurdi, metà donna e metà animale, che faccio vivere in un ambiente surreale. Solo io continuo a riconoscere in quel personaggio la donna che lo ha generato. Il problema è che da quel momento stento a considerare quella persona come è in realtà e finisco con l’attribuirle nella vita di tutti i giorni le emozioni e i sentimenti della finzione. Mia moglie non è tenera con queste mie fantasie, dice che sono diventato un pornografo vizioso. Dovrebbe esserne contenta, invece: in quelle fantasie incanalo l’emotività e il desiderio di novità che se sfogassi diversamente potrebbero danneggiare la nostra unione.
Il discorso è contorto e lascia intendere qualcosa di non detto, ma Eva lo assimila con una chiarezza immediata. Lo accantona per un momento, perché sente il bisogno di aprirsi a sua volta:
– A me succede in qualche modo il contrario. Affronto la vita come faccio con il lavoro: non mi nascondo, non mi tiro indietro. Ho poca fantasia, non sogno né cerco avventure, ma quello che mi passa la vita lo accetto senza preclusioni e lo vivo fino in fondo, anche se poi ne resto delusa. Forse non ho incontrato le persone giuste, oppure mi sopravvaluto come sostieni tu, fatto sta che non riesco ad emozionarmi per quanto mi accade. Vorrei smarrirmi, perdere la bussola e invece ho sempre ben chiaro dove sto andando. Se ci rifletto, e mi costa molto ammetterlo, non sono soddisfatta di me e nemmeno degli altri. Sento di avere delle potenzialità superiori a quelle di cui si accontenta chi mi è vicino. Ho un motore potente che nessuno sa accendere. E non mi riferisco solo a mio marito.
Improvvisamente Eva appare fragile. Klaus non riesce a mantenere oltre la faticosa aria distaccata e, con la tazza in mano, si sposta in un angolo in ombra:
– Perché mi dici questo? Non sono la persona più adatta per aiutarti a cambiare le cose. Posso solo dirti che le tue briciole sono buone.
– Mi hai inserito in un tuo fumetto?! Ne sono sicura! Con che animale mi hai impastata?
Dal suo angolo buio Klaus, in un affanno crescente, non prova a negare:
– Beh, tu sei la donna-castoro.
Gli occhi già scuri di Eva s’incupiscono:
– Francamente da te mi aspettavo un paragone meno scontato.- e mostra i candidi incisivi prominenti.
– I tuoi denti non c’entrano nulla. È una fantasia molto più complessa, ma non credo che ti farebbe piacere conoscerla.
Ormai il professore parla con evidente disagio; è consapevole delle proprie stranezze ed è certo che non sarà compreso. Ma, incapace di mentire, si sente costretto a confessare con imbarazzo i propri segreti.
Un campanello risuona in lontananza e Klaus vi si aggrappa come un pugile sull’orlo del ko al gong:
– Qualche altro studente sta cercando il suo confessore laico. Devo andare ad ascoltarlo. Mi piacciono questi ragazzi che con lo stesso fervore si lamentano della pessima qualità della musica diffusa dagli altoparlanti e dei soprusi che subiscono da un professore dispotico o dai compagni più grandi. Invidio la loro passionalità acerba.
Abbandona quasi furtivamente la stanza, mentre lei gli grida:
– Li vorrei vedere quei disegni…-, senza ricevere risposta.

Il foglio con il lungo elenco degli studenti assenti giace in vista sulla scrivania e aspetta da un’ora di essere affrontato. Occorre telefonare a decine di genitori e ripetere sempre la stessa frase:- Buon giorno signora, suo figlio oggi non si è presentato alle lezioni. Ne era al corrente? Pensa che l’assenza si protrarrà a lungo?- Per una volta Eva trova noioso il suo lavoro.
Dopo poche telefonate, un timido bussare alla porta la interrompe a metà di un colloquio. Un ragazzino pallido e lentigginoso si affaccia educato e, profondendosi in scuse, le consegna un voluminoso plico:
– E’ da parte del professor Beer. Dice che glielo potrà restituire con comodo.
Mentre sfila il contenuto dal plico, Eva si accorge di essere emozionata.
Compaiono due grandi tavole disegnate a china, con tratti nitidi e precisi. Un foglio è occupato quasi per intero dalla figura di un castoro, curata nei minimi dettagli: le zampette anteriori sono poggiate su un pezzo di legno e si distinguono bene le unghie ricurve e le dita palmate. Il muso, dominato da due grandi occhi scuri, ha qualcosa di umano. Lo osserva incuriosita e nota che il naso scuro e liscio risulta sproporzionato alla taglia dell’animale. Eva si passa un dito sul proprio naso, allungato e carnoso, e sorride, bisbigliando qualcosa. Prosegue l’analisi del disegno che ritrae il corpo del castoro, quasi di profilo: il dorso, che segue un’elegante linea curva, ha un mantello folto ed ispido. Con grande stupore vede che sotto la grossa coda a spatola si nasconde una natica bianca, polposa e tondeggiante, decisamente femminile fino a metà coscia, dove ricompaiono fattezze tipicamente animali.
Il castoro sembra dominare dall’alto di una struttura in cemento (una diga?) un paesaggio bucolico e surreale, lontano, in cui si mescolano piccole figure di astronauti, cavalli alati, uomini metallici e, ancor più minuscolo, un personaggio buffo in abiti antiquati.
La seconda tavola è suddivisa in dieci riquadri. In ogni scena è rappresentata una vicenda che ha per costante protagonista lo strano animale. Non si capisce se i diversi riquadri vadano letti secondo una precisa scansione, come momenti di una medesima storia, o se costituiscano una specie di lampi, visioni isolate una dall’altra. In tutte il castoro, che stia costruendo una diga o che si guardi intorno fiutando l’aria, esibisce il medesimo, superbo, culo di donna, ripreso da diverse angolazioni che ne esaltano la perfetta rotondità, il candore latteo e l’agile compattezza. La maggior parte dei riquadri raffigura, in modo esplicito, accoppiamenti strabilianti tra la donna-castoro e i diversi personaggi fantastici della prima tavola, i cui membri, di metallo o di carne, hanno forme e dimensioni grottesche.
Eva non riesce a scandalizzarsi.
Continua a fissare quei disegni assurdi con estrema serietà, senza nemmeno tentare di coglierne il segreto. Piuttosto prova a immaginare l’autore intento, di volta in volta, a rubarle la briciola, a fantasticarci sopra, a elaborare poco per volta la storia del castoro e a farla vivere sulla carta. Con una punta di narcisismo si chiede quando le abbia catturato il sedere: il giorno in cui aveva indossato dei jeans attillati o quando si era presentata al lavoro con una gonna eccessivamente corta? Ma soprattutto cerca di rivedere un proprio gesto o un atteggiamento particolare che abbiano potuto attirare lo sguardo dell’uomo proprio lì; non le sembra di ancheggiare mentre cammina nei lunghi corridoi né di esporre in modo vistoso le proprie curve mentre si china sulla scrivania. Ma forse è stata l’assenza di platealità dei suoi gesti a colpire la fantasia di Klaus.
Aiutandosi con dei grossi volumi, sistema le due tavole in verticale sulla scrivania, in modo da poterle studiare, durante le telefonate che ancora le mancano.
Il suo sguardo è calamitato dai disegni.
Quando si sbaglia richiamando per due volte di fila la stessa famiglia, depone contrariata la cornetta e rinuncia a proseguire.
Per un tempo lungo fissa pensierosa le tavole, immobile, con il mento appoggiato ai pugni chiusi. Aspetta che Klaus compaia. Ma lui non si fa vedere.
Allora si alza di scatto, ripone i disegni nel loro involucro ed esce dall’ufficio.
Mentre attraversa i corridoi deserti con passo deciso, Eva cerca di mettere a fuoco qualcosa che la sta disturbando. Sicuramente non si tratta di irritazione per l’irriverente oscenità dei disegni, anzi questa in qualche modo la lusinga. Non è nemmeno il timore di aver scoperchiato una pentola dal contenuto misterioso; le situazione ambigue non l’hanno mai spaventata; in quelle circostanze lei sa destreggiarsi con sicurezza. È altro, qualcosa di meno definito.
Alla fine, mentre va rallentando dubbiosa il passo, comprende quale sia il problema.
Per la prima volta sta trascurando il proprio lavoro.
E questo, sì, è un brutto segno. Non è il senso del dovere che la sta richiamando all’ordine, ma l’istintiva salvaguardia di sé che le sta suonando un preallarme. La capacità di applicarsi coscienziosamente e di assolvere il proprio compito serenamente, anche nei momenti più burrascosi della propria vita affettiva, è una dote di cui Eva va fiera e che le dà la misura del proprio autocontrollo: “può succedermi di tutto ed io non ne vengo travolta”. Oggi succede l’opposto: due semplici disegni rischiano di farla deragliare dal suo fidato binario!
Quando entra nello studiolo di Klaus, Eva ha dimenticato la lieve emozione che l’ha spinta fin lì, sostituita da un’apprensione quasi paralizzante.
Klaus vede un volto teso, segnato e pensa di aver sbagliato tutto. Prima che lei parli, la anticipa:
– Mi dispiace, non volevo offenderti. Speravo che avresti capito, ma ho sbagliato a coinvolgerti nel mio mondo bizzarro. Ho preteso troppo dalla tua sensibilità e, come spesso mi succede, ho frainteso certe atmosfere. Scusami. Non ne parleremo più.
Prende i disegni e li ripone mestamente in uno stipetto che chiude a chiave.
Eva vorrebbe spiegargli l’equivoco, rassicurarlo, ma non lo fa. Qualche filo della tenue ragnatela si è spezzato e lei, per riannodarlo, dovrebbe ammettere il proprio turbamento; confessare a se stessa, prima che a lui, che “il perdere la bussola” la spaventa troppo.
Scuote più volte la testa, piano, senza riuscire a parlare. È quel gesto semplice, di umile smarrimento, a orientare Klaus nella giusta direzione. Le prende il capo tra le mani e le passa ripetutamente le dita a pettine tra i lunghi capelli:
– Che succede, piccolo castoro? Sei pieno di paura. Il ladro di briciole non vuole farti del male.
Eva accenna un sorriso triste:
– Non ho paura di te, ma delle mie debolezze. I tuoi disegni mi hanno emozionata. Mi ci sono specchiata. Non so come spiegare, ma è come se fossero opera mia; mi sembra di averli tratteggiati io stessa in sogno, quando la mente esprime l’immagine di noi stessi che coscientemente non ammettiamo. Tutti quei personaggi folli che ruotano attorno al castoro, animale simbolo della mia laboriosità, sono “loro”; gli uomini speciali che popolano la mia vita o la mia fantasia; gli uomini che ci sono stati, o che forse non ci saranno mai, ai quali sono, o sarei, disposta a concedere anima e corpo con una dedizione forse eccessiva, riconoscente per la loro intraprendente unicità. Ho visto i loro sessi scalpitare come focosi cavalli, tuffarsi in me come trivelle petrolifere e infilzarmi come un capretto sacrificale. Ma non ho visto accendersi il loro spirito: ho scoperto anime piatte come sogliole, che mi hanno lasciato fredda, indifferente. Volevo di più. Ho pensato di essere io in errore; avevo cercato in loro qualcosa che nessuno poteva darmi. Poi sei arrivato tu: per scardinarmi non hai usato un membro d’acciaio, ti sono bastate poche parole e una matita. Tu sei il minuscolo personaggio del disegno, l’unico che non s’accoppi con il castoro. Relegato in un angolo, sembri estraneo all’azione, ma mi guardi con l’occhio benevolo di chi sa e non giudica.
La voce sicura di Eva a tratti s’incrina.
Klaus le sorride. Poi le passa un dito sulle labbra per farla tacere:
– Calmati. Mi piace vederti trafelata, ma calmati.
Non dice altro, ma continua a fissarla con tenerezza. Si scambiano un bacio lieve, quasi inesistente eppure intenso, uno sfiorarsi appena percettibile di labbra e lingue timide come lucertole.
Quando la mano calda scivola leggera sulle forme piene del suo sedere, Eva sorride, quasi senza accorgersene. Non trae un piacere fisico da quel gesto, eppure per nulla al mondo vorrebbe fermare quella mano che cerca e dà conforto. Attende quindi paziente che la carezza dolce ed indecente si esaurisca spontaneamente, prima di parlare:
– Non ridere di me, ma sono preoccupata. Non ho completato il mio lavoro e questo mi mette a disagio. Tra poco arriverà la squadra delle pulizie e io dovrò sgombrare il campo. È la prima volta che lascio il lavoro incompiuto. Questo è pericoloso.
Klaus ride apertamente, senza cattiveria:
– Sei incantevole! Posso aiutare il piccolo castoro a completare la diga che tanto lo preoccupa? Dai, torniamo in segreteria e mettiamoci al lavoro.
La prende per mano ed assieme ripercorrono quasi di corsa i corridoi verso la stanza di Eva.
È un’ora di lavoro frenetico e scanzonato. Si suddividono i compiti e ingaggiano una sorta di competizione, fatta di telefonate fulminee e di frettolose compilazioni di registri. Klaus non ha la minima possibilità di vincere quella sfida: al telefono assume un tono cerimonioso che gli impedisce di chiudere in fretta la conversazione. Eva, abituata a quelle comunicazioni formali, riesce ad essere spiccia senza divenire maleducata e trova il tempo, tra una telefonata e l’altra, di ascoltare divertita l’imbarazzata difesa del professore, di fronte ad una madre risentita:
– Signora non sia così suscettibile. Non sto mettendo in dubbio la buona fede di suo figlio; sono sinceramente preoccupato per le sue condizioni di salute, visto che sta frequentando la scuola a singhiozzo. No, non c’è ironia nelle mie parole…
Klaus allontana la cornetta dall’orecchio per contenere il vociare iroso della donna ed Eva dalla sua scrivania può sentire il fastidioso gracchiare di una voce petulante. L’uomo attende pazientemente che la donna smetta d’insultarlo, ma poi, rosso in volto, si lascia trascinare in un battibecco poco professionale:
– Signora, se lo lasci dire: suo figlio è una bestia ignorante, viziata e viziosa, che farebbe bene a starsene a casa anche i pochi giorni che si presenta a lezione, strafottente e impreparato.
Eva saluta con un applauso la fine della conversazione:
– Mi piaci quando perdi le staffe. Ti si arruffa il pelo come a un gatto.
Klaus si passa d’istinto una mano tra i capelli ricci, come a volerli appiattire sul cranio. Abbozza un sorriso e si fa improvvisamente serio:
– Mentre questa donna non smetteva di parlare, ho pensato con rabbia che mi stava rubando gli ultimi minuti che avrei potuto passare con te. Probabilmente la squadra di pulizia è già entrata nella scuola e presto arriverà fin qui, al terzo piano.
Tacciono e si guardano dietro le loro scrivanie, incapaci di muoversi e parlare. L’atmosfera è strana, contraddittoria: lei ha recuperato l’abituale equilibrio e ora ha voglia di azione e di allegria, mentre lui, sebbene abbia ottenuto con Eva un piccolo, imprevisto, successo, si sente sopraffatto dalla malinconia.
Nel silenzio si odono, ancora lontani, i rumori minacciosi di banchi spostati e di porte sbattute. L’uomo fa un gesto sconsolato con la mano indicando la porta:
– E’ una marea che salirà lenta e inesorabile fino a sommergerci.
Eva, vedendo rabbuiarsi il suo volto spigoloso, agisce d’impulso. Con pochi saltelli spensierati raggiunge la porta, la chiude a chiave e si volta verso di lui, guardandolo con un’aria complice. Poi spegne la luce centrale e chiede a Klaus di fare altrettanto con la lampada da tavolo.
Nel buio fitto della sera, Klaus, seduto immobile al suo posto, non si chiede che cosa siano quel breve armeggiare e quel lieve fruscio di sottofondo. Gli pare di percepire davanti a sé un vago chiarore, come una luna offuscata, ma non fa il minimo sforzo per capire di che cosa si tratti. Ricorda il momento magico dell’attesa, quando, da bambino, al suo compleanno venivano spente le luci e nel buio i genitori ponevano sul tavolo i doni per lui. Rivive la sottile emozione del mistero. Tutto è uguale ad allora, anche l’oscuro desiderio di fermare il tempo un istante prima di conoscere la natura del dono. Perché di un dono si tratta, di questo è certo. Quasi non gli importa sapere che sorpresa abbia in serbo per lui Eva; quello che lo inebria fino allo stordimento è la certezza che lei si sta facendo guidare dal proprio istinto per renderlo felice.
La voce calda della ragazza lo risveglia dal torpore:
– Ora puoi accendere la luce, solo quella della tua scrivania.
Klaus non ubbidisce subito. Lascia passare ancora qualche istante, cullandosi al suono piacevole e appena percettibile del respiro emozionato di lei, rapito dall’antico desiderio di sospensione eterna.
Poi, la curiosità ha il sopravvento e, trattenendo il fiato come dovesse spegnere inesistenti candeline, accende la lampada.
Davanti a sé, nella penombra, si delineano le forme tondeggianti e pallide che aveva saputo disegnare con fantasia precisa: Eva, piegata sulla scrivania, l’ampia gonna rovesciata sulle spalle e la faccia immersa tra le carte, gli sta offrendo ciò che le sembra giusto.
La luce spettrale della lampada da tavolo e l’ambiente freddo, asettico, dell’ufficio conferiscono a quella posa un che di particolarmente osceno, ma Klaus non se ne accorge. Nemmeno per un istante viene sfiorato dall’idea che Eva possa essere volgare: lei è la regina dei castori che sta regalando all’omino silenzioso un bene prezioso.
Si china sulla sua schiena, muto come un animale e adorante come un sacerdote pagano. Mentre la ama stupefatto e frettoloso, la marea sale fino a sfiorarli: nel corridoio del terzo piano la squadra avanza rumorosamente, ma loro non sentono nulla.
Eva si ricompone senza fretta, con un sorriso tenue ma sicuro sulle labbra.
Lui la bacia con devozione e le mormora un grazie troppo carico di riconoscenza.
– Ehi, professore, non ti svilire!- gli dice Eva in una risata cristallina- Non sei un mendicante a cui ho appena fatto l’elemosina. Desideravo quanto te questa conclusione e ne sono contenta per me stessa prima che per te. Se di un regalo s’è trattato, allora è stato reciproco. Ricordatelo.
Lo bacia allegra, mentre lui appare ancora frastornato da quanto è successo. Klaus vorrebbe tenerla ancora tra le braccia e fermarsi a parlare con lei di magia e passione, ma Eva lo spinge quasi a forza verso la porta:
– Vai ora, se no dovremo spiegare la magia e la passione alla donna delle pulizie!
Klaus abbandona a malincuore la segreteria, come un attore che dopo poche battute, recitate stranamente bene, è già costretto ad uscire di scena.
Eva si trattiene nella stanza e cancella con attenzione ogni traccia del loro turbolento passaggio. Riordinando le pratiche sulla scrivania sorride, mentre accarezza il piano su cui poco prima s’era distesa in uno slancio di follia che ancora la fa tremare. Si accende una sigaretta e guarda, fuori dalla finestra, l’oscurità quasi festosa della precoce notte invernale, così uguale e diversa dalla tetra visione di quello stesso mattino. Eva tergiversa, non si decide ad andarsene, ha la sensazione di dover compiere ancora qualcosa. Si guarda intorno, riflette su quanto è appena successo, presa da sentimenti contrastanti. Poi si siede al computer e inizia, perplessa, a scrivere: le prime parole escono lente, forzate, ma poi si mette a battere veloce sulla tastiera. Le dita corrono sicure sui tasti, non si soffermano sugli errori di battitura e si arrestano solo alla fine. Eva dà l’ordine di stampa senza nemmeno rileggere il testo. Intesta una busta, vi infila dentro il foglio appena sfornato dalla stampante, la sigilla e la va a deporre nella casella del professor Klaus Beer.
Fuori l’accoglie un cielo già stellato al quale sorride fiduciosa.

Peter attracca al pontile di Hoorn con la consueta perizia e scende a terra per primo, lasciando al suo secondo l’incarico di compiere le verifiche di fine giornata. Si accende la pipa e passeggia senza meta per le strette vie del centro. Nonostante le disavventure della mattinata si sente tranquillo, come sgravato da un peso che l’aveva oppresso per giorni interi. Dopo molto girovagare, si ritrova davanti al solito bar, dove lei forse lo sta aspettando. Rimane un istante perplesso davanti alla porta, poi si allontana con passo sicuro. Non si considera meschino, da quella storia non c’era più nulla da spremere, anzi deve ritenersi fortunato per aver evitato pericolose complicazioni. Contro ogni abitudine chiama casa:
– Ho finito prima del previsto. Non sedetevi a tavola, aspettatemi, voglio cenare con voi.

– Mi sono sposato troppo presto e troppo presto è arrivato il primo figlio.
La voce di Johan è impastata e un po’ lagnosa, ma almeno la birra, sciogliendogli la lingua, gli sta alleggerendo l’animo.
– Eva è stata la prima donna che ho amato e dopo non ho più avuto il tempo di guardarne altre. Ho lavorato come un mulo per anni, perché non volevo far mancare niente a lei e al bambino. Non avevamo tempo per i divertimenti e non ne sentivamo nemmeno il bisogno, ci bastava essere vicini quando scendeva la notte. Capisci la fregatura? Abbiamo rinunciato alla giovinezza, convinti che fosse come saltare un pasto, “tanto ci rifaremo domani”. E invece no! Non c’è un domani per la vita che non hai vissuto ieri.
Appollaiato sullo sgabello, i gomiti sul bancone a reggere il capoccione intorpidito, Alfred ascolta, senza nemmeno sentire, lo sfogo del compagno. Non gli importa niente delle sue beghe familiari, ma intanto, per una volta, è riuscito a trascinarlo in birreria e a farsi offrire da bere. Basta questo a rendere Alfred un ascoltatore discreto.
– Ti rendi conto, Alfred? Lei non mi dice niente, ma io mi accorgo che ormai la nostra vita le va stretta. Vorrebbe vivere adesso la spensieratezza dei vent’anni a cui aveva rinunciato per amor mio. La sento quando si prepara veloce al mattino, contenta di uscire finalmente di casa e la vedo quando torna alla sera senza entusiasmo, come rientrasse in prigione. Non mi dice nulla, ma nel suo sguardo spento io leggo la mia condanna. Sono disperato. Dovrei andarmene, lasciarla libera, ma non posso rinunciare a lei, la amo ancora. Così aspetto, vigliaccamente, che sia lei a pronunciare la mia sentenza.
Johan si volta verso Alfred in cerca di comprensione, ma l’amico è crollato addormentato sul bancone, chissà da quanto.

– Bibo, hai vinto alla lotteria? È tanto che non ti vedo sorridere a questo modo.
Lui, ancora sulla porta di casa, la guarda impacciato, con un’espressione che da giuliva muta rapidamente in ebete e smarrita, maledicendo la propria incapacità di camuffare le emozioni; cerca di reprimere l’euforia che lo accompagna ormai da qualche ora e si rifugia nello stanzino delle scarpe a infilarsi le pantofole e guadagnare attimi preziosi prima di affrontare sua moglie. Inizia a parlare mentre è ancora nello sgabuzzino, sforzandosi di risultare credibile:
– Nessuna lotteria, ma a scuola una volta tanto le cose sono andate bene. Poi ti racconto.
Ricompare più rinfrancato e regge con sufficiente disinvoltura lo sguardo tra l’ironico e l’interrogativo di Beatrice. Va a cambiarsi e in attesa della cena si dedica a qualche odioso lavoretto domestico, pur di evitare per il momento spiegazioni difficili. A cena Beatrice non lo incalza, ma lui ha la spiacevole sensazione che gli stia leggendo dentro come in un libro. Capisce di dover dire qualcosa e s’inventa un gratificante colloquio con uno studente in crisi che aveva convinto con le parole giuste a non abbandonare la scuola.
– E ti è bastato così poco per diventare un altro? Tu, di solito musone e depresso, sei tornato a casa fischiettando, con addosso una sgargiante euforia come un vestito appena comprato.
Beatrice, in apparenza flemmatica, è in realtà un cane da caccia che fiuta la preda da lontano, l’avvicina con calma, la punta sicura e alla fine la stana senza il bisogno di abbaiare. Il messaggio è chiaro e lui dovrebbe aggiungere qualcosa di più credibile, ma, poco abituato a mentire, parla con estremo disagio:
– Beh, finalmente oggi ho trovato chi apprezza i miei disegni.
– Ah!-, è il lapidario commento di sua moglie.
Una sigaretta, insolitamente accesa a metà pasto, è l’unica testimonianza dell’irritazione della donna.
– Ho mostrato alcune tavole a un mio collega di disegno. Le ha guardate a lungo, con attenzione. Ha preferito non ascoltare le mie spiegazioni, dicendo che voleva arrivarci da solo ed alla fine ha dimostrato di averle comprese. Si è complimentato con me in un modo che m’è sembrato sincero.
Un sorrisetto perfido si dipinge sul viso legnoso di Beatrice, mentre si dedica alla pulizia di un gamberetto con chirurgica precisione. È il suo unico commento. Solo più tardi, mentre sparecchiano con i gesti meccanici di ogni sera, aggiunge con il solito tono distaccato:
– Così hai trovato con chi condividere il tuo rifugio vizioso. Guarda che la realtà è un’altra cosa.
Lui, in preda a una rabbia sorda, incassa senza rispondere. Carica in fretta la lavapiatti e si ritira nel suo studio. Ha bisogno di solitudine per poter riflettere, o meglio, per poter ripensare con calma agli avvenimenti del pomeriggio. È vero, ha trovato con chi condividere il proprio rifugio, ma non c’è nulla di “vizioso” in questo, tutt’altro. Insieme avrebbero costruito un luogo ideale dove scambiarsi i doni ed isolarsi dalle brutture della vita. Da quella sera inizia per lui l’attesa di un nuovo incontro. Ben presto viene preso da una strana angoscia, il timore improvviso, vissuto come una premonizione, che quell’attesa sarebbe stata vana.

La macchinetta sbanda pericolosamente sul fondo ghiacciato. La donna, per nulla spaventata, corregge con prontezza la traiettoria e riduce solo di poco la velocità. È felice e si sente invincibile. Con una sigaretta tra le labbra accompagna come meglio può gli U2. Sa di essere stonata, ma non le importa nulla; ride di cuore dopo l’ennesima stecca e lascia che gli irlandesi se la cavino da soli.
Eva si sente in uno stato di grazia, dove finalmente può guardare dentro di sè. Con l’aiuto di Klaus, ha potuto rimescolare le carte della propria vita, liberandosi dei fantasmi e delle ossessioni che l’hanno condizionata in quel periodo. Confermando una consolidata contraddizione del comportamento umano, secondo la quale una momentanea felicità ci spinge nella direzione opposta a quella che l’ha generata, Eva si sente proiettata verso una nuova vita in cui non c’è spazio per Klaus e l’unica presenza certa è quella dei figli. La solitudine non la spaventa, anzi le sembra un passaggio necessario per impostare il proprio futuro: un taglio netto con Jhoan, ma, per motivi diversi, né Peter né Klaus a rimpiazzarlo.
Peccato che nessuno dei tre riuscirà a capirla: non Peter, che non ha saputo alimentare il suo affetto, non Jhoan, suo marito, che nonostante la consapevolezza della situazione e l’incapacità a porvi rimedio, spererà fino all’ultimo in un miracoloso cambiamento e di certo non Klaus, che domani rigirerà incredulo la lettera tra le mani. Già, la lettera: Eva ha un brivido. Nella giornata convulsa la lettera è stato forse l’atto più assurdo e contrastato. Vi ha dovuto mettere tutta la propria determinazione per scrivere quelle poche righe. Ma era un atto necessario. È stato come spegnere il televisore a metà di uno spettacolo avvincente perché il mattino seguente ci si deve alzare presto. Con un velo di tristezza Eva la rilegge mentalmente:

Caro, 
tenero, ladro di briciole, mi hai regalato un’emozione unica. Non dimenticherò facilmente questo pomeriggio, ma ti dico subito che non ce ne sarà un altro. Klaus, ti prego, non giudicarmi male, non sono una che prende e butta. Il fatto è che tu mi hai svelato una dimensione sconosciuta, affascinante ma troppo impegnativa. Io ho bisogno di restare con i piedi per terra. Ho deciso di mettere ordine nella mia vita: ho intenzione di chiudere con mio marito, ma non voglio ferirlo. Gli devo molto e mi sembra che abbia diritto ad un distacco il più indolore possibile. Ho bisogno di tutte le mie energie per concentrarmi su questo difficile passaggio. Se mi lasciassi cullare ancora dal miele delle tue parole, dalla dolcezza delle tue intuizioni, dalla tenerezza delle tue insicurezze, ne verrei travolta, non riuscirei ad arginarti, perderei il controllo su me stessa. Non volermene, ma io non so volare così in alto, ho paura a staccarmi dal suolo. Tu hai dato un salutare scossone al mio mondo di certezze, mi hai fatto sentire come un albero che, scrollato da un vento improvviso, lascia cadere frutti stupendi che nemmeno sapeva di avere. Ma un albero ha bisogno di radici salde, di un tronco solido e di aria tranquilla a cui esporre fiducioso i propri rami; non sopporterebbe senza danni altre folate impetuose.

Forse quello che ho provato oggi per te è amore (non lo so dire, non conosco l’amore), può darsi, ma sicuramente è qualcosa che il mio istinto di sopravvivenza mi costringe a troncare subito. E purtroppo io ho una stupida volontà di ferro. 
Il regalo che ci siamo fatti resterà unico e magnifico. Non può essere altrimenti.
 
Mi dispiace, credimi.
 
Con affetto sincero
 
Il tuo castoro

P.S. I tuoi disegni sono come Sirio. Ti hanno fatto guadagnare, almeno ai miei occhi, una piccola immortalità….e un po’ hanno reso immortale anche me.

 

 

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35 Risposte to “le briciole di Eva”

  1. cristiana2011 10 agosto 2014 a 18:36 #

    Devo leggere a puntate, ma promette bene e mi darò una mossa.
    Cristiana

    • massimolegnani 10 agosto 2014 a 20:39 #

      Si, andrebbe letto un po’ per volta, ma non ho voluto smembrarlo.
      Ti ringrazio per la pazienza se continuerai a leggerlo.
      (a me il tuo blog boccia i commenti dicendo che io non sono io!)
      ml

      • cristiana2011 10 agosto 2014 a 23:04 #

        Allora pubblica come anonimo, ci tengo, e saprei che sei tu.
        Cri

      • massimolegnani 10 agosto 2014 a 23:10 #

        ma nelle tue opzioni di accreditamento per commentare non è previsto l’anonimo, o perlomeno a me non compare

        Date: Sun, 10 Aug 2014 21:04:19 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

      • Minu 12 agosto 2014 a 12:50 #

        L’ho letto tutto, superlativa la lettera finale!

      • massimolegnani 12 agosto 2014 a 13:18 #

        Grazie minu per la lettura e l’apprezzamento.

        Un sorriso.

        ml

        Date: Tue, 12 Aug 2014 10:50:39 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  2. rodixidor 11 agosto 2014 a 01:13 #

    Complimenti. Davvero un bellissimo lavoro. L’ho letto tutto, difficile nei nostri blog trovare un racconto così lungo ma il tuo si lascia leggere con grande partecipazione. Bella l’introspezione di tutti i personaggi, la descrizione del contesto, l’avvicendarsi della storia, mai scontato, avvincente l’intreccio che si delinea mano mano. Senza sbavature, perfetto il disegno, avvincente. Bravo, bravo, bravo.

    • massimolegnani 11 agosto 2014 a 09:04 #

      ti ringrazio molto, rodixidor, il tuo commento premia oltre il merito la mia incoscienza a mettere un racconto così lungo sul blog.
      grazie ancora,
      ciao,
      ml

      • rodixidor 11 agosto 2014 a 09:54 #

        Onore va reso qui al tuo merito di scrittore ed un plauso anche a quella che vuoi chiamare incoscienza ma che sia di buon esempio a tutti noi blogger indolenti.

      • massimolegnani 11 agosto 2014 a 14:39 #

        🙂

        Date: Mon, 11 Aug 2014 07:54:58 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  3. Donatella Calati 11 agosto 2014 a 11:45 #

    insolitamente lungo ma anche io sono arrivata alla lettera finale d’un fiato
    tutti i personaggi hanno una ricchezza di dettagli e sfumature che per forza di cose manca ai testi “fulminei” degli ultimi tempi. e le diverse storie si intrecciano con naturalezza
    ma, l’hai scritto recentemente o hai ripreso uno scritto del periodo delle raccolte di racconti?

    • massimolegnani 11 agosto 2014 a 14:43 #

      e brava la mia sorella che è arrivata fino in fondo!
      di solito stringato, a volte mi piace lasciarmi andare alla lunghezza.
      ciao dona,
      grazie,
      c.

  4. remigio 11 agosto 2014 a 15:47 #

    Viviamo in un’epoca in cui si fa fatica a leggere due righe e ci si esprime con stringatissimi messaggi; e allora, di fronte ad uno scritto simile, bisogna levarsi tanto di cappello!

    • massimolegnani 11 agosto 2014 a 17:19 #

      grazie remigio.
      e certi stringatissimi messaggi si perdono in banalità e lasciano fuori l’essenziale 🙂
      ciao,
      ml

  5. righe orizzontali 12 agosto 2014 a 21:50 #

    Vedo due Eva in una. O meglio, vedo Eva che si moltiplica per poi ricompattarsi, solida e incrollabile, nei ranghi di se stessa. Peter, Johnas, Klaus sono solo pretesti, contorni, mezzi di trasporto della sua forte personalità.
    Molto bello ml, racconto coinvolgente, sfaccettato, completo. Mi è piaciuto leggerlo, mi sono presa il giusto tempo, ne valeva la pena.

    • massimolegnani 12 agosto 2014 a 22:20 #

      Peter, Jhoan e Klaus rappresentano le tre possibilità a cui Eva si trova di fronte a questo incrocio della sua vita. Lei, con il suo carattere forte ma non aspro prende una quarta strada, più difficile. E mi sembra che la spiegazione che fornisce a Klaus nella lettera di commiato sia plausibile e onesta.
      Grazie delle belle parole (e di esserti presa il giusto tempo)
      ml

  6. righe orizzontali 12 agosto 2014 a 21:51 #

    Ps: io non le sopporto proprio quelle che fanno la “bestiolina mansueta, sempre pronta a dare la zampa e scodinzolare”

    • massimolegnani 12 agosto 2014 a 22:35 #

      giusto! Eva non scodinzola, non dà la zampa, però non ha nemmeno bisogno di ringhiare nè mordere:-)

      Date: Tue, 12 Aug 2014 19:51:29 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  7. Jihan 12 agosto 2014 a 21:54 #

    finalmente, i dialoghi. solidi, lunghi, articolati, densi, capaci di denotare le dinamiche. ne sono contenta.
    questo racconto è una delle tante cose di te che lasceranno il segno.

    • massimolegnani 12 agosto 2014 a 22:24 #

      eh, i dialoghi, vale, sono sempre stati il mio tallone d’achille quindi sono doppiamente contento che tu li abbia apprezzati.
      grazie

  8. righe orizzontali 12 agosto 2014 a 21:55 #

    Ps2: ho sbagliato il nome del marito: Jhoan. Sai com’è, l’olandese non è il mio forte…:)

  9. cristiana2011 14 agosto 2014 a 11:20 #

    Ho cercato un tuo profilo, ma non l’ho trovato.
    Desideravo sapere se sei uno scrittore di professione e, finendo di leggere ‘Le briciole di Eva’ , ho deciso che lo sei :uno scrittore raffinato.
    Cristiana

    • massimolegnani 14 agosto 2014 a 21:00 #

      Di profilo non vengo bene 🙂
      Scherzo, piuttosto sono davvero lusingato per le tue parole ma sono un dilettante come tutti
      Grazie Cristiana
      ml

  10. cristiana2011 14 agosto 2014 a 11:23 #

    Forse l’ URL era errato.
    Se ti va, prova questo.
    Ciao.
    Cristiana

  11. giuliagunda 24 agosto 2015 a 16:09 #

    ml, resto sempre sorpresa dalla capacità che hai di muoverti con disinvoltura, nei tuoi racconti, tra così tanti luoghi (spaziali e mentali): sai padroneggiare come se niente fosse le ambientazioni e i vissuti interiori più disparati, calarti nei personaggi che descrivi e rendere esplicito il loro pensiero, le loro emozioni, permettendo al lettore di comprenderle e farle sue con facilità.
    In questo caso, poi, per quanto riguarda la protagonista del racconto, sei riuscito a tracciare in maniera pulita ed efficace ogni suo pensiero e gesto, condivisibile o meno. Così, sebbene il mio carattere sia per molti aspetti diverso da quello di Eva, non mi è riuscito difficile seguirla passo per passo nel corso della giornata, guardare il mondo con i suoi occhi. Apprezzo la sua forza d’animo e volontà di ferro, il coraggio di schierarsi non solo per senso del dovere, ma anche, nel caso della discussione con le colleghe, per la volontà di preservare quell’ora magica del “prima”, del lavoro solitario per predisporre al meglio il “dopo”, quell’atmosfera da retrobottega della quale anch’io subisco il fascino.
    Inoltre, mi è piaciuto l’indugiare di lei nell’emozione tenera e “tenue” di un attimo in modo da poterla condividere con Peter prima che fosse svanita. Sai, sono questi particolari, così delicati, intensi e veri nella loro semplicità che mi affascinano nei tuoi racconti: poche parole, istanti fugaci che nel tempo della scrittura sanno fermarsi e brillare. Il dire molto con poco è un tuo dono.
    Di Klaus apprezzo e condivido la misantropia mascherata da distaccata giovialità, la diffidenza innata per la gente, quel disagio che aumenta progressivamente via via che il contatto (verbale, forse, più che fisico) si fa più intimo, l’ossessione della morte, il timore dell’oblìo (io stessa ho provato e tuttora soffro del terrore infantile di Julius!). Il mondo bizzarro dell’uomo e il suo raccogliere e custodire le briciole per farne molto di più, invece, mi fa pensare a te e ai tuoi personaggi dai gesti folli e teneri.
    Intrigante il momento di follia dei due e spiazzante, ma comprensibile, la decisione finale (che poi, un vero finale forse non c’è mai) di Eva che vuole ricreare un nuovo ordine dopo la tempesta.
    Ho trovato molto bella l’immagine dell’albero che si scuote e lascia cadere frutti magnifici e sconosciuti, e davvero toccante il discorso sulle “piccole immortalità” da custodire intatte nel tempo dentro se stessi.
    Tu dipingi persone vere, coerenti con quello che tra le righe dici e non dici di loro (e con questo non intendo che sono stereotipate o chiuse nei confini di un’etichetta, anzi, è vero proprio il contrario). I tuoi personaggi sono reali e ognuno di loro porta il suo messaggio, nasconde un nocciolo prezioso che ogni lettore, se vuole, può trovare e fare suo.
    Quello che crea Klaus con le sue briciole, dicevo, mi fa pensare a te e alle tue storie: tutrasformi il “poco” in “tanto”, il “no” in “forse”, rendi un misero spuntino un pranzo goloso che riempie e nutre. Ho l’impressione che le tue emozioni non facciano mai la muffa e questo mi piace. 🙂
    Sei uno che scrive (e bene!), sei bravo. Non mi stancherò mai di ripeterlo (né di leggerti), e non è una sviolinata, la mia, sono sincera.

    un saluto affettuoso 🙂

    G.

    (perdona il lunghissimo commento!)

    • giuliagunda 24 agosto 2015 a 16:12 #

      P.S. ecco, il “dire tanto con poco” non è il mio forte

      • massimolegnani 24 agosto 2015 a 16:40 #

        il primo pensiero (folle) leggendo il tuo commento è che tu non leggi le parole che scrivo, le ascolti, le mangi,le mastichi, le rumini. Solo così si spiega la capacità che hai di comprensione e di analisi, al di là della condivisione o meno con quanto fanno i singoli personaggi.

        i tuoi interventi mi arricchiscono sempre, danno un motivo alla mia scrittura.
        grazie,
        con affetto
        ml

      • giuliagunda 24 agosto 2015 a 21:38 #

        e tu arricchisci me, scrivendo… questo è bello.
        mmh, gnam gnam, davvero buone le tue parole 🙂
        (grazie a te, ml)
        ti abbraccio
        G.

      • massimolegnani 24 agosto 2015 a 21:39 #

        un sorriso dolce a te

        Date: Mon, 24 Aug 2015 19:38:28 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  12. ERO SVEGLIA 19 aprile 2017 a 12:46 #

    S U P E R !!!
    CIT. Comunque non sono una bestiolina mansueta, sempre pronta a dare la zampa e scodinzolare. Spesso taccio unicamente perché non mi piace fare piazzate, ma non sono remissiva.

    • massimolegnani 19 aprile 2017 a 13:00 #

      grazie davvero, mi piace che tu sia andata a scovare questo racconto e come hai avuto la pazienza di leggertelo tutto 🙂
      ml

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