la bottega di Bijorn

5 Gen
c.calati

c.calati

 

 

Di che cosa ti lamenti”, dice, più che chiedermi, Harald, ogni volta che il mio sguardo s’incupisce nella grappa. Io gli rispondo a modo mio, “tocca a te muovere”, ma lui, fatta la mossa, torna alla caricaHai un figlio che a Stoccolma diventerà qualcuno, non hai più una moglie che ti rompa l’anima, sei un artigiano apprezzato in tutto lo Jamtland. Non hai proprio motivo di lamentarti”. Potrei attaccare briga e fargli notare che non mi sono lamentato, ho solo sbuffato a una sua battuta fastidiosa, o fargli presente che non è certo lui con quel fermento sciocco ad alleviare la mia solitudine. Potrei, ma mi limito a pompare rabbia nella pipa, vorrei fare uscire tanto fumo da sparirci dentro. L’unica è chiudere la partita in fretta e dar fine alla serata. E se non posso vincere in tempi brevi, meglio sacrificare una torre e due pedoni, aprirgli un varco, una trappola a rovescio, dove Harald s’infilerà di donna, convinto di essere geniale. Brav’uomo Harald, ma ottuso come un cammello. Impossibili certi discorsi con lui, solo parole che non scalfiscano il suo cinico entusiasmo per la vita. È un droghiere fino nell’anima, si comporta sempre come fosse in negozio, le due colonne sul registro delle entrate e delle uscite, che nulla alteri il pareggio e buongiorno Olaf è arrivato il suo dopobarba francese e buonasera signorina Ingrid questa è la pomata giusta per i reumatismi di sua sorella. Lui nella comunità ci sguazza come un salmone, io ho spostato la mia bottega che era troppo centrale, sempre qualcuno che curiosava il mio lavoro attraverso i vetri e poca luce lì, tra le vie strette di Ostersund. Come sono rimasto vedovo ho trasferito bottega e casa su questo poggio fuori mano che prende luce tutto il giorno. Anche se adesso è arrivata l’elettricità, ho sistemato il desco che è stato di mio nonno davanti alla finestra e lavoro come lui, alla luce naturale. Amo l’incavo nel legno, il piccolo golfo dove ci sto di misura, con tutti gli strumenti intorno e il lago da guardare quando alzo lo sguardo dal cuoio e le tomaie. E solo a sera accendo la lampada di opale verde che tengo sopra il tavolo, un surrogato utile del sole, specie d’inverno quando il buio diventa soffocante presto. Alle mie spalle la stanza è occupata da una piccola montagna di scarpe vecchie. Non butto via niente che c’è sempre qualcosa da recuperare, un laccio, una fibbia a cui dare nuova vita. In questo secolo agli inizi che dicono sia l’ultimo, tutti sono proiettati avanti in una frenesia da charleston, quella musica che arriva sino a qui dai solchi misteriosi di un grammofono. Io non potrei fare a meno della piccola montagna, mi volto indietro e attingo, recupero e un po’ rivivo nei pezzi che riciclo. E avanti guardo solo il lago, e quel cavallo che a sera si spinge a riva a bere. Lo vedo in controluce, un profilo incolore, sta qualche minuto fermo, poi si china sull’acqua e beve con lentezza. Forse non è sempre il medesimo animale, magari da una volta all’altra cambia il manto o la criniera, se ci badassi noterei le differenze, ma non voglio, per me quello è il mio cavallo a sera. Come le donne che d’estate ballano qua sotto, sul palco in legno grande come un ring da pugilato che erigono vicino all’albero di maggio, a festeggiare la fine dell’inverno. Sento la musica, spengo la luce e spalanco la finestra. I ragazzi col gilet e i calzettoni bianchi e loro con le gonne in panno giallo, le scarpe con le fibbie che tintinnano nei passi della danza. Ne scelgo sempre una, i capelli biondi racchiusi dalla cuffia, il busto eretto, le mani sopra i fianchi, i denti che sorridono alla luce delle fiaccole. Non è mai la stessa donna? Non lo so, non voglio saperlo, per me è la mia donna al ballo. La guardo affascinato dai sorrisi e dal velo di malinconia che a tratti le passa sugli occhi, la guardo e poi riprendo a lavorare, picchiettando chiodi sottili nella suola al ritmo della danza.

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2 Risposte to “la bottega di Bijorn”

  1. giuliagunda 23 gennaio 2015 a 00:49 #

    Lo invidio. Ha trovato il suo posto, un rifugio tranquillo dove stare in pace e da dove osservare il mondo, quel poco di mondo che gli basta per tener viva l’immaginazione, e così proteggere la poesia della vita.
    Sai, ml, anche il tuo blog è un piccolo mondo, anzi una piccola (grande) finestra (e mi viene in mente quella di legno che hai comprato di recente a Torino) che sa affacciarsi su mille mondi diversi, mondi che mutano, si ampliano e si restringono, si colorano e si scolorano, a seconda dell’umore e della qualità del sentire (sia di chi scrive sia di chi legge).
    In ogni caso, io più ti leggo più mi arricchisco, quindi grazie.

    Simpatica l’idea di sparire nel fumo della pipa 🙂
    (E foto suggestiva)

    G.

    • massimolegnani 24 gennaio 2015 a 01:09 #

      come sai legare tutto, G., come tu avessi un filo rosso con cui cuci le emozioni della lettura del momento, i rimandi ad altre, la memoria di una finestrella, il mio occhio che osserva il mondo, tutto legato stretto dalla tua sensibilità di lettrice.
      ml
      (riconoscente)

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