una Morris del ’53

14 Nov
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Quest’uomo e questa donna sono su una macchina straniera. Li guardo passare e mi sento soddisfatto. Una vecchia Morris, di quelle ancora con le modanature in legno ad abbellire le fiancate. L’aveva portata lui, quest’uomo di cui non conosco il nome, spingendola a mano fino al mio garage. “Non parte” mi aveva detto con l’aria smarrita di chi non ha osato nemmeno alzare il cofano, che tanto dentro è un mistero impenetrabile. Non so se stesse peggio lui o la macchina; entrambi sembravano messi davvero male, ma almeno la Morris sotto la ruggine e le ammaccature conservava un fascino che veniva da lontano; altra epoca, altri luoghi, altre persone.
Lui aveva ciondolato per un po’ nell’officina, dandomi l’impressione che stentasse a reggersi in piedi, forse per la fatica d’aver trascinato l’auto fino a me o forse per una fame arretrata. Mi aveva detto che la macchina era un lascito di sua nonna, “Sono venuto a Saragozza per l’eredità e mi sono ritrovato a possedere solo questa carcassa, su cui ho dovuto pure pagare le tasse arretrate.” Parlava uno spagnolo incerto con una forte cadenza francese, ma quello che più colpiva era l’espressione confusa degli occhi. Io, però, più che dall’uomo ero attratto dalla Morris, le giravo intorno carezzando le belle rotondità dei parafanghi e già studiavo gl’interventi necessari per rimetterla in strada. Quando sollevai il capo dal cofano quest’uomo era scomparso. Se n’era andato senza lasciarmi un nome o un recapito, non dico una caparra.
Il buon senso mi suggerì di mettere la macchina nell’angolo più buio del garage e di dimenticarmene. Ma con me il buon senso ha sempre avuto vita breve.
Il mattino dopo già smontavo il motore pezzo per pezzo, con una delicatezza di cui non mi ricordavo capace. La Morris, con le sue forme morbide e antiquate, mi aveva stregato e io volevo restituirle la dignità del movimento. Il piacere di restaurare un’antica bellezza era una sensazione impagabile, così diversa dal regolare carburatori e sostituire marmitte bucate a macchine comunque sciatte o troppo pretenziose. Ma di poterci cavare dei soldi era impensabile, ero convinto che l’uomo non si sarebbe fatto più vivo.
Invece quest’uomo bizzarro ricomparve un pomeriggio tardi mentre stavo chiudendo l’officina. Non mi chiese dell’auto, ma mi disse che non aveva i soldi per pagarmi, nè ora, nè probabilmente mai. Non credo che avesse mangiato spesso dal precedente incontro. Aveva lo stesso volto emaciato con gli occhi infossati e il naso affilato.
Non so bene perchè, ma lo invitai alla trattoria di Pedro, dove ceno quando sono solo. Mangiò con voracità, mentre usò molta lentezza per rispondere alle mie semplici domande. Mi disse che viveva nel sud della Francia e che fino a qualche tempo prima aveva insegnato filosofia al liceo di Montpellier. Filosofia?! Niente di meno adatto a potersela cavare nella vita. Glielo dissi e lui allargò le braccia in un gesto di desolazione rassegnata che mi turbò.
Di solito non m’impiccio degli affari altrui, ma mi venne in mente l’insegnante di francese di mio figlio, una tipa insignificante, di quelle col tailleur estate e inverno. Così gli scrissi l’indirizzo su un pezzo di carta dicendogli “Le ho riparato la macchina una volta, è una brava persona che forse potrà aiutarla facendole dare ripetizioni di francese ai suoi allievi più scalcinati.”
Lui prese il foglietto e bofonchiò un grazie, allontanandosi con il suo passo vago.
Ho impiegato mesi a trovare e farmi spedire dall’Inghilterra i pezzi originali ed ogni volta il mio contabile registrava l’acquisto scuotendo la testa. “Non rientreremo mai di questi soldi”, mi diceva con aria afflitta. Io alzavo le spalle e mi allontanavo, non mi piaceva ascoltare quel discorso. È difficile spiegare, ma non m’importava delle spese e nemmeno contavo di tenermi la macchina una volta sistemata, come forse sarebbe stato mio diritto visto che il proprietario non era in grado di pagare. Lo facevo unicamente per amore della Morris, come fosse stata un’amante di un tempo andato, una donna rara che si vorrebbe vedere comunque felice, anche se non più tra le nostre braccia.
Adesso forse riuscite a capire perché sorrido quando li vedo passare lenti, quasi solenni, a bordo della loro auto per le strade di Saragozza, lui, un po’ più in carne, e lei, l’insegnante di francese, divenuta quasi bella. Sorrido e mi dico “Quest’uomo e questa donna sono su una macchina straniera, una vecchia Morris del ‘53. Poteva essere mia, ma sono contento che sia loro.”
E il mio contabile dice che se i due mantengono l’attuale ritmo nei pagamenti tra vent’anni rientriamo dei nostri soldi. Bene, non chiedevo di meglio.

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10 Risposte to “una Morris del ’53”

  1. rossodipersia 14 novembre 2014 a 13:51 #

    Delizioso…

  2. Lisa Miller 15 novembre 2014 a 10:20 #

    Alcune storie sono a lieto fine, quasi me ne scordo.

  3. Donatella Calati 15 novembre 2014 a 20:19 #

    so bene che hanno un certo fascino queste inglesi “bruttine” e tu sai coglierlo a meraviglia
    e il mix anglo-franco-spagnolo mi ha incantato

    • massimolegnani 15 novembre 2014 a 23:53 #

      già…ci sarebbe stata bene anche un’Austin-Healy
      🙂
      ciao Dona

  4. giuliagunda 20 novembre 2014 a 01:01 #

    Quanta magia nel “restaurare un’antica bellezza”.
    Trovo buffo e romantico il fatto che il protagonista, dopo aver giudicato duramente le scelte di vita di un insegnante di filosofia, decida di impiegare in un’impresa quasi fine a se stessa del tempo prezioso e tanto denaro che sa di non poter recuperare. 🙂
    Un racconto davvero piacevole e delicato.

    G.

    • massimolegnani 20 novembre 2014 a 10:15 #

      il garagista era troppo innamorato di quella vecchia auto per abbandonarla a se stessa. 🙂
      ciao G.,
      ml

      • giuliagunda 20 novembre 2014 a 11:22 #

        E probabilmente il francese era troppo innamorato della filosofia per dedicarsi ad altro 🙂

      • massimolegnani 20 novembre 2014 a 11:25 #

        🙂

        Date: Thu, 20 Nov 2014 09:22:31 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

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