chiamami Gio’

31 Gen

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Ricordo il matrimonio di Aldo e Lella, un agriturismo affittato solo per noi, tanti amici, memorabile baldoria, calura, cibo e un poco d’erba. Per ore mi ero goduto l’euforia, quello stare inconsueto sopra le righe senza timore di caderne. Poi, improvvisa, mi era venuta fame d’aria e sete di quiete. Avevo mollato la compagnia dopo aver passato la misura, non che fossi ubriaco o fatto, piuttosto ero stordito.  Così, lasciato il ristorante disperso tra le colline, mi ero incamminato senza meta per un viottolo di campagna. Anziché sentirmi meglio lontano dal frastuono, provavo la brutta sensazione di allontanarmi anche da me stesso. Mi sentivo come fuori di me, sostituito da un tarlo che mi rosicchiava l’allegria.

Ai margini di un campo mi sistemai all’ombra di una quercia e mi addormentai. Sonno confuso, privo dei bei sogni che si vivono come si fosse al cinema, e ricco invece di un disagio agitato, come dal dentista. Non so quanto dormii, mi svegliai più frastornato di prima. Non avevo idea di che ore fossero e faticai a capire dove mi trovassi.

Mi misi in piedi barcollando e mi guardai intorno: davanti a me un campo immenso, forse di segale o comunque di un cereale dalle belle spighe brune. Seguiva l’ondulazione delle colline e si perdeva oltre l’orizzonte dove il sole basso era pallido, uno strano alone biancastro pareva inghiottirlo. Era il tramonto o albeggiava? Mah, troppo stordito per indovinarlo, non sapevo nemmeno dire se avessi lo sguardo rivolto a occidente o a oriente e questo mi dava un senso di squilibrio, come se qualcosa si fosse inclinata e rotolasse dentro di me. Ma in fondo non m’importava granchè, avevo appena notato a una certa distanza una figura che si muoveva tra le spighe e tutta la mia attenzione si andava concentrando su questa.

Una ragazza elegante, non certo una contadina, forse un’altra partecipante alla festa di nozze, ma una così non mi sarebbe passata inosservata.

Indossava un abito bianco che la rendeva diafana.

Entrai nel campo tenendo una mano a visiera sulla fronte per non perderla di vista in quel controluce abbagliante. Si doveva essere accorta di essere osservata perché ogni tanto si voltava nella mia direzione e sorrideva. Aveva qualcosa di familiare, mescolato a un che di misterioso. M’incuriosiva il suo modo tranquillo di galleggiare, più che nuotare, in quel campo enorme come un mare. Non capivo che cosa ci facesse lì, ma percepivo chiaramente l’allegra futilità dei suoi gesti. Spalancava le braccia come a provare un volo, si chinava a raccogliere i fiordalisi, compiva un semicerchio esatto con un braccio, come a carezzar le spighe o ad imitare una mietitura con la falce. Poi si fermava rivolta in uno slancio al sole, come gli si offrisse. In ogni azione vedevo la sua presunzione, forse corretta, di possedere tutto il tempo del mondo e di poterlo scialacquare in tanti gesti senza scopo ma nobilitati da una grazia commovente.

Dovevo raggiungerla.

Per quanto camminassi spedito e lei apparentemente si muovesse con una lentezza distratta, non riuscivo ad avvicinarla.

La chiamai, si voltò facendo ondeggiare i capelli da cui filtrava la luce del sole. Ancora il sorriso e una specie di gioia nello sguardo. Mi misi a correre in quell’estensione senza fine e a tratti le gridavo Ehi! Ehiii! Aspettami. Mi fece un cenno di saluto sventolando un mazzetto di fiori di campo azzurri e rossi, poi riprese a camminare verso l’orizzonte.

Io, una corsa sempre più trafelata, lei, un passo morbido di nessuna fretta, eppure la distanza tra noi restava più o meno inalterata. Inciampai in una zolla e franai fra gli steli, avrei voluto piangere di rabbia. Mi rialzai sconsolato, sicuro che fosse ormai lontana e invece me la ritrovai vicina, ci separavano solo pochi metri. Nonostante la maggiore vicinanza i suoi lineamenti erano come sfocati e sembrava quasi che il sole le attraversasse non solo il vestito ma in qualche modo anche il corpo. Non m’interrogai su queste stranezze, era troppo l’impellenza di sapere chi fosse e poi raggiungerla era diventato un imperativo assoluto.

Mi fermai un istante per rivolgerle la domanda fondamentale, chi sei?

Questa volta non si voltò e probabilmente non sorrise.

Chiamami gio’, mi gridò con una voce cristallina che mi parve riconoscere.

Il tempo di riflettere sul nome, Joe? Giovanna? Gioia? , e di scartare d’istinto tutte le ipotesi che andavo formulando, e lei era di nuovo a una distanza smisurata.

Ehi, gridai indispettito con le mani a cono sulla bocca. Ripresi a correre.

Avevo nel fiato l’affanno della corsa e in testa un altro affanno, quello che ti prende quando, per quanto tu faccia,  ti rendi conto che qualcosa a cui tieni, una farfalla, una promozione, un amore, ti sta sfuggendo inesorabilmente di mano.

Si girò ancora una volta con la pazienza che si dedica di solito ai bambini ostinati e mi fece un ampio cenno di saluto. Ma questa volta, più che un saluto era un addio, definitivo, lo capii immediatamente, prima ancora che il gesto della mano fosse concluso.

Rinunciai a rincorrerla e stetti lì a guardarla, l’abito bianco trafitto dalla luce, i capelli che svolazzavano nell’aria, la figura piena di grazia che a poco a poco svaniva all’orizzonte.

Gio’ senza alcuna fretta sparì rapidamente alla mia vista.

Il sole nel frattempo, anch’esso incerto se fosse ora di far notte o di dar la sveglia al mondo, era rimasto qualche minuto immobile appena sopra l’orizzonte. Poi riprese il suo movimento naturale, non saprei dire se a salire o a scendere, forse entrambi.

Ricordo il matrimonio di Aldo e Lella, giornata memorabile, la Giovinezza mi svaporò allora, assieme alla ragazza di campo.

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8 Risposte to “chiamami Gio’”

  1. tramedipensieri 31 gennaio 2015 a 16:40 #

    Oh…..che desideri_o!

    • massimolegnani 1 febbraio 2015 a 17:42 #

      …irrealizzabile quell’inseguire la giovinezza.
      ciao .marta
      ml

  2. tuttotace 31 gennaio 2015 a 20:27 #

    Massimo, io adoro il tuo modo di raccontare. Che sia vita vissuta dal vero o solo da te.

  3. Lisa Agosti 31 gennaio 2015 a 21:21 #

    è incredibile come riesci a rendere magico un momento così reale, non riesco mai a capire se romanzi la realtà o se “quotidianizzi” la fantasia 🙂

    • massimolegnani 1 febbraio 2015 a 18:50 #

      faccio tutte e due, contemporaneamente
      e dopo non distinguo una dall’altra 🙂
      ciao Lisa
      un abbraccio
      ml

  4. stella scadente 1 febbraio 2015 a 00:55 #

    Ma che bel racconto! Sei uno dei pochi che riesce a tenermi aggrappata dall’inizio alla fine, sai?

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