dopo Mergozzo

30 Ott
photo by c.calati

photo by c.calati

 

C’è ancora spazio per un altro pezzo di pedale prima che arrivi il grande freddo. Freddo, a dir la verità, ce n’è già parecchio stamattina, mentre abbandono lago e cigni e mi avvio in un fondovalle cupo, ingrigito dallo squallore di case non finite e dalla mancanza di sole. È come un corridoio senza arredi e senza luce, vorrei togliermi di qui in fretta, salire al sole e alla bellezza, ma le gambe sono torpide e rimpiango la poltrona con caffè e giornale vicino al calorifero dei miei coetanei.

Al bivio che c’è poco prima di Domodossola prendo a destra per la val Vigezzo. È strano, qui inizia la fatica eppure mi sento sollevato, assieme ai metri aumenta il livello dell’umore. L’aria è frizzante, nei prati la rugiada brilla ai primi raggi ma io sudo e mi sembra di essere avvolto in una nuvoletta di vapore come un cavallo da tiro in inverno, di quelli che trascinavano i barconi sui navigli. Il torrente a lato della strada mi accompagna anche se va nella direzione opposta alla mia, lo guardo saltellare verso valle tra cascatelle e rocce, l’acqua mi rincuora e forse qualche trota sta tentando la risalita assieme a me. Una sosta con la scusa di sfilarmi il pile, la bici appoggiata al parapetto, rifiato e mi sgranchisco, sgranocchio una barretta, la colazione ricca è un ricordo ormai lontano, la fame pedalando morde a tutte le ore. Guardo giù, il sole illumina il torrente che è tutto spruzzi e spume, quasi un ricamo mobile. Riprendo a pedalare al ritmo di una lumaca stanca. Dopo poco incontro un’interminabile galleria che mi fa sputare l’anima e stramaledire i progettisti, che pensano solo alle auto e per loro fare una pendenza sopra il dieci per cento o disegnarla al cinque poco cambia, ma per me che non ho motore sono due chilometri di autentico calvario. Finalmente riemergo alla luce in uno scenario che mi piace, castagni e larici, silenzio dopo i rimbombi del tunnel, e il torrente che mi ritrovo accanto. La valle si sta allargando, il bosco lascia il posto ai pascoli, l’acqua quasi quieta ha perso l’irruenza e la pendenza è diventata lieve. Mi fermo a una bottega di alimentari per far rifornimento. Io, di solito poco socievole, ora che sono impresentabile, bandana da pirata, pantaloni neri lunghi e aderenti come una calzamaglia, scarpini coi tacchetti metallici che sembro un ballerino di tiptap, provo una vera frenesia da contatto, scherzo con la commessa mentre mi farcisce il pane con prosciutto e formaggio, interrogo il cassiere sul percorso che mi aspetta, fino a Locarno è tutta una discesa, sollecito la sua ammirazione per il tratto fatto, complimenti è dura la salita, alla sua età poi, restando un po’ scornato, che non mi sento così vecchio.

Santa Maria Maggiore ha una mondanità modesta fatta di pochi alberghi, qualche villa, gente a passeggio, ma che per me è già troppa, così pedalo in fretta per ritrovare la natura. La discesa su Locarno non è certo da brivido, di quelle mozzafiato che piacciono a me, diluita com’è in oltre una ventina di chilometri, ma qualche brivido lo provo per il paesaggio incontaminato che mi catapulta a inizio novecento. È questa l’unica Svizzera che apprezzo, l’anima contadina, i pascoli, il tracciato antico della strada che si adatta alla forma delle rocce senza gallerie che la violentino, né ponti faraonici che saltino le valli. Si chiama appunto Centovalli questa zona e sono mille curve che regalano scorci sempre differenti, gole, laghetti, boschi dorati dall’autunno, piccoli dirupi e l’immancabile trenino ardito che si inerpica come una capra di montagna.

L’incanto per la Svizzera finisce con la fine della discesa, Locarno è una cittadona tutta cemento e soldi che manco vedo il lago, Ascona, un lungolago lindo da sembrare finto e un’aria snob che attrae e respinge. Mi irrita questa perfezione laccata, desidero qualcosa che assomigli a me imperfetto, le magagne dell’Italia mescolate alla bellezza. Così pedalo veloce verso la frontiera in una nostalgia furiosa come mancassi da decenni e son passate poche ore.

Al confine un finanziere mi avvisa che pochi chilometri più avanti la strada è momentaneamente interrotta per la rimozione di una frana. Niente di più piacevole che risalire con la bici la coda degli automobilisti spazientiti. Dietro le transenne mi mantengo caldo al sole che declina e quando arriva l’ombra provo a forzare il blocco, che una bici passa dappertutto e io ho fretta d’arrivare. Le auto ancora in attesa, ho per me tutta la strada di costa, un pedalare surreale che mi fa felice. Una felicità davvero breve che il ritorno sulla terra è un risveglio brusco e doloroso: dietro un cordone di polizia e ambulanze, un telo sull’asfalto copre un corpo, accanto una bici accartocciata, appena più avanti un camion tremendamente immobile. Non c’è niente da capire, è l’equazione lineare della morte, il pozzo buio in cui non voglio guardare. Mi lasciano passare e io pesto sui pedali in una furia che vorrebbe cancellare quel che ho visto.

Devo arrivare a Cannero dove Tiziana mi aspetta, devo arrivare a Cannero prima che la notizia si diffonda per il paese e la raggiunga. Ho cento chilometri nei polpacci ma un’adrenalina ghiaccia mi spinge ad andare più veloce,a  mettere distanza dalla morte. Non è un arrivo allegro, non le racconto quel che ho visto ma resto scorbutico, il destino delle mogli sopportare i nostri malumori, che forse un vaffanculo sarebbe meritato. Dormo un sonno agitato in un assurdo tardo pomeriggio, lei va a cercar quiete altrove, tra l’imbarcadero e il porticciolo. Solo dopo cena, inoltrandoci in una passeggiata lungolago, sento che il grumo nero lentamente mi si scioglie dentro. Dovevano essere due passi, invece camminiamo per chilometri, senza meta e senza fretta, lasciandoci invadere dal lago che si fa sempre più scuro, ma dolce e riposante, l’acqua un lenzuolo di seta nera. Superiamo darsene e minimi golfi, ogni tanto una chiesetta illuminata in cima a un borgo, una vecchia villa che nella penombra appare triste e maestosa, proseguiamo per un sentiero a pelo d’acqua, le luci all’altra sponda non hanno un nome, non sappiamo se sia Laveno, Locarno o Arona in un disorientamento che ci conforta. A poco a poco ci siamo affrancati dal tempo e dallo spazio, tutto è silenzio, buio, pace, come un passinbruno.

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18 Risposte to “dopo Mergozzo”

  1. viaggiandonam 30 ottobre 2014 a 12:17 #

    Mi piace che due passi diventino chilometri. Che camminare e andare affranchi da tutto.

    • massimolegnani 30 ottobre 2014 a 13:23 #

      Che poi e’ curioso, uno pedala e padala tutto il giorno e poi la vera liberazione dagli affanni la trova passeggiando a piedi.
      Ciao nam,
      ml

  2. giuliagunda 30 ottobre 2014 a 13:13 #

    Sembra di pedalare con te, si fatica e ci si sente soffocare lungo la galleria, ci si illumina all’uscita, si inorridisce alla vista del telo sulla strada e della bicicletta accartocciata, si spinge forte sui pedali aiutati dall’adrenalina e dal desiderio di rassicurare chi ci attende, si torna finalmente a casa, salvi, ma esausti e cupi, ci si lascia cullare dolcemente dal passinbruno alla fine.
    Il viaggio mi ha turbata, ma certamente anche arricchita.

    buona giornata ml
    G.

    • massimolegnani 30 ottobre 2014 a 13:24 #

      ..ma io non voglio turbarti coi miei viaggi 🙂
      ml

      • giuliagunda 30 ottobre 2014 a 15:26 #

        Allora disimpara a scrivere, così eviti di coinvolgere troppo il lettore.
        (no, scherzo, non farlo) 🙂

        G.

      • massimolegnani 30 ottobre 2014 a 22:39 #

        sono per il coinvolgimento ma non per il turbamento 🙂

        Date: Thu, 30 Oct 2014 13:26:46 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  3. ammennicolidipensiero 30 ottobre 2014 a 14:32 #

    e niente, prosegui con luoghi che mi son familiari. io attraversavo a piedi scendendo da quel buco di case che è olgia, dopo dissimo.
    quanto capisco la sensazione di fronte a quel telo, il nodo alla gola, il voler fuggire via velocemente.
    e infine: quanta pazienza, tua moglie! 😛

    • massimolegnani 30 ottobre 2014 a 22:31 #

      l’ultima che hai detto è verità indiscussa 🙂
      Dissimo è dove c’è quel santuario incredibile, più imponente di S.Pietro?
      ciao ammen
      🙂
      ml

      • ammennicolidipensiero 31 ottobre 2014 a 01:26 #

        più o meno, il santuario è a re (‘azz di nome, per un paese, “re”. non che “rho” sia meglio, eh).

      • massimolegnani 31 ottobre 2014 a 10:00 #

        ovunque sia, trovo che lì ci stia come una decorazione di panna sulla pizza 🙂

        Date: Thu, 30 Oct 2014 23:26:28 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  4. roceresale 30 ottobre 2014 a 16:35 #

    Le luci dell’altra sponda non hanno nome. La grazia dei tuoi racconti solo in Paolo Conte la trovo, malumori e dissipazioni incluse.

  5. massimolegnani 30 ottobre 2014 a 22:34 #

    la tua conferma sulle luci dell’altra sponda mi conforta (sei di quelle parti se non sbaglio)

    ciao,
    ml
    (Paolo Conte, caspita!!)

  6. ogginientedinuovo 31 ottobre 2014 a 00:26 #

    Alla tua età! 😉 Non so perché alcune persone si piccano di essere sincere a oltranza…
    Comunque trovo molto bello il grumo che ti si scioglie in compagnia di tua moglie. Le mogli, spesso, hanno un loro perché 😀

    • massimolegnani 31 ottobre 2014 a 09:58 #

      ..ma è stato il salumaio a essere troppo schietto e io forse avevo in faccia tutti i miei anni 🙂

      le mogli…già 🙂
      ciao,
      ml

      • ogginientedinuovo 31 ottobre 2014 a 17:08 #

        Anch’io ho in faccia tutti i miei anni, sempre, non solo dopo una salita in bici, però, appunto, che bisogno c’è che gli altri me lo facciano notare?! 😉 Salumaio scostumato 😀

      • massimolegnani 31 ottobre 2014 a 19:10 #

        poraccio, probabilmente voleva farmi un complimento che non gli è riuscito tanto bene 🙂 🙂

        Date: Fri, 31 Oct 2014 15:08:28 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  7. rossodipersia 31 ottobre 2014 a 14:03 #

    Mi ha colpito l’istinto di tua moglie di lasciar stare e darti il tempo necessario per allontanare le paure, per poi riaccoglierti pacifica offrendoti la solidità del passo. Non è sempre facile rispettare gli spazi ombrosi di chi ci vive accanto, ci vuole molta complicità e molto amore.
    ciao ml…

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