il dottor massimo e il signor Camillo

18 Apr

giardino in autunno

“…e come grandine d’agosto 
in un tempo che avresti detto quieto
arriva il giorno del confronto
Credi sia estraneo chi ti sta davanti
ed è il te stesso che evitavi nello specchio”

– Massimo, hanno chiamato per un cesareo. Io sto per smontare, non ho voglia di cambiarmi e ricambiarmi. Andresti tu?
– Non c’è problema, finisco qui e scendo.
Chissà perchè tanti miei colleghi non amano la sala operatoria! A me piace scendere nel cuore pulsante dell’ospedale, il luogo sacro, inaccessibile. Qui non è il sole a scandire le ore, ma il ritmo delle luci, che in piena notte ci può essere la frenesia di un giorno di mercato fuori, gente che smadonna e che sorride, ti sembra confusione ma ognuno conosce il suo da fare. 
Ecco, ora mi cambio da capo a piedi ed è già questo un segno. Ci si veste tutti uguali, casacca e pantaloni verde scuro, tutti uguali, eppure ognuno ha un tocco suo; una bandana, le Adidas al posto degli zoccoli, un fazzoletto legato al collo. Io, le bretelle rosse. Ci si barda, la cuffia, la mascherina, gli occhiali antischizzo, gli zoccoli da sala, solenni come toreri pronti a entrare nell’arena, a prendere il toro per le corna. Un cenno di saluto, ehi massimo, ciao Lucia, ola Riccardo, e sento di appartenere a una piccola perfezione, un meccanismo che gira sempre e gira bene. Ripenso a quel mulino a vento visitato da bambino, cunei, pulegge, ruote, incastri, e lo stupore nel vedere che ad ogni pezzo corrispondeva una funzione, ma solo insieme facevano farina. Il mio pezzo è l’isola neonatale, appena fuori dalla sala. Quando scorre la porta con quel suono da allarme rosso e ti scaricano il fagotto sanguinante, tutto si decide in pochi istanti. E sono gesti armonici e febbrili, ciascuno sa che strada prendere, routine od emergenza, lo stesso passo svelto e cadenzato. Non esiste la possibilità che vada male, è il tuo momento della verità e sarai perfetto, lo sai, perchè fuori puoi anche essere una mezzasega, ma qui sei Dio. In sala ciascuno è Dio, per un istante almeno, dal grande chirurgo alla donna che tira lo spazzolone vestita da astronauta.
– Ciao Massimo, c’è da aspettare per il cesareo, le sale sono tutte occupate.
– Poco male, Lorella. Ne approfitto per farmi un giretto qui intorno. Chiamami quando iniziano.
Mi piace aggirarmi per i locali, osservare i preparativi all’intervento e i momenti di rilassamento tra un intervento e l’altro.
Mi piace…è stato allora che l’ho visto. Era lì, davanti alla Sala 2, disteso sulla barella a fissare il soffitto, il profilo affilato, il colorito pallido. Lo avevo già intravisto mentre lo scaricavano dal “passavivande”, lo scivolo attraverso il quale si trasbordano i pazienti. Sembrava un fachiro, non tanto per l’aspetto magro, quanto per l’atteggiamento distaccato, come se cercasse attraverso l’isolamento la determinazione per affrontare l’intervento. Di solito non bado ai pazienti parcheggiati fuori dalle sale, m’infastidisce la loro angoscia, ma quest’uomo era diverso, non gli leggevo la paura cucita stretta. E poi mi ero accorto subito che fisicamente mi assomigliava. Certo avrà avuto una ventina d’anni più di me, ma la fronte, se corrugavo la mia, era identica, e il naso e la barba curata, bianca la sua, ancora rossiccia la mia, uguali, così la magrezza delle spalle che sbucavano dal telo. Era come guardarsi nello specchio del futuro. Il mio stesso modo di arricciare le narici nei momenti di tensione. Cristo, che effetto! Per fortuna la mascherina e il resto impedivano che anche lui potesse notare la somiglianza. Sarebbe stato imbarazzante.
– Buongiorno, di che cosa deve essere operato?
Volse appena gli occhi, occhi miopi di certo, che nemmeno tentarono di mettermi a fuoco, ma pure mi inchiodarono.
– Non sa chiedere altro, vero? Io sono un aspetto tecnico, un intervento, una parte difettosa da correggere!
– Mi scusi, non capisco.
– Mi chiamo Camillo, ho sessant’anni e passa, adoro Haendel e mi piace scolpire il legno. Là fuori ho lasciato affetti ed emozioni. Di questo dovrebbe interessarsi, se proprio mi vuole chiedere qualcosa.
– Via signor Camillo, non volevo offenderla. Era un attaccare discorso, nel caso sentisse la paura prima dell’intervento.
– Sa che cosa mi spaventa qua dentro? L’efficientismo senz’anima, la professionalità senza calore. E come vuole che mi difenda da questa aridità? Mi attacco a qualche brandello di voce umana, non certo la sua, a qualche accenno di sorriso che so dietro la maschera. Sollevò il capo, come si fosse accorto che mancava qualcuno.

– Dov’è andata Antonella?
– Chi? La tecnica di sala? Eh, l’Antonella non perde occasione per una sveltina. E con chi capita, capita, inteso il tipo?
– Lei è un idiota. Non so se lei è un dottore, ma, nel caso, mi auguro che non sia lei ad operarmi. Un idiota, sì, un grandissimo idiota.
Mi sentii gelare. Un altro lo avrei mandato a stendere senza tanti complimenti e peggio per lui se arrivava agitato all’intervento. Ma quest’uomo, la mia copia venuta dal futuro, come potevo? Una vertigine. Essere dall’altra parte. Non ci avevo mai pensato. Non ci avevo mai pensato a chi era dall’altra parte. Io, dall’altra parte.
Camillo sembrava essersi dimenticato di me, lo sguardo di nuovo al soffitto. Io invece lo fissavo, come volessi scavarlo dentro, rifugiarmi in lui, fondermi, no, non fondermi, confondermi con lui…
Dio, quest’attesa è snervante. E quest’ambiente è gelido. Per fortuna prima c’era Antonella. “Qui è freddo, le ho portano dei telini caldi per coprirla, signor…?” le dissi il mio nome e forse la ringraziai. “Ora faccia il pugno, signor Camillo, le devo prendere una vena, ma lei non ha paura, vero?” Scossi la testa. Aveva voce tranquilla e occhi, l’unica cosa che potevo vedere, occhi colore della terra dopo la pioggia. “Come ti chiami, bambina?” La capii ridere sotto la maschera, mentre mi diceva il suo nome. “Perchè ride, Antonella?” Per come mi ha chiamata”, mi ha risposto in un soffio. Ho alzato un braccio, un accenno di carezza. “Come ricevuta, ma adesso stia bravo, Camillo.” Sorrideva di occhi e sotto il guanto la mano sul mio braccio era calda. Brava bambina le dissi o forse solo lo pensai. “Tra poco verrà il medico per l’anestesia spinale. L’aiuterò a mettersi seduto, con le braccia ai miei fianchi e la fronte sulla mia spalla. È dolorosa, ma deve stare fermo, d’accordo?” Sì, d’accordo. Ed è arrivato l’anestesista. Seduto sul lettino ho cercato di dimenticare la mia condizione, piuttosto umiliante, una cuffia in testa ed un telo verde a non lasciarmi del tutto nudo. Ho appoggiato la testa su Antonella, le ho cinto i fianchi mentre lei mi teneva ferme le spalle. Sentivo l’odore della sua pelle, la annusavo come un cane, bambina che buon profumo la tua pelle, un pensiero morto prima delle labbra. “Fermo ora, stringimi se vuoi, ma non ti muovere.” Non mi sono mosso, la stringevo, mi abbracciava. Sono sicuro di aver sentito le punte del suo seno contro il mio torace e poi come una fitta tra le cosce, ma quella forse è stata una reazione all’ago che entrava nella schiena. Mi ha aiutato a stendermi di nuovo sul lettino. “Bravo Camillo. Ora vado, torno quando ti portano in sala.” Mi ha passato la mano guantata sulla fronte. Ciao, bambina.
Subito è arrivato un torpore strano dalla vita in giù, una paralisi che sale, come un anticipo di morte. Adesso aspetto che mi portino dentro. Sta tornando il freddo senza i panni caldi di Antonella. Antonella! Spero che non si stia divertendo, come ha detto quest’idiota. Vorrei che a modo suo rubasse un po’ di calore per sè, come ne ha regalato a me. E poi torni, che io veda il suo sorriso sotto la maschera mentre mi tagliano. E vada come vada.
– Massimo, ehi Massimo! È mezz’ora che ti chiamo, sei sordo? Sbrigati che sta per nascere.
Guardo l’infermiera senza capire. Farfuglio qualcosa e la seguo come un automa. Mi sento strano, invecchiato di vent’anni.

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24 Risposte to “il dottor massimo e il signor Camillo”

  1. tachimio 18 aprile 2015 a 11:34 #

    Hai una capacità nel coinvolgere chi legge che davvero i complimenti sono d’uopo. Ho vissuto esperienze di sala operatoria e ricordo bene il momento dell’anestesia ad esempio e soprattutto il gelo avvertito. Nel momento dell’operazione mi dovettero coprire con una cosa gonfiabile ( mi pare ) per tenermi al caldo perchè soffro d’ipotermia. Se penso che dovrei ancora fare l’altro piede ( alluce valgo) sento già il freddo di nuovo . Buon week end caro Massimo. Isabella

    • massimolegnani 18 aprile 2015 a 15:59 #

      era un manicotto di aria calda collegato a una stufetta :-). in effetti in sala è freddo, specie se sei steso a farti tagliuzzare 🙂
      grazie Isabella e auguri per il secondo alluce.
      ml

  2. elenagozzer 18 aprile 2015 a 11:36 #

    Ecco, questo è un pezzo che coinvolge e conquista. Grazie.

    • massimolegnani 18 aprile 2015 a 16:00 #

      sono io a ringraziare te per l’apprezzamento.
      benvenuta Elena,
      ml

  3. giuliagunda 18 aprile 2015 a 11:51 #

    Racconto straniante e coinvolgente, scritto benissimo com’è tuo solito.
    Molto dolce Camillo, meno massimo, eppure sono le due facce di una stessa medaglia (o meglio, sono proprio la stessa faccia). 🙂
    Sono certa che il dottore, dopo questo incontro, sia diventato un poco più Camillo, e, dunque, un poco più se stesso. Non dovremmo mai smettere di scavarci dentro, senza dimenticare di tanto in tanto di sbirciare fuori.
    Buona giornata, ml

    G.

    • massimolegnani 18 aprile 2015 a 16:05 #

      vero, non molto simpatico qui massimo, ma è la parte un po’ forzata che gli ho dato, tutto tecnica e poco cuore (in effetti lui non è proprio così, sai?). E sono d’accordo con te, guardarsi dentro ma anche sbirciar(si) da fuori.
      Grazie G, un abbraccio
      ml

  4. sguardiepercorsi 18 aprile 2015 a 14:43 #

    Davvero toccante…

  5. roceresale 18 aprile 2015 a 15:50 #

    Mentre leggevo, riga dopo riga, li rivedevo, le uniformi uguali ma qualcosa a farsi riconoscere. E poi il passavivande, le battute sul “lei ormai fa da sola”. La vostra umanità, anche se non potete sempre riconoscerci. La paura frenata nell’ironia, e i risvegli. Non pensare che io sia matta, ma quei risvegli drogati quasi mi piacevano.

    • massimolegnani 18 aprile 2015 a 16:07 #

      no, no, non sei matta, è un riaffiorare euforico e stordito della coscienza, uno straniamento assai piacevole 🙂
      felice della condivisione
      ciao,
      ml

  6. tramedipensieri 18 aprile 2015 a 22:12 #

    “Sa che cosa mi spaventa qua dentro? L’efficientismo senz’anima, la professionalità senza calore. E come vuole che mi difenda da questa aridità?”

    davvero notevole questo passaggio…..

    complimenti Massimo
    🙂

  7. Lisa Agosti 19 aprile 2015 a 03:42 #

    Sono senza parole… questo racconto mi ha emozionato e imbarazzato, sono diventata Massimo per qualche minuto. Davvero un’opera d’arte, complimenti.

    • massimolegnani 19 aprile 2015 a 10:36 #

      Lisa, sei davvero gentile.
      provare a stare sull’altra sponda da sè, un’esperienza da condividere.
      un abbraccio
      ml

  8. Stefi 19 aprile 2015 a 14:03 #

    …a proposito di specchi, di incroci, di riscontri.
    Letto col cuore.
    S.

    • massimolegnani 19 aprile 2015 a 15:38 #

      raccontiamo cose diverse eppure sono gli stessi specchi, i medesimi riscontri. E a proposito di incroci, incrociamo le dita di qui a poche ore (per me sarà stasera in differita) 🙂
      grazie S., ciao
      ml

  9. Prishilla 20 aprile 2015 a 10:49 #

    E’ così che il dottor Massimo ha incontrato il signor Camillo? Che incontro memorabile, non può che essere degno precursore di altre incursioni – o sbirciate – nello specchio… 😉
    Prish
    (che, peraltro, è passata qualche volta nel passavivande e ha molto apprezzato queste pennellate di corridoi…)

    • massimolegnani 20 aprile 2015 a 13:03 #

      Si’, li ho fatti incontrare li’, incontro apparentemente burrascoso, ma poi forse si sono compresi 🙂
      Ciao Prish
      un sorriso
      ml

  10. silvia 21 aprile 2015 a 16:34 #

    sei un chirurgo?

  11. rodixidor 22 aprile 2015 a 17:12 #

    In un mondo regolato dai meccanismi sincroni come in un mulino a vento (bella la similitudine) Antonella è il vento, il calore umano di cui necessitiamo in quel mondo dove qualcuno rischia di sentirsi Dio. Bello, ben bilanciato tra pensieri, descrizione, viaggio nel tempo, la seduzione.

    • massimolegnani 22 aprile 2015 a 18:04 #

      apprezzo molto il completamento che hai fatto della metafora: sì, Antonella è il vento, necessario a far girare il mulino della vita.
      grazie
      ciao rodix,
      ml

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