le capre di Ephrem

16 Ott
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Tutti nascono con qualche talento ed Ephrem scoprì presto di possederne due. Ma che il ragazzo avesse qualche dote nessuno al villaggio se ne accorse, né quando ancora sgambettava nella polvere e giocava con i sassi, né più avanti quando a otto anni iniziò a condurre le capre al pascolo.

Giocava con i sassi e li metteva in fila, lui seduto sopra un masso a raccontare, loro, i sassi, immobili come fossero uomini in ascolto. Perché Ephrem aveva pensieri assai profondi e parole in abbondanza, una sorgente che sgorgava di continuo e limpida scorreva tra quei sassi attoniti, unico pubblico disposto allo stupore.

Un calcio di suo padre, ben dosato tra le natiche, lo distolse da quei giochi e lo proiettò nel mondo del lavoro, che si cresceva in fretta in Palestina, tra una terra troppo dura e un cielo senza sogni.

Così fu il tempo delle capre.

Lui le portava lontano, fino alle rive del Giordano, dove l’erba era più ricca. Per tutto il giorno le lasciava libere di scorrazzare sulle rocce o di sguazzare a riva, fiducioso che non si perdessero. Ma a loro piaceva soprattutto accovacciarsi in cerchio all’ombra degli ulivi. Belavano ogni tanto e fissavano il ragazzo con uno sguardo che qualcuno avrebbe detto stupido, ma che lui sapeva ricco d’interesse. Sembrava che le capre lo invitassero a parlare, che attendessero la voce che soave le cullasse sopra un sogno. Ephrem allora, con il sorriso a fior di labbra, esponeva le sue idee sull’armonia del mondo e sulla necessità di un unico Dio che stesse sulla terra e non nascosto tra le nuvole. Che ognuno lo pregasse a modo suo, “… ma il dio invocato da voi capre deve essere per forza il mio medesimo Yavet.”

Non che le bestie arrivassero a comprendere tutto, ma certo percepivano un coinvolgimento misterioso, una comunanza di ideali che le inteneriva. E qualcuna formulò in silenzio il concetto di comunione universale. Quanto all’armonia del mondo era facile per loro da capire, se solo la limitavano al proprio mondo minimo, perché armonia era ciò che vivevano ogni giorno.

La fama di Ephrem, ormai giovane uomo, si diffuse come l’olio di un otre versato sopra un tavolo. Non c’era capra in Galilea che non sognasse di arrivare alle rive del Giordano per ascoltare le sue parole che davano refrigerio più del fiume. E molte abbandonavano gli ovili per unirsi a quella schiera a quattro zampe.

Ma rovesciare l’olio, sprecarlo sulla terra, da sempre porta con sé disgrazie. Non c’era uomo nei villaggi della Palestina che non maledicesse il ragazzo delle capre, colpevole d’ingrossare il proprio gregge a spese loro. Lo minacciarono e lo bastonarono, ma lui cocciutamente ribatteva che le capre non appartenevano né a lui né a loro, erano libere di andare o di restare, anzi lui stesso, dopo che lo avevano ascoltato le invitava a tornare da dove erano venute. Il più inviperito era suo padre, perché non c’era giorno che Ephrem sulla strada del ritorno non si fermasse a mungere qualche suo animale davanti alle capanne dei più poveri, regalando loro una ciotola di latte ancora tiepido.

Non riuscendo a piegarlo con le botte gli uomini compatti lo denunciarono all’Autorità Romana, per furto di bestiame.

Davanti al giudice Ephrem ricorse a tutta la sua eloquenza, non già per difendersi dall’accusa, ma per ribadire i concetti a lui più cari, la pochezza dell’ordine costituito di fronte alla grandiosità dell’ordine naturale, la necessità di vivere in armonia col mondo ed altre idee che fecero sobbalzare il magistrato sullo scranno. La condanna a morte fu considerata necessaria e salutare per il resto della comunità.

Nessun uomo del villaggio assistette all’agonia di Ephrem sulla croce, non il padre che voleva solo dimenticare di essergli padre, non gli altri pastori pieni di rancore e nemmeno i poveri che temevano di essere accusati assieme a lui.

Ma mentre lui moriva alcune capre belavano ai suoi piedi, glieli leccavano. Qualcuna disperatamente piegata sulle zampe anteriori.

 

 

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20 Risposte to “le capre di Ephrem”

  1. Minu 16 ottobre 2014 a 09:56 #

    ….bello, anche se un po’ diverso dai tuoi soliti…grazie comunque di queste belle letture con cui inizio sempre la mia giornata lavorativa.

    • massimolegnani 16 ottobre 2014 a 10:12 #

      grazie Minu.
      diverso ma non tanto, perchè questo non vuole essere un brano “religioso” e nemmeno blasfemo.
      buon lavoro, allora
      🙂
      ml

  2. Claire 16 ottobre 2014 a 11:21 #

    No, non le trovo le parole. Sono qui da un po’ e vorrei scrivere qualcosa, ma non trovo come rendere la sensazione che ho provato …
    S’è aperta una crepa nel cuore.

    • massimolegnani 16 ottobre 2014 a 13:17 #

      tranquilla Claire, nemmeno io riesco a trovare le parole per spiegar(mi) che cosa volevo esprimere con questo brano 🙂
      un sorriso
      ml

  3. ester 16 ottobre 2014 a 17:21 #

    Non credo siano necessarie parole per spiegare… più arguto di così! Condiviso si Fb 😉 grazie!

    • massimolegnani 16 ottobre 2014 a 18:58 #

      Grazie Ester e ben ritrovata.
      Mi tranquilizzi e mi onori 🙂
      ml

  4. menteminima 16 ottobre 2014 a 17:28 #

    Tu riesci sempre a sorprendere

  5. Lisa Miller 16 ottobre 2014 a 18:46 #

    Certo, Ephrem non è Peter, e la Palestina non è “l’Alpe”.
    Accetti anche commenti ironici? (spero di sì, essendo tu persona intelligente e sapendo “che”) : )

    • massimolegnani 16 ottobre 2014 a 19:04 #

      Mi piace l’ironia, soprattutto da persone come te che non la usano come arma (allora e’ sarcasmo)
      Dunque Peter dovrebbe essere Pan, e concordo, ma l’alpe mi sfugge. Anagramma parziale di pale(stina)? Richiamo al libro cuore?
      Aiuto, non ci arrivo!
      🙂
      ml

      • Lisa Miller 16 ottobre 2014 a 19:22 #

        Sei tenero quando non ci arrivi : )
        (molto più semplicemente: Peter è il pastorello amico di Heidi (adoro quel cartoon); entrambi andavano a portare le caprette al pascolo (abitavano sulle alpi). Il nonno di Heidi era chiamato dalla gente del villaggio “il vecchio dell’alpe”.
        Ecco qua. : )

      • massimolegnani 16 ottobre 2014 a 21:11 #

        ahah..ero lontano mille miglia da heiiidiii 🙂 In effetti quella della foto sembra piu unaj capra svizzera che palestinese!

        ciao, sorrido

        Date: Thu, 16 Oct 2014 17:22:41 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  6. rossodipersia 17 ottobre 2014 a 11:07 #

    Non mi è sembrato affatto casuale il riferimento alla Palestina, così come non mi è sembrata affatto casuale la condanna di Ephrem in nome dell’ordine precostituito. La disperazione delle capre è quella della popolazione oppressa, sia essa israeliana o palestinese, cui viene negato il diritto di essere liberi di amare.
    Gran bel pezzo ml, sei riuscito con la tua solita poesia a toccare un argomento che io non saprei neppure come iniziare: senza puntare il dito, senza schierarti (poi con chi? con la guerra?), senza retorica, senza pietà.

    • massimolegnani 19 ottobre 2014 a 22:46 #

      sì, rosso, le capre vorrebbero rappresentare gli umili e gli ultimi e anche Ephrem non è meno ultimo di loro.
      un abbraccio
      ml

  7. pennyblues 17 ottobre 2014 a 11:31 #

    il mondo gira così… non c’è posto per gli ideali e la bellezza

    • massimolegnani 19 ottobre 2014 a 22:48 #

      ..una bellezza sprecata quella di ephrem.
      grazie penny
      e ben ritrovata
      🙂
      ml

  8. giuliagunda 18 ottobre 2014 a 09:06 #

    Poesia di un’esistenza di solitudine e incomprensione, in cui l’unica soddisfazione è la compagnia delle capre, che sole sembrano apprezzare il suo talento e la sua spontaneità. Ucciso infine da invidia e ignoranza, martire delle idee, di quell’ideale di vita vissuta come si vorrebbe.
    Malinconico.

    G.

    • massimolegnani 19 ottobre 2014 a 22:50 #

      già, quelli fuori dal coro pare sia più semplice farli tacere che ascoltarli.
      grazie G.
      ciao,
      ml

  9. lageniaccia 25 ottobre 2014 a 09:31 #

    Mi hai commossa. Non ho altro da aggiungere.

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