tu la conosci Regina?

19 Set
photo from web (p.cruz)

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La luce nel locale si diffonde a macchie, come faticasse a conquistare spazio al fumo. Ricardo Reis siede al suo tavolo in un alone di penombra. Ha un berretto tondo calcato in testa da cui spuntano sui lati e sulla nuca pochi capelli, grigi e sottili, come una lanetta. Infinite piccole rughe sembrano le tacche che la costanza di un ergastolano ha segnato sul muro. La barba è trasandata, tra le labbra un mozzicone spento come un delinquente, ma in volto ha un’espressione così mite che non ti fa paura il coltellaccio insanguinato che tiene tra le mani. E ti vien voglia di sederti e chiedergli che cosa hai combinato, Ricardo?, con l’affetto di un fratello, anche se non sai nemmeno chi egli sia.
– Ora non mi resta che aspettare. Ma da Valparaiso la polizia impiegherà ore ad arrivare. Offrimi una birra, amico, che intanto ti racconto.
Così ti alzi e vai al bancone dove però non c’è nessuno. Lasci qualche spicciolo sul banco e raccatti due lattine. Ricardo beve con avidità a estinguere un’arsura intima.
– Tu la conosci Regina, la padrona di questa bettola? Chissà cosa l’ha spinta tanti anni fa ad aprire un locale in un posto sperduto come questo! Non gliel’ho mai chiesto, forse era di suo padre, quando ancora la miniera era la vita. Io sono capitato qui per caso. Mi era venuto a noia il mare, così avevo cominciato a girare i paesi dell’interno con la fisarmonica a tracolla; mercati, chiese, locande, ogni luogo era buono per suonare e cavarne da campare. Sono entrato qui un pomeriggio dopo un cammino infinito di polvere e di vento. Mi sono seduto e ho attaccato con la musica. C’era poca gente e quella poca non badava certo a me, non mi sarei arricchito quella sera. Lei non ricordo se stava dietro al bancone o nel retrobottega, non l’avevo proprio notata, strano, perchè io per le donne belle ho un’attenzione naturale. Fatto sta che me la sono trovata davanti con un boccale in mano, “questo è per te, bevi alla mia salute e torna a suonare quando vuoi.” Il tempo di alzare lo sguardo per vederla in faccia e già ero costretto a guardarle il culo, non che mi dispiacesse, che ormai si stava allontanando. Questo è diventato il mio tavolo e questo è diventato il mio ritorno, se sai cosa voglio dire. Sì, il luogo a cui pensavo, mentre battevo il Cile in lungo e in stretto per sagre e fiere, il posto in cui sempre tornavo. Una sera Regina mi ha chiesto di salire a suonare da lei. Regina mi coglieva sempre impreparato, era sempre oltre. Ho accennato un motivo, piegando il capo sulla fisarmonica e chiudendo gli occhi a trovare la concentrazione, sai, stavo suonando per lei. Quando riapro gli occhi lei è lì nuda che mi aspetta. I primi tempi capitava che Regina scivolasse nel retrobottega con un uomo, quando gli affari andavano male o semplicemente quando le piaceva, ma nessuno era salito nelle stanze di sopra, io ero l’unico che lei aveva accolto in casa. “Fai l’amore come suoni” mi disse dopo la prima volta ed io che suonavo a orecchio, musica imparata in mezzo ai pesci, ci rimasi male. Idiota che sono, che ho impiegato del tempo per capire. Sì, sono salito molte volte prima di capire che erano parole da una volta sola nella vita, che non aveva importanza quanto bene o male suonassi, ma come. E io forse con lei suonavo d’anima, se riesci a capire cosa voglio dire. Ero l’unico a salire di sopra e divenni anche l’unico uomo di Regina, senza che ci fossimo scambiati una promessa. E io che non sono bravo con le parole le dicevo “tu sei la mia fisarmonica” e ogni tanto mi facevo ardito e storpiavo la parola, che avesse più significato, se intendi, amico, che cosa le dicevo, che non ero volgare, sai, ero sincero. Perchè Regina era così.
Finora hai ascoltato in silenzio il fluire lento delle parole di Ricardo che ogni tanto si prende lunghe pause come perso tra pensieri e nostalgia. Ma ora vorresti fargli fretta che vuoi sapere cosa e ti guardi intorno che vorresti incontrare gli occhi della regina sconosciuta che. Ma non c’è traccia della donna nel locale. E ti ronza un dubbio molesto, che quasi non hai il coraggio di chiedere:
– Ricardo perchè dici “era”? Regina è morta? L’hai uccisa?
– Io uccidere Regina? Ma allora che ti parlo a fare? Come posso spiegarti quel che è successo se non hai capito chi è per me Regina?
Ricardo tace, scuotendo la testa. Rigira tra le mani quel coltello come un oggetto estraneo e poi lo stringe forte come a volerci imprimere le impronte.
Gli offri un’altra birra e aspetti che la voglia di dire abbia il sopravvento sul timore di non essere compreso.
– Non ero triste quando partivo per i miei giri perchè me la portavo dentro e quando ritornavo lei, lei fingeva che fosse nulla il mio ritorno. Mi portava la birra come a un cliente, la sbatteva sul tavolo con un rumore secco senza guardarmi in faccia, e poi da dietro il banco sembrava che nemmeno ascoltasse la mia musica che le prime volte mi prendeva rabbia. Mi prendeva la rabbia dell’escluso e poi lo stupore bello, ogni volta che arrivava un segno a svelare intesa. Ma qualche volta per tutta la sera neanche un gesto. Ed era stupendo, ormai avevo imparato, significava che non poteva, che era troppo il desiderio, che se solo ci pensava sarebbe esplosa ed io seguivo i movimenti irrequieti, la fretta nel servire che si sbrigassero a bere e andare. E quando anche l’ultimo ubriacone era uscito dal locale, chiudeva la porta a chiave, mi veniva incontro muta sulle ultime mie note sbigottite, sollevava la gonna e si calava a cavalcioni su di me, senza sfilarmi la fisarmonica. E fissandomi negli occhi mi prendeva. Perchè era sempre lei che prendeva me.
Che carattere, Regina!
E come teneva a bada gli uomini, che le potevano dire di tutto, ma mai mancarle di rispetto nell’essenza, che allora diventava feroce nelle parole e nelle mani. Le ho visto spaccare una bottiglia al banco e minacciare con i cocci chi s’era allargato troppo. Mai avuto bisogno che la difendessi, io suonavo e vedevo i suoi sorrisi e i suoi rifiuti, entrambi privi d’incertezze, suonavo e la sentivo ridere di cuore e di cuore raffreddare chi aveva troppo fuoco. Mai avuto bisogno di difenderla, fino ad oggi, quando è arrivato quel bastardo. Il locale era vuoto e lui già ubriaco. Voleva farsela che già un tempo l’aveva avuta, pagandola. Regina ha tagliato corto dicendogli che non era più cosa, di lasciarla in pace. E lui a sbraitare che le puttane restano puttane a vita. Era un bestione, il doppio di lei, l’ha picchiata all’improvviso e l’è saltato addosso a prendersi quello che voleva. Questa volta Regina non poteva difendersi da sola. Ho afferrato un coltello che era sul bancone e l’ho ficcato in pancia a quel bastardo. Ce ne ha impiegato di tempo per morire, affogando nel suo sangue, ma non mi ha fatto pena.
Di nuovo tace Ricardo e ti scruta incerto, come fosse importante la tua reazione. E tu gli guardi i vestiti privi di macchie e le mani piene d’imbarazzo a star vicine a quel coltello, gli guardi gli occhi che sono troppo limpidi e il volto che non ha la cattiveria necessaria per uccidere. Gli sfiori un braccio, con l’affetto di chi ha compreso.
– Perché non fuggi con Regina?
– Sarebbe un’ammissione di colpa per entrambi e io non voglio che Regina..
– A loro basta avere un colpevole, non ti faranno tante domande. Ma tu sei convinto di quello che stai facendo?
– Sì, amico, non ho dubbi.
– Anch’io non ho più dubbi su quello che è successo.

  • Vuoi dire che mi credi?
  • No, ma a loro andrà bene così come gliela racconti.

E ti allontani con un cenno di saluto che per te la storia di Ricardo è scritta.

Regina avrà il regalo di una vita.

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6 Risposte to “tu la conosci Regina?”

  1. Lisa Miller 19 settembre 2014 a 11:50 #

    Va giù bene, da non accorgersene, come un calice di vino bianco, fresco, sotto il pergolato d’estate.
    Sai che mi ricordi un pochino Sepulvéda? Forse è il Cile : )

  2. giuliagunda 19 settembre 2014 a 13:34 #

    Mamma mia, la fisarmonica e chi la suona… sì, la musica è eros! 🙂
    Bello, da leggere tutto d’un fiato.

    G.

    • massimolegnani 19 settembre 2014 a 16:51 #

      sì, e la fisarmonica ne dà un risvolto malinconico 🙂
      grazie G.
      ciao
      ml

  3. marlatremaine 20 settembre 2014 a 15:04 #

    Apprezzo molto questo tuo cimentarti in storie e atmosfere molto diverse tra loro.
    Spesso si leggono soltanto pezzi sempre uguali a se stessi. Mi congratulo 🙂

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