osteria dell’odio e dell’amore

21 Feb
photo by c.calati

photo by c.calati

 

 

Non ero in vena di socializzare, forse avrei dovuto comprare la bottiglia e portarmela a casa. Invece ero rimasto lì a far macerare i pensieri nel vino e come unica difesa dal mondo che mi arrembava intorno avevo rivolto la sedia in paglia verso il muro. Le mie spalle ad arginare voci, risa, scalpiccii, e soprattutto facce a cui dover rispondere.

Mi versavo con metodo un bicchiere dietro l’altro di un vino nero e denso che mi bruciava dentro senza attenuare il mio malessere. Era finita, finalmente. Una liberazione che però non mi aveva reso libero ma vuoto d’amore e pieno d’odio.

Tenevo gli occhi fissi sul bicchiere e, sebbene davanti a me avessi solo un muro, avevo la fastidiosa sensazione di essere spiato, pensavo ai miei fantasmi, che mi stessero braccando pure in mezzo al vino. Poi provai ad alzare lo sguardo sulla parete scrostata e capii: appeso c’era un quadro a specchio con la pubblicità di un vermouth, roba vecchia di un secolo o roba recente che si fingeva vecchia. Roba pacchiana in ogni caso, ma che rifletteva un volto di donna. Doveva essere seduta da qualche parte, più o meno alle mie spalle. Era un viso allegro, anzi era solo parte di un viso, uno spaccato verticale di circa mezza faccia, la rimanente coperta dalla decalcomania pubblicitaria. L’occhio, l’unico che vedevo, era radioso e fisso su di me e quel poco di bocca che mi era concessa sembrava sorridere. La guardai con rabbia, perchè sorridermi quando ero incazzato nero? Riuscii a farle abbassare lo sguardo o meglio lo distolse di lato, forse verso i suoi amici che sentivo vociare chiassosi. A quella rapida rinuncia mi imbufalii, avevo una tale scorta d’odio che non mi sembrava vero poterla riversare su qualcuno, stronza, sono stato il diversivo di un momento alle fesserie che giravano al tuo tavolo. Stronza, ti credevo coraggiosa, pensavo che avresti sostenuto il mio sguardo cattivo, invece sei volata subito via, bambina spaventata dall’uomo nero.

Ma quando per curiosità alzai la testa sullo specchio lei era di nuovo lì e questa volta il suo occhio era sicuro, nessuna intenzione di scappare. E nessun sorriso. Così va meglio, piccola, questo bicchiere lo bevo alla tua salute.

Nel vetro compare il profilo maschile di qualcuno che le parla allegramente nell’orecchio, lei non muta espressione e mantiene lo sguardo dritto davanti a sè, come non l’avesse sentito. Quello insiste e allora la ragazza si gira nella sua direzione gli risponde brevemente non so cosa, accennando un sorriso di circostanza, poi coglie l’occasione per lanciare qualche parola anche agli altri del gruppo, ride, beve un sorso, sembrerebbe birra svaporata. Una volta rassicurati gli amici del suo esserci con loro, riprende a guardarmi in quel modo indiretto e intenso. Non è facile osservarsi attraverso questo vetro inadeguato, eppure è indubbio che abbiamo stabilito un contatto fatto di minimi cenni e d’incerta sintonia, che non sai se l’altro intenda o sia casuale, ma intanto senza volerlo speri.

Ha appoggiato un mano al mento e si è inclinata un po’ di lato, ora le vedo entrambi gli occhi, chissà se si è spostata per caso o perché la vedessi meglio. Il volto che ora mi è offerto quasi per intero le ha cambiato un poco la fisionomia d’insieme, i lineamenti sono più morbidi, come m’avesse mostrato di sé  una foto in una posa differente. Qualcosa mi si rimescola dentro, forse è il vino, forse i suoi occhi che si sono fatti così seri. Adesso sono io che ogni tanto mi sottraggo, non sono in vena di giocare. Ma ogni volta che sollevo gli occhi, i suoi sono lì che mi aspettano pazienti. Non ammicca, non sorride, eppure non smette di fissarmi. Mi sembra malinconica, non ha l’espressione di una che cerchi intrighi o svaghi. È come se tentasse di adeguarsi con mezzi di fortuna alla mia lunghezza d’onda senza però voler interferire oltre.

Io comunque mi sento irrequieto. Ho bisogno di fumare, o forse di scappare, mi alzo, prendo il cappotto e faccio cenno all’oste che esco per una sigaretta.

È una serata fredda, me ne sto a fumare nella rientranza dell’ingresso del locale, sotto l’insegna che tinge ogni cosa di rosso.

Ho quasi finito la cicca quando la porta scampanella. Non mi volto, non sopporto l’idea d’incrociare qualcuno che non sia lei. Ma è lei. Mi prende sottobraccio, appoggia la testa alla mia spalla, io non posso fare a meno di sorriderle. Anche tu per una sigaretta? le chiedo, lei scuote la testa in un no privo di parole. La guardo con aria interrogativa, si struscia contro la mia manica e mormora, proteggimi. Questa ragazza ha il potere di confondermi, non capisco che cosa intenda, ma ha messo qualcosa di implorante e di così determinato in quell’unica parola che non so far altro che spalancare il cappotto e accoglierla dentro. Lei appoggia una guancia tra il mio petto e il collo. Si stringe a me come fossi davvero il suo rifugio. Le accarezzo i capelli, senza parlare.

Ogni tanto si apre la porta per far entrare o uscire qualcuno, noi non ce ne accorgiamo, restiamo lì abbracciati, come a difenderci l’un l’altra. Non sappiamo i nostri nomi ma è come ci fossimo già raccontati la vita attraverso quegli sguardi rubati allo specchio.

Poi mi viene naturale sollevarle il mento e cercare la sua bocca. È un bacio in altalena, ora morbido ora selvaggio.

Ho pudore a chiederle come si chiami, mi sento goffo e allora taccio. È ancora lei a trovare un modo che non sia piacere, molto lieta. Mi indica un fazzoletto di cielo notturno che si fa largo tra l’insegna rossa e la luce dei lampioni. Osservo le stelle che stentatamente brillano, non ricordavo nemmeno che esistessero. Guarda, mi dice, quella stella porta il mio nome, Cassiopea.

Si allunga, come si arrampicasse su di me, per darmi ancora un bacio. Un sorriso, poi si allontana senza una parola lungo i ciottoli sconnessi, io resto lì ad ascoltarne i passi che poco a poco si spengono nel vicolo. Non le ho detto il mio nome, era troppo banale. Chissà se si ricorderà ugualmente di me, mi chiedo infilando le mani in tasca e stando ancora fuori al freddo per godermi il ricordo del pocotanto che è successo. La risposta inaspettata la trovo quando tasto nella tasca un pezzetto di carta stropicciata che prima di sicuro non c’era.

 

 

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18 Risposte to “osteria dell’odio e dell’amore”

  1. enricogarrou 21 febbraio 2015 a 13:50 #

    Un racconto avvincente, che ti cattura e ti accompagna ad un finale che ti lascia un po perplesso, un finale senza fine. Bellissimo e molto scorrevole nella lettura. Complimenti

    • massimolegnani 21 febbraio 2015 a 19:53 #

      Grazie Enrico.
      La conclusione e’ un ponte sul futuro.
      Ciao,
      ml

  2. tramedipensieri 21 febbraio 2015 a 19:35 #

    …un finale senza fine….come dice Enrico…o un finale rimandato?
    🙂

    ciao
    buon fine settimana
    .marta

    • massimolegnani 21 febbraio 2015 a 19:55 #

      Un finale senza fine, beati loro che proseguiranno (ma io non credo che li seguiro’) 🙂
      Ciao .marta,
      ml

  3. Stefi 21 febbraio 2015 a 23:47 #

    Anche io non ero in vena di socializzare, ma di fronte a tanta delicatezza, mi son lasciata attraversare dal tuo racconto morbido.

    • massimolegnani 22 febbraio 2015 a 02:03 #

      morbido dici, allora significa che sei scesa sotto la crosta dura. bene 🙂

      ciao stefi,
      ml

      • Stefi 22 febbraio 2015 a 18:52 #

        …morbidissimo, ai miei occhi la crosta dura è una barriera di carta velina.

      • massimolegnani 22 febbraio 2015 a 23:20 #

        un sorriso

        Date: Sun, 22 Feb 2015 16:52:18 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  4. intempestivoviandante 22 febbraio 2015 a 12:38 #

    Sì, è duro ma anche delicato e ha qualche cosa di antico.

    • massimolegnani 22 febbraio 2015 a 15:09 #

      Sono d’accordo con te sull’antico. A me scrivendo a un certo punto era venuto in mente l’irascibile Modigliani!
      Ciao 🙂
      ml

  5. rodixidor 22 febbraio 2015 a 18:49 #

    Bello ritrovarti nell’arte del racconto, fra sogno e realtà lungo quel confine dove si fanno indistinti. Bello leggerti.

  6. Lisa Agosti 23 febbraio 2015 a 06:42 #

    Bello il finale, ma non è un finale! Vogliamo il seguito! 🙂

    • massimolegnani 23 febbraio 2015 a 12:53 #

      eheh, a me piace lasciare quest’episodio sospeso, che ognuno s’immagini il seguito che preferisce 🙂
      ciao Lisa,
      ml

  7. Enzo 23 febbraio 2015 a 18:35 #

    Mi è piaciuto molto: in alcune cose mi ci sono ritrovato da uomo a uomo. Fossi in te chiuderei qui. Cassiopea può avere una vicinanza solo con te, per gli altri basta immaginare. Che poi è il fine di ogni scrittura.

    • massimolegnani 23 febbraio 2015 a 20:08 #

      Assolutamente d’accordo con te, non ci deve essere un seguito.
      Quanto a Cassiopea purtroppo la vicinanza e’ solo di fantasia scribacchina 🙂
      ciao Enzo
      ml

  8. giuliagunda 23 febbraio 2015 a 23:18 #

    Racconto suggestivo e accattivante, cattura subito l’attenzione e scorre bene alla lettura, come il vino buono nella gola.
    Mi chiedo se sia voluto il passaggio dal tempo verbale passato a quello presente, dopo che il protagonista finalmente allenta il groviglio di rancori per brindare alla ragazza dello specchio in un gesto d’intesa e gratitudine, come si fosse risvegliato di colpo intravedendo una via di fuga dalla prigione in cui si era spontaneamente rinchiuso. La sedia rivolta contro il muro per non vedere le facce intorno, le spalle ad arginare voci e risa, i pensieri lasciati a macerare nel vino, sono tutte immagini che si adattano perfettamente al carattere e all’umore del personaggio, così come il tono che hai saputo assumere nello scrivere, asciutto e ruvido, è proprio quello giusto per dargli voce (tu, ml, hai il dono di saper cambiare registro all’occorrenza senza per questo perdere la tua identità). M’intenerisce molto la sua fragilità, quell’essere pronto a dileguare le ombre che lo attanagliano dentro lo sguardo di una sconosciuta incrociato allo specchio (e, successivamente, dentro ai suoi baci). Mi piace pensare che una parte di lui, nascosta in qualche luogo inconscio della mente, avesse presagito la possibilità di quell’incontro, dev’essere così, altrimenti la bottiglia l’avrebbe semplicemente portata a casa.
    Cassiopea mi sembra una figura fin troppo eterea (…e poi, dai, che nome!), mi è persino sorto il dubbio che non sia mai esistita, che non sia altro che il frutto della fantasia di lui, ma il foglietto di carta trovato nella tasca mi ha fatto cambiare idea.

    Peccato che, a quanto dici, non ci sarà un seguito.
    Sei un po’ sadico a voler (quasi) sempre lasciare il lettore così, sospeso, in bilico, teso come un elastico, dopo esserti premurato di immergerlo fino al collo in uno dei tuoi mondi “fantastici” costruiti su parole. Crudele (e sempre bravo), ml. 🙂

    Mi è piaciuto molto.

    Un abbraccio,

    G.

    P.S. Caspita, che commento chilometrico! Perdonami.

    • massimolegnani 23 febbraio 2015 a 23:39 #

      no, non ti perdono, il commento è troppo stringato 🙂

      sì, il cambio di tempo è voluto per sottolineare una specie di ritorno alla vita, alla curiosità, alla fame, del protagonista.
      sono d’accordo sul giudizio che dai di lui, burbero e fragile, meno su quello riguardante Cassiopea. non la trovo eterea, piuttosto estremamente concreta, è lei che cattura l’uomo con lo sguardo (a meno che come ipotizzi non sia una creazione della sua mente ubriaca), è lei che ha il coraggio di dirgli quella parola al limite del credibile (proteggimi), è lei che ha sufficiente sensibilità e istinto per cercare un momentaneo rifugio tra le sue braccia e poi sparire, affidando un ipotetico futuro a un foglietto che chissà se lui saprà decifrare.
      E no, una storia così non può avere un seguito nero su bianco, meglio lasciare i due nella penombra.
      ml
      (grazie G, il tuo commento mi è molto piaciuto, naturalmente)

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