in paese *

22 Apr
by c.calati

by c.calati

 

 

Quando la sua famiglia andò in fumo, fu Dario a rimanere con il cerino in mano e non ebbe la prontezza di spegnerlo.

Ad uno ad uno se n’erano andati tutti, per prima la sorella che aveva sfornato un figlio a quindici anni con la noncuranza di una gatta selvatica. Poi era stato il nonno, che era finito sotto terra forse perché non sapeva dove altro andare, lui l’unico che la terra l’aveva sempre faticata e ora di terra non ne aveva più da maledire. Carattere ringhioso il nonno, qualcuno che aveva letto Pavese lo aveva ribattezzato Vallino, per somiglianza con le rabbie disperate del contadino langarolo. La madre, mezza pazza ma con brevi impennate da gran dama, era scappata in fretta e furia con un ricco commerciante di bestiame, prima che questi s’accorgesse della sua reale pochezza. Il padre, che da sempre andava e veniva, fu l’ultimo a sparire definitivamente, dicono in galera, per altri a proseguire traffici sporchi in qualche paradiso.

Insomma, a vent’anni Dario si ritrovò solo in una casa troppo grande e malandata.

E fu una rapida discesa all’inferno.

Era un bel ragazzo, occhi chiari e corpo robusto, ma aveva una risata sciocca che tirava fuori a sproposito e tu capivi che c’era del marcio in quella testa.

Iniziò a disfarsi delle cose di casa con una modalità particolare e secondo un criterio davvero imperscrutabile. A sera, indossando una pelliccia della mamma ciabattava per la via trascinando un carrettino sbilenco come fosse il suo cane malconcio. Arrivava fino al ponte sul canale dove buttava di tutto, dalla lavatrice a un cappello del nonno, una bilancia quasi nuova, pochi libri che in famiglia nessuno aveva letto. Buttava di tutto ma non tutto, qualche oggetto, un tubetto di dentifricio, un quadro, un ombrello, lo riportava indietro per il sopravvento di un’improvvisa grazia, come in Texas nel braccio della morte. Sulla via del ritorno spaccava sistematicamente lo specchietto esterno delle automobili parcheggiate e per ogni specchietto una risata folle, specie se qualcuno s’affacciava a protestare. Di notte una musica a tutto volume, indifferentemente lirica o hard rock, copriva i tonfi di altre suppellettili che volavano nel giardino del vicino o direttamente in strada, a seconda della finestra scelta per sbarazzarsi di cose che non riteneva degne del canale.

Al mattino quando la casa era silenzio, la gente andava in pellegrinaggio a fare un inventario della notte: tegole rotte, dischi in vinile, qualche cd ancora sigillato, che i più scaltri si portavano via, una scrivania, distrutta nella caduta, che il ragazzo avrebbe potuto rivendere a un rigattiere con un minimo guadagno, se solo ci avesse pensato. Una ruota, finita vicino al lavatoio pubblico, per alcuni rientrava nel cumulo di cose di cui si era disfatto, ma non tutti erano d’accordo.

Quando, per due giorni di fila, Dario non fece la sua passeggiata serale e di notte la musica non squarciò le tenebre, tutti, al chiuso delle loro case e delle loro teste, immaginarono bene che cosa fosse successo, ma nessuno si mosse. Solo al terzo giorno qualcuno avvisò i carabinieri.

In una stanza spoglia il corpo pendeva da una trave. Nessuna lettera d’addio. Ma d’altronde Dario a chi avrebbe potuto dire addio?

 

* il brano ha partecipato al torneo di scrittura su mimettoingioco.wordpress.com

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18 Risposte to “in paese *”

  1. Marcello Trombetti 22 aprile 2015 a 09:23 #

    Bellissimo questo racconto . Quando tutti se ne sono andati via non puoi dire addio a nessuno .

    • massimolegnani 22 aprile 2015 a 17:52 #

      Sì, Dario è rimasto solo, in famiglia e in paese.
      grazie,
      ben arrivato qui
      ml

  2. tuttotace 22 aprile 2015 a 14:52 #

    Bravo tu.

    • massimolegnani 22 aprile 2015 a 17:55 #

      bravo forse per come racconto la vicenda, ma non come abitante di un paese che ha assistito inerte al lento sprofondare di Dario.
      ml

      • tuttotace 22 aprile 2015 a 18:00 #

        Hai trasmesso la solitudine e la follia, a volte legate a doppio filo. Non era un giudizio di merito Massimo, il pezzo è molto bello. Il resto fa parte di ciò che faremmo in modo diverso, probabilmente.

      • massimolegnani 22 aprile 2015 a 18:56 #

        Grazie, so che di fatto siamo rimasti tutti “alla finestra” e cio’ non e’ bene!

        Date: Wed, 22 Apr 2015 16:00:48 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  3. tramedipensieri 22 aprile 2015 a 23:29 #

    La comunità sa essere crudele.

  4. Donatella Calati 23 aprile 2015 a 19:06 #

    bello da brivido

  5. ogginientedinuovo 24 aprile 2015 a 07:50 #

    Un racconto emozionante che rimesta nella coscienza… 🙂

    • massimolegnani 24 aprile 2015 a 11:10 #

      sì, perchè di quella morte nessuno è responsabile, ma nemmeno può sentirsi assolto.
      ml

  6. Stefi 26 aprile 2015 a 22:41 #

    Ha detto addio a sé stesso, sperando, forse, di ritrovarsi altrove.

    • massimolegnani 27 aprile 2015 a 09:19 #

      credo gli premesse soprattutto andarsene di lì e l’unico modo per lui era questo.
      ciao Stefi,
      ml

  7. Lisa Agosti 29 aprile 2015 a 06:29 #

    Bellissimo, bellissimo. L’immagine della solitudine, non solo per la famiglia sparita, ma per l’indifferenza di chi è invece interessato alla spazzatura trovata il mattino in strada.
    Mi piace la descrizione della sorella, del nonno e di lui con la pelliccia e il carrello.

    • massimolegnani 29 aprile 2015 a 09:04 #

      a volte la realtà offre immagini e personaggi che non occorre modificare più che tanto nel descriverli, solo osservarli.
      Grazie Lisa,
      buona giornata (o forse buona notte!)
      ml

  8. giuliagunda 3 maggio 2015 a 12:22 #

    Mi commuove quell’ “improvvisa grazia” concessa all’ultimo ad alcuni degli oggetti portati al fiume, l’eccezione al rito. Immagino un barlume di dolcezza che gli attraversa il cuore in quei momenti e i suoi gesti folli perdono importanza.
    Ho compassione per Dario, sì, ma non mi sentirei di biasimare la comunità per il triste epilogo della sua storia.
    Sempre agrodolce, ml.

    G.

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