a che servono le donne?

3 Mar
photo by c.calati

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Stavamo nell’aula di studio quando entrò il preside seguito da un uomo vestito in borghese e da un bidello che portava un grosso banco. Quelli che dormivano si svegliarono e tutti si alzarono in piedi come colti in pieno lavoro. Cuoredilegno fu l’ultimo ad alzarsi e lo fece con gesti fiacchi, sfrontati, come esigeva il suo ruolo. Lo ammiravo, era un vero capo. Il preside, avvolto nel cappotto di cammello che portava sulle spalle come una toga fino a tarda primavera, gli lanciò uno sguardo di fuoco, ma poi, di fronte alla sua impassibilità, rinunciò a riprenderlo. Si rivolse alla classe con la solita retorica, disciplina studio educazione e blabla e blabla, per annunciarci che avremmo avuto un nuovo compagno. Concluse il pistolotto con uno strano appello alla buona accoglienza e al rispetto per gli altri, chiunque fossero. Nell’intervallo si sparse la voce che sarebbe arrivata una ragazza, la prima mai apparsa nella nostra classe. L’attesa allora si fece febbrile. Ma per quel giorno non comparve nessuno.
Quando il giorno seguente entrammo in aula, lui era già seduto diligentemente al suo posto. Giacca camicia cravatta, noi in maglione, un ciuffo biondo gli cadeva sugli occhi e lui ogni pochi minuti lo ravviava con un movimento delicato della mano. Aveva una carnagione chiara e labbra incredibilmente rosse. Insomma, non era arrivata la prima femmina che tanto aspettavamo, ma poco ci mancava.
Mi voltai verso Cuore sghignazzando. Anche lui stava squadrando il nuovo compagno. Cartina, Pozzo, Scheggia e gli altri gli fecero ala mentre il nostro capo si avvicinava con passi pesanti al fondo dell’aula dove era stato sistemato il banco supplementare. Facemmo silenzio, Cuoredilegno aveva diritto alla prima parola ed era famoso per non sprecarla mai. Non ci deluse:
– Ciao, Biancaneve.
Il nuovo arrivato si alzò in piedi tra uno scroscio di risa. Ricompose ancora una volta il ciuffo e allungando la destra rispose:
– Giorgio, molto lieto.
Cuore guardò schifato la mano che gli veniva tesa e senza stringerla ripetè:
– Ciao, Biancaneve.
Quello inclinò leggermente la testa da un lato inarcando un sopracciglio, come tentasse di comprendere un concetto troppo difficile. Ritirò la mano e prima di sedersi ribadì senza durezza:
– Giorgio.
Dopo quel benvenuto ci sentimmo autorizzati a iniziare scherzi e lazzi. Eravamo pronti ad avventarci su di lui come cani sulla preda, ma giusto in quel momento entrò il professor Scaleni a cui bastò un’occhiata per riportare l’ordine. Il banchetto era sospeso, ma in ogni caso il destino di Biancaneve era segnato. Quanto prima sarebbe diventato lo zimbello della classe.
E così in effetti successe. Ogni giorno erano battute pesanti e tiri mancini a cui Biancaneve reagiva ignorandoli e ignorandoci con incredibile autocontrollo. Bisogna dire che nemmeno col tempo lui modificò i propri atteggiamenti che sapeva avrebbero provocato la nostra reazione: la camminata ondeggiante con cui entrava in classe, il modo affettato con cui apriva la cartella e disponeva libri e quaderni sul banco, la cura esagerata con cui svitava la stilografica e la caricava dal boccetto d’inchiostro senza mai macchiarsi, i gesti vezzosi delle mani a sistemarsi i capelli o carezzarsi una guancia. Forse la sua forma di protesta era proprio quel ribadire ossessivo il proprio comportamento. Al mattino arrivava su una Lambretta sempre tirata a lucido parcheggiandola accanto ai nostri motorini scassati. Già questo faceva di lui un diverso. Quando ci incrociava era il primo a salutare: non usava mai i nomignoli che ci eravamo affibbiati negli anni, ciao Luca, buongiorno Giovanni, come stai Antonio, diceva, e sembrava non ricordare che Luca, Giovanni, Antonio, cioè Cartina, Scheggia e Gas, erano gli stessi che il giorno prima lo avevano sbeffeggiato dopo avergli svitato la candela della lambretta e che anche oggi gliene avrebbero combinata qualcuna.
Con Cuoredilegno il suo comportamento era ancora più eccentrico. Il nostro capo lo trattava come uno schiavetto, Biancaneve vammi a comprare un panino, Biancaneve fammi i compiti per domani e lui eseguiva tutto senza protestare ma con una vaga noncuranza, come fosse una sua cortesia spontanea prendergli da mangiare e fare i compiti al posto suo. Cuore ne fu colpito, come quando si riconosce un merito a un nemico e gli si concede l’onore delle armi. Senza ordinarcelo esplicitamente, ci impedì di insistere nei nostri atteggiamenti di scherno. Naturalmente lui continuava a tiranneggiarlo, ma reagiva con sempre maggior durezza in sua difesa quando qualcuno di noi provava a fare altrettanto.
Nel volgere di pochi mesi solo Cuore lo chiamava ancora Biancaneve e lo umiliava davanti a noi. Era il suo giocattolo con cui noi non potevamo più giocare.
Non capimmo questa decisione, ma i suoi ordini, anche taciti, non si discutevano.
Giorgio, come ora lo chiamavamo, al di là dei saluti formali, aveva legato poco con noi. In classe se ne stava per conto suo, senza partecipare allo scambio di bigliettini e ai bisbigli solidali e al pomeriggio anziché allenarsi con noi a calcio o a rugby preferiva correre da solo. Lo vedevo inanellare giri su giri attorno al campo con la sua falcata leggera e fin troppo elegante. Sembrava non stancarsi mai, ma forse restava tanto a lungo in pista solamente per evitare d’incontrarci negli spogliatoi.
Confesso che mi dispiaceva il suo starsene appartato, ormai avevo superato la fase dello sbeffeggio, vedevo in lui delle doti e avrei voluto recuperarlo al gruppo.
Così un giorno sono tornato al campo, poco dopo la fine dell’allenamento, con l’intenzione di parlargli. La sua Lambretta era ancora lì. Lo stanzone dello spogliatoio era deserto. Sulla panca i suoi vestiti piegati con cura, ma anche altri buttati alla rinfusa che non tardai a riconoscere. Stavo per andarmene quando fui preso dalla curiosità e guardai dall’oblò delle docce. Il locale era immerso nel vapore come se l’acqua calda scorresse da lungo tempo e dovetti abituare gli occhi a quella strana atmosfera prima di riuscire a vedere.
Giorgio mi dava la schiena, in una posa che mi ricordava la conta fino a cento quando da bambini si giocava a nascondino: le braccia erano alzate e piegate sulle piastrelle, e la testa quasi nascosta era appoggiata alle braccia.
Il suo corpo longilineo, reso lucido dall’acqua, contrastava con quello massiccio di Cuoredilegno. La grazia e la forza, pensai, prima ancora di comprendere cosa stessero facendo.
Cuore insaponava Biancaneve con gesti ruvidi, ora febbrili, ora più lenti. Le sue mani sembravano esplorare con coraggio un territorio sconosciuto, la pelle levigata, incredibilmente bianca, dell’amico. Giorgio aveva movimenti quasi impercettibili, piccoli spostamenti del bacino, un lieve inarcarsi della schiena, ad accogliere più che ad evitare la carezza insaponata. Non so quanto durò quella scena, l’acqua lavava via le tracce di sapone e allora Cuore tornava cocciutamente dove era già passato, in una gara che sembrava non avere fine. La fine la decise Giorgio: fece scivolare una mano lungo il corpo e la protese lenta e inesorabile come un serpente verso l’altro corpo. Cuore rimase immobile, teso, mentre la mano lo cercava. Lasciò che l’afferrasse e lo guidasse sicura dentro di sé.
Ora i due corpi erano avvinghiati, le mani intrecciate alle piastrelle, la grazia e la forza fuse insieme, io scosso dall’emozione. A che servono le donne?, ricordo che pensai, le donne così difficili da raggiungere e in fondo così inutili. Era una perfezione sconosciuta quella che avevo davanti agli occhi, la parità dei gesti, le spinte e l’accoglienza, il dare e l’avere in equilibrio, la completezza rivelata del nostro corpo.
Mi staccai a fatica dall’oblò e mi lasciai cadere eccitato sulla panca. Avessi avuto più coraggio mi sarei unito a loro. Ma ancora non mi sentivo pronto. Prima di andarmene diedi ancora un’occhiata. Giorgio era appoggiato di spalle alla parete, aveva gli occhi chiusi. Cuoredilegno, inginocchiato davanti a lui, ciondolava ritmicamente la testa, nascondendo alla mia vista il sesso di Giorgio.
A che servono le donne?

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18 Risposte to “a che servono le donne?”

  1. rodixidor 3 marzo 2015 a 12:17 #

    spregiudicato il titolo

    • massimolegnani 3 marzo 2015 a 23:47 #

      nell’ottica dei personaggi viene da chiederselo, a cosa servano 🙂
      ciao rodix
      ml

  2. tramedipensieri 3 marzo 2015 a 12:48 #

    Già, a che servono?

  3. ogginientedinuovo 4 marzo 2015 a 10:12 #

    A che servono gli uomini?!
    E l’amore che serve, o no?! 😉
    Scrivi in modo emozionante, grazie.

  4. massimolegnani 4 marzo 2015 a 11:05 #

    grazie “oggi” (e anche domani)
    certo che in prossimità dell’otto marzo questo brano può sembrare provocatorio nei confronti delle donne. Ma non lo è 🙂
    ml

  5. unsassoverticale 4 marzo 2015 a 12:25 #

    Mi piace soprattutto la tenacia delicata di Giorgio nel rimanere se stesso, che è poi quella che fa diventare se stessi anche tutti gli altri. Bello.

    • massimolegnani 4 marzo 2015 a 12:51 #

      hai colpito nel segno!
      Giorgio è l’elemento positivo, l’eroe che non si sottomette, non modifica se stesso e col suo comportamento rettilineo finisce col condizionare gli altri,
      grazie per il tuo intervento.. “mirato” 🙂
      ml

  6. Minu 4 marzo 2015 a 12:39 #

    mmmmh, non so se ho colto. non credo sia questione di uomini o donne, maschio o femmina, l’amore è amore.Punto. Ma in questo brano ho paura di cogliere una sottile violenza prima psicologica che ( forse) sfocia in quella fisica…ma non so potrei sbagliarmi.

    • massimolegnani 4 marzo 2015 a 12:56 #

      Sì e no, Minu.
      Hai ragione nel dire che non è questione di genere ma di amore (o meglio di attrazione fisica).
      Non sono d’accordo quando vedi violenza fisica. L’unica violenza è quella psicologica del branco che come nota “unsassoverticale” non piega il ragazzo. Giorgio sotto la doccia non viene forzato, semmai è lui a irretire “cuoredilegno”

      un abbraccio,
      ml

  7. aliota 4 marzo 2015 a 23:08 #

    c’è qualcosa in questo rapporto che conferma le mie teorie…
    🙂 ciao doc

  8. giuliagunda 19 marzo 2015 a 15:11 #

    Audace ma delicato, pienamente nel tuo stile. Mi riporta inevitabilmente a un altro tuo racconto (non ricordo il titolo, forse “un insolito trio”?), c’è la stessa curiosità candida e l’impulso a “partecipare” a un atto d’amore diverso rispetto a quello a cui il protagonista è abituato. Finale e titolo sono decisamente provocatori, ma anche perfettamente in linea con l’atmosfera del brano, quindi per niente offensivi. 🙂 Ammiro Giorgio, intelligente, sicuro e gentile, magnifico quel ribellarsi non ribellandosi, anzi ostentando ciò che fieramente è, cioè delicatezza di modi, grazia, cura ed eleganza. Provo antipatia per lo spirito del gregge, tipico dei ragazzini di quell’età, l’obbedire ciecamente a un capo assecondando ogni sua iniziativa nel bene e nel male, l’emarginazione del diverso, e tutto quello che ne consegue. Hai saputo trasmettere tutto questo per poi riscattare agli occhi del lettore il protagonista (e, forse, anche il capo) con un finale a sorpresa.
    Sempre bravo ml 🙂

    G.

    • massimolegnani 19 marzo 2015 a 15:25 #

      Giusto il tuo richiamo a trio, non ci avevo pensato!
      perfetta la tua analisi, non saprei cosa aggiungere se non che i tuoi commenti mi sono preziosi.
      Grazie G.
      ml

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