occhi nudi (2)

25 Ago
m.calati

m.calati

 

 

Parlava solo a lui la donna dal nome sconosciuto e aveva occhi luminosi dritti nei suoi. Chiacchiere schiette su fatti minori e piccole emozioni che Camillo stava assaporando come una confidenza rara. Ma se confidenza era, durò poco.

Dopo un breve silenzio che si diffuse come un gas tossico per la sala ristorante deserta, lei si alzò di scatto dicendo che doveva andare a mettere a letto i figli. Poi torna?, chiese l’uomo in apprensione, perchè sembrava che con quel distacco frettoloso lei volesse  ridimensionare la portata delle parole appena pronunciate e degli sguardi che si erano scambiati. Non credo. In ogni caso non mi aspetti, lei è stanco, vada a dormire.

Il momento magico, se mai c’era stato, era passato, questo volevano significare le sue parole. Camillo comprese il messaggio, ma non si mosse. Si concentrò sul rumore dei passi che salivano le scale. La immaginò al primo piano varcare la porta con la targhetta privato, oltre la quale forse la attendevano davvero i figli, o forse c’era un marito che dormiva in attesa di fare il turno di notte alla reception, o un amante su cui si sarebbe gettata ancora vestita. Ma chiunque ci fosse non lo riguardava, la porta rappresentava il limite oltre il quale la donna per lui non doveva più esistere.

Si era inchiodato alla sedia con una cocciutaggine passiva, nonostante ogni suo muscolo reclamasse una posizione più comoda, possibilmente orizzontale. Si era versato un altro bicchiere di vino scadente e lo stava centellinando come fosse barolo chinato per farlo durare il più a lungo possibile. Se esisteva una remota possibilità che lei tornasse, non voleva perderla per aver ceduto al sonno o allo sconforto. Tirò fuori dalla tasca il tovagliolo di carta tutto stropicciato, lo stirò con cura col palmo della mano e rilesse le frasi che vi aveva scritto. Sì, lei era così come l’aveva descritta leggendo il suo sguardo, ma questa sua intuizione non lo aveva aiutato a far breccia nelle difese della donna. Solo una piccola falla che lei aveva subito tamponato andandosene.

L’immobilità si addiceva a Camillo. Era la sua forma, sterile, di opposizione quando la realtà gli era contraria. L’unico gesto era della mano che ad intervalli regolari andava dal bicchiere alle labbra.

Mi ha fatto spaventare, disse con voce un po’ stridula la donna entrando nella sala da pranzo avvolta nella penombra. La sagoma dell’uomo, rischiarata dal neon tremolante dell’insegna, sembrava fare un tutt’uno con la sedia e il tavolo. Lui abbozzò un sorriso mesto e chiuse gli occhi quando lei accese le luci.

Non pensavo di trovarla ancora qui, aggiunse sedendosi al suo tavolo. E la voce era più armonica, quasi contenta.

L’uomo sospirò e non trovando parole che avessero un senso allungò verso di lei il foglietto che ormai conosceva a memoria. Poi, mentre lei tentava di decifrarne la scrittura, bisbigliò: come ti chiami?

 

La donna non rispose, forse troppo concentrata nella lettura, forse sconcertata dalle parole che leggeva.

Sono io! disse con stupore dopo un tempo interminabile, durante il quale Camillo non le aveva staccato gli occhi di dosso, seguendo preoccupato il succedersi di espressioni mutevoli sul suo volto, il corrugarsi della fronte, la severità del sopracciglio sinistro, lo sgranare gli occhi e poi quell’addolcire insperato del viso in una pacata meraviglia. Sono io, ripetè la donna. Come ha fatto?

L’uomo aprì le mani sollevando le spalle, l’ho guardata, disse quasi a giustificarsi.

 

Lo ascoltava e gli parlava, ma gli occhi impercettibilmente deviati dal loro naturale obbiettivo finivano col far apparire meno intenso l’ascolto e più formali le parole.”

Aveva riletto a voce alta, il fiato appena un po’ incrinato. E poi lo aveva fissato negli occhi, a contraddire e confermare le sue parole.

Sono io. Vorrei essere più schietta nei rapporti, guardare in faccia la gente, ascoltarla anche con gli occhi, ma qualcosa mi frena. Non è timidezza, forse è paura di non saper controllare le mie emozioni.

Lui ascoltava e friggeva sulla sedia. Avrebbe voluto prenderle una mano, rincuorarla, dirle parole audaci, ma si limitò a parlare d’altro. Le raccontò le sue di emozioni, l’andare solitario nell’entroterra ligure, i colori e gli odori così diversi dai suoi luoghi, lo sguardo dall’alto come una carezza al mare, l’inebriarsi di fatica, la discesa verso la costa quando le forze cominciavano a cedere per trovare un rifugio per la notte. “Come oggi” aggiunse, per riportare il discorso a loro. Lei lo ascoltava con tutta se stessa e gli regalò un sorriso sereno, appena velato di malinconia.

E parlarono ancora, in un bisbiglio fitto e silenzi tranquilli.

Poi l’uomo fece un goffo tentativo di consolidare quella specie di sintonia inespressa, aveva ormai un’età comandata dalla fretta, che non sai se domani sarai ancora in grado. Così  si protese sul tavolo e allungò una mano verso la sua guancia. Lei ebbe uno scarto ed emise un no brusco come se si risvegliasse da un torpore momentaneo. Ho marito, figli, impegni, disse con una voce tornata aspra. Lui abbozzò un gesto lento con la mano, come a dire che questo non c’entrava nulla con loro due, ma non insistette.

La donna si alzò dandogli una buonanotte molto formale e molto sgradevole, ma poi aggiunse non sono fatta per le avventure, né grandi né piccole, e c’era un vago rammarico nella voce.

E il nome?” chiese l’uomo mentre lei si allontanava.

Non ne hai bisogno. Sai già tutto di me.” rispose la donna senza voltarsi e a lui sembrò che le sue spalle si inarcassero in una specie di sorriso.

Rimase ancora seduto, ma non era più un’attesa, semmai una resa spossata. Il buio era fitto, qualcuno aveva spento anche l’insegna al neon, il silenzio totale, la sua immobilità assoluta.

Iniziava a rischiarare quando Camillo si decise a salire in camera. Non provò nemmeno a stendersi sul letto. Rimise le poche cose nello zaino, come a sgombrare il campo dopo una sconfitta, e scese cercando di non fare rumore. Lasciò sul bancone una banconota che copriva abbondantemente il prezzo del soggiorno e vinse la tentazione di lasciarle un saluto. Uscì nella piazzetta deserta e si avviò con un passo fiacco verso la stazione. Chissà quando sarebbe passato il primo treno a portarlo lontano dal Levante.

 

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24 Risposte to “occhi nudi (2)”

  1. Claire 25 agosto 2014 a 14:27 #

    Di una intensità sconvolgente, come certi sguardi del resto …

  2. tramedipensieri 25 agosto 2014 a 15:03 #

    Ma davvero….non ho parole. Mi hai fatto venire i brividi.

  3. ammennicolidipensiero 25 agosto 2014 a 16:08 #

    ahpperò. ti vengono bene, eh, questi racconti dritti alla pancia.
    (nonché: un plauso alla foto)

    • massimolegnani 25 agosto 2014 a 16:15 #

      però c’è pancia e pancia!
      ciao ammen
      grazie
      ml
      PS la foto non è mia, ma un contributo l’ho dato: è mia figlia!

      • ammennicolidipensiero 25 agosto 2014 a 16:57 #

        ah maddai! io, che vivo nel mio mondo di “privacy blogghesca”, non penso mai al fatto che le foto possano esser così “vicine” allo scrittore. in ogni caso, un plauso a chiunque ne sia l’autore.

      • massimolegnani 25 agosto 2014 a 17:16 #

        🙂

        Date: Mon, 25 Aug 2014 14:57:51 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  4. the pellons' 25 agosto 2014 a 21:48 #

    Oh. Camillo. 🙂

    • massimolegnani 25 agosto 2014 a 23:26 #

      Camillo sarà contento del sorriso e ancor più dell’esclamazione dal sen fuggita.
      ml

  5. cristiana2011 26 agosto 2014 a 12:22 #

    Che dire…ci sai fare .In questi tuoi racconti ci si immerge e ci si ritrova.
    Cristiana

    • massimolegnani 26 agosto 2014 a 13:28 #

      Ti ringrazio, cristiana.
      Confesso che e’ la mia ambizione immergere il lettore nel brano e farlo sentire a suo agio tra le mie parole.
      Ciao,
      ml

  6. ire 26 agosto 2014 a 15:47 #

    Ma… non è finito qui, vero? Ci sarà un 3?

  7. giuliagunda 29 agosto 2014 a 01:45 #

    Questo brano mi era sfuggito. Bellissimo.

    Incredibile come leggendoti sembri realmente di avere davanti agli occhi le persone che descrivi. Si materializzano. Vedo i loro gesti (lui che alza le spalle aprendo le mani, le diverse espressioni del viso di lei mentre legge) e quasi sento il loro tono di voce, i loro sospiri.
    La tua capacità descrittiva mi meraviglia sempre.
    “La porta rappresentava il limite oltre il quale la donna per lui non doveva più esistere”: questa frase, poi, mi fa pensare a quei piccoli, silenziosi ultimatum che a volte facciamo a noi stessi. Quegli imperativi che sappiamo benissimo che infrangeremo già mentre li stiamo formulando.

    Leggerti è sempre un piacere. Le parole scivolano leggere e allo stesso tempo non mancano di lasciare profonde tracce del loro passaggio. Restano dentro come impressioni, impressioni belle.

    Se non l’hai mai fatto, dovresti scrivere un libro.

    G.

    • massimolegnani 29 agosto 2014 a 09:01 #

      Giulia, mi hai fatto un complimento (quel materializzare i personaggi) che mi “impavonisce” 🙂
      grazie
      ml
      (anni fa ho iniziato scrivendo e pubblicando un romanzetto che ora giudico piuttosto ingenuo)

      • giuliagunda 29 agosto 2014 a 16:29 #

        (allora forse dovresti scriverne un altro)

        G.

      • massimolegnani 29 agosto 2014 a 17:16 #

        eheh, Giulia, dovresti scriverlo tu che sei giovane, io mi sto raggrinzendo, nel senso che scrivo cose sempre più brevi 🙂 (però grazie per la fiducia)

        Date: Fri, 29 Aug 2014 14:30:04 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

      • giuliagunda 29 agosto 2014 a 18:15 #

        Ci sono sempre le raccolte di racconti… 🙂 A parte gli scherzi, non è mai tardi per mettersi a far cose come scrivere. Invece può essere troppo presto, non tanto nel senso anagrafico quanto in quello dell’esperienza (io non ne sono affatto all’altezza). Comunque, dovresti farlo solo se ti va. Non insisto 😀

        (di niente, non penso di essere la prima ad avertelo detto!)

        A presto,

        G.

      • massimolegnani 29 agosto 2014 a 18:23 #

        Un sorriso

        Date: Fri, 29 Aug 2014 16:15:06 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  8. rossodipersia 30 agosto 2014 a 09:39 #

    “Non sono fatta per le avventure, né grandi né piccole”: puoi combattere tutto, ma non riuscirai mai a sconfiggere l’aridità di una donna che si è arresa al proprio destino. Diglielo a Camillo, diglielo tu che è arrivato troppo tardi… Io non vorrei ferirlo.
    Ciao ml…

    • massimolegnani 30 agosto 2014 a 10:16 #

      eheh, hai ragione rosso. Glielo diro’, sempre che non l’abbia gia’ capito a sue spese
      🙂

  9. luminariasprecata 22 gennaio 2017 a 20:46 #

    Sei più di un regista, più di uno sceneggiatore. Un poeta della parola. I tuoi personaggi prendono vita sulla pagina bianca. Se ne sentono i passi, il battito, i pensieri nascosti, lo sfiorarsi, l’allontanarsi. Sei davvero bravo, speciale.

    • massimolegnani 22 gennaio 2017 a 22:01 #

      Accidenti che bello questo tuo commento, su un brano che sei andata a scovare a fiuto e al quale tengo particolarmente.
      Sono lusingato, ti ringrazio tanto
      ml

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