il coagulo prima che sia

1 Ott
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Dare trama e senso a un grumo di parole è come il lavorio del sangue che, affiorato dalla pelle, si organizza in un coagulo che poi sarà crosta e infine cicatrice.
E prima occorre una ferita, da cui attingere sangue e parole. Ma le ferite, vecchie e nuove, non c’è bisogno di cercarle, sono lì, fiori di campo sulla pelle. 
Piuttosto mi ricordo da bambino l’impazienza per il formarsi troppo lento della crosta o forse era l’attrazione per il mistero di quel sangue recente o il desiderio inconscio di ripercorrere un piccolo dolore. Così staccavo dal ginocchio la crosta ancora immatura e sollecitavo il rinnovarsi dello stillicidio rosso. Osservavo la minima pozza che a goccia a goccia si formava col mio sangue. Io che del dolore fisico avevo una gran paura lo reiteravo per incantarmi al rosso mio che avrei voluto conservare liquido, più bello e forse salutare della crosta stessa.
E ora vorrei fare lo stesso con i pensieri, lasciare che mi cadano di penna a formare piccoli coaguli che non si rapprendano in quella falsità astratta che è la parola scritta, ben organizzata e fredda.
A sangue caldo vorrei dirti di San Galgano e delle mongolfiere e del poco pattume che ammucchio con orgoglio scopando le mattonelle del terrazzo.
C’è una radura tra i boschi di castagni e le colline di una Toscana ben nascosta, dove arrivi per stupirti. Non ricordo più se sia San’Antimo o San Galgano la chiesa che ti accoglie. È lì da secoli, isolata dal mondo, romanica, umile e imponente. Pochi gradini in pietra, un portale in legno da smuovere a fatica ed entri nella fede. Sì, credo sia l’unico luogo dove mi è sembrato di sfiorare Dio o di condividere quel Dio che appartiene ai più. L’ho visto nella gramigna che si fa strada tra i lastroni del pavimento, nei ciuffi di parietaria spuntati su colonne e muri maestri. Ma soprattutto l’ho sentito nel soffitto che non c’è, alzi gli occhi e trovi il cielo. L’assenza di quel tetto mi ha fatto sentire il fiato della fede, come se la chiesa si fosse scoperchiata solo col mio ingresso e solo in quel momento avesse liberato quanto aveva trattenuto per un millennio, una mongolfiera che libera si libra finalmente, alimentata dall’aria calda delle preghiere, generazioni di fedeli riunite insieme a me tra quelle mura diroccate.
Avrei potuto riflettere su quelle sensazioni, coagularle in un grumo solido, lasciarmi folgorare come Saulo, ma chiuso quel portone ho chiuso quel sentire.
Eppure non è un caso che San Galgano e il mio fugace sentire differente riaffiorino alla mente ogni volta che, come ora, una mongolfiera passa sbuffando sopra la mia testa. La sento più che vederla, che gli alberi mi coprono la vista, sento il soffio caldo e possente come il mantice del fabbro che la mantiene in equilibrio a metà del cielo. Poi alzo gli occhi in verticale e lei appare in alto tra la corona d’alberi, il tetto scoperchiato dalla fede.
Guardo e ricordo e per un attimo mi fermo in confusione, avevo fede in qualcosa e forse ancora ma non so in che cosa. Troppo difficile riflettere, riprendo a spazzare le foglie dal terrazzo, la minima soddisfazione di accumulare la sporcizia e poter mangiare nel pulito.

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32 Risposte to “il coagulo prima che sia”

  1. marlatremaine 1 ottobre 2014 a 11:27 #

    San Galgano è a cielo aperto.
    Come queste tue parole.

  2. Claire 1 ottobre 2014 a 11:53 #

    Mi porti sempre via tu con le parole … oggi in alto, leggera, oltre quel limite che intrappola.
    Ascendo …
    Grazie, un abbraccio.

    • massimolegnani 1 ottobre 2014 a 13:37 #

      sì dovresti lasciarti trasportare da una mongolfiera, libera e leggera.
      un sorriso, claire
      ml

  3. viaggiandonam 1 ottobre 2014 a 11:53 #

    questa metafora del sangue, crosta, cicatrice che si riapre e si ri-tocca ancora il dolore è meravigliosa.

  4. giuliagunda 1 ottobre 2014 a 11:55 #

    I tuoi pensieri non diventano crosta, non si asciugano, non si seccano, restano liquidi e caldi. Ci si può nuotare, nelle tue parole.
    Bello vedere il tetto che si scoperchia al tuo ingresso, il bagliore di una luce inaspettata che rianima d’improvviso la fede vaga in qualcosa di indefinito ma accogliente, un’altra crosta da staccare, una vecchia ferita da rigenerare.
    Il cielo è sempre lì a farsi ammirare, e che sia ristretto dentro un buco, una finestra oppure spalancato ai nostri occhi che faticano a contenerlo, è sempre fonte di meraviglia e di speranza.

    Sono pienamente d’accordo con Marla. 🙂

    G.

    • massimolegnani 1 ottobre 2014 a 13:39 #

      ..e mi viene in mente il tuo nuraghe (la foto!) da dove si vede il cielo
      ciao G.
      🙂
      ml

      • giuliagunda 1 ottobre 2014 a 15:06 #

        Sì, è venuto in mente anche a me! 🙂

      • massimolegnani 1 ottobre 2014 a 15:25 #

        🙂

        Date: Wed, 1 Oct 2014 13:06:09 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  5. remigio 1 ottobre 2014 a 16:22 #

    Bella e interessante riflessione. Mi pare di capire che per te l’unico luogo che ti consente di “sfiorare Dio o di condividere quel Dio che appartiene ai più”, sia una chiesa “umile e imponente…isolata dal mondo”: San Galgano. Come ti capisco! Ebbene, mi sono sempre chiesto come sia possibile pregare in un luogo maestoso come la Basilica di S. Pietro. Di fronte alla grandiosità dell’ingegno umano che ha saputo realizzare un’impresa così straordinaria – penso a tutti i grandi che vi lavorarono a partire dal 1500 (da Bramante a Raffaello, da Sangallo a Michelangelo da Vasari a Della Porta, da Maderno a Bernini) credo che, per un cristiano, sia davvero difficile concentrarsi nella preghiera. La solennità dell’arte, la bellezza delle statue, la impareggiabile ricchezza delle decorazioni distolgono l’animo dal raccoglimento e dalla meditazione. Tanta bellezza appare sempre di più opera di un dio anziché dell’uomo. Opera di quello stesso Dio a cui si rivolge il cristiano devoto, sebbene soggiogato dalla solennità del Baldacchino del Bernini o dalla grandiosità della cupola del Michelangelo. Un luogo spettacolare per eventi spettacolari.

    Ma se io devo immaginare un povero cristiano che desidera avere un incontro profondo con Dio, non posso che vederlo in un spazio più appartato, più silenzioso, meno appariscente, più isolato. Un luogo che evochi la povertà piuttosto che la ricchezza, la contemplazione piuttosto che la meraviglia. E allora San Galgano diventa anche la mia chiesa, per poter sfiorare il mio Dio. Ciao

    • massimolegnani 1 ottobre 2014 a 20:39 #

      Ecco, la contrapposizione a s.pietro rende perfettamente il concetto.
      Grazie per la condivisione
      ml

  6. poetella 1 ottobre 2014 a 16:46 #

    carissimo, ti ho mandato l’invito per accedere al mio blog, ora privato.
    ma mi sa che ho sbagliato qualcosa. Comunque, se volessi continuare a leggermi, al primo accesso al mio blog ti verrà proposto di inviare richiesta di lettura ed io accetterò, ovviamente.
    Ti aspetto
    Lucia

  7. righe orizzontali 1 ottobre 2014 a 16:52 #

    Per chi, come me, non ha il dono della fede, è difficile immedesimarsi in chi ce l’ha, però le tue parole solo limpide e quel cielo aperto invita a respirare.

    • massimolegnani 1 ottobre 2014 a 20:42 #

      Li’ soprattutto ho sentito la fede di quanti avevano pregato li’ nei secoli.
      Ti ringrazio
      ciao
      ml

  8. ogginientedinuovo 1 ottobre 2014 a 22:38 #

    Ha senso anche sfiorarla, la fede, in un attimo e poi lasciarla andare. E poi lasciare che quell’attimo ritorni, improvviso e inaspettato, un giorno che pulisci il terrazzo 🙂

  9. Lisa Miller 3 ottobre 2014 a 11:10 #

    Sono sempre stata attratta dalle chiese, soprattutto le antiche, indipendentemente dal credo religioso. Non so come spiegare: è come se sentissi i muri che sussurrano, contenenti milioni di voci; è come se l’aria fosse attraversata da spiriti, ed i dipinti e le statue si muovessero, impercettibilmente. So che può far sorridere ma credo siano luoghi in cui accadono magie.

    • massimolegnani 3 ottobre 2014 a 12:19 #

      ..indipendentemente dal credo religioso….i muri che sussurrano…
      Lisa hai reso perfettamente quello che anch’io volevo esprimere.
      grazie
      ml

  10. ire 3 ottobre 2014 a 16:19 #

    Anch’io grattavo sempre via le crosticine, non per il sangue, ma perchè non vedevo l’ora che se ne andassero. Ed erano sempre troppo fresche e odiavo vederle stillare di nuovo. Mia mamma mi sgridava perchè diceva che così non guarivo più e sarei rimasta piena di cicatrici. E in effetti qualcuna ne ho, sul ginocchio sinistro, soprattutto. La Toscana è un sogno tutta, San Galgano poi… Le chiese non dovrebbero avere il tetto, anzi, non dovrebbero proprio esistere, è negli spazi aperti e infiniti che si sente qualcosa e si sente la pace. E soprattutto non ci si sente soli.
    Sembri sereno, sai?

  11. giornipersi 6 ottobre 2014 a 10:18 #

    Davvero un piacere leggere le tue parole,
    buona settimana!
    Francesco

  12. rossodipersia 10 ottobre 2014 a 17:02 #

    Ho visto Dio
    in mongolfiera
    spazzava le mie foglie dal terrazzo
    io le raccoglievo
    e lui le soffiava via
    era caldo il suo respiro
    e allegri i suoi colori
    ridente nel dispetto improvvisato
    passò sbuffando come di
    un bambino colto in fallo
    quando decise di tornare
    alla sua chiesa sconsacrata.

    • massimolegnani 10 ottobre 2014 a 17:56 #

      cara rosso, valeva la pena aspettare i tuoi commenti se nell’attesa hai maturato questi versi.
      un sorriso
      ml

      • rossodipersia 10 ottobre 2014 a 18:01 #

        Ahahah… No, è solo un periodaccio: non riesco neanche a leggere il mio nome sul citofono. 🙂

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