Abba ruja (racconto lungo per l’estate)

10 Ago
by c.calati

by c.calati

La stanchezza gli era piombata addosso all’improvviso, come se dopo tanto girovagare il fisico si fosse esaurito prima della benzina, senza che una qualche spia lo avesse avvisato per tempo. Era stata una giornata vissuta all’insegna della nausea e della fuga: io cambio isola, aveva detto agli amici al momento di iniziare una nuova tappa. Loro, abituati e stufi dei suoi sbalzi d’umore, non avevano fatto nulla per trattenerlo e quel plateale disinteresse era stato come un vaffanculo gridato in coro. Poco male, alle dieci Etienne era già a Bonifacio sul traghetto che in meno di un’ora lo avrebbe consegnato alla Sardegna, isola imprevista e forse per questo più attraente. Era sbarcato con rinnovato entusiasmo esaltandosi al ronfare sommesso del motore. Seguendo il profilo frastagliato della costa si era incantato alle mille insenature, alla limpidezza dell’acqua, alla luce tersa che lo circondava. Ma ben presto lo aveva assalito il fastidio per lo sfarzo delle ville, per quell’erba sfacciatamente verde mentre tutt’intorno era terra riarsa, il sequestro di quella bellezza che avrebbe dovuto appartenere a tutti. Era di nuovo fuggito. Ad Arzachena aveva abbandonato il mare per puntare deciso verso l’interno. Così aveva cavalcato la sua moto per strade tortuose, i paesi sempre più radi, la poca gente sempre più ruvida, le colline sempre più aspre. Il paesaggio desolato non lo aveva placato, eppure ci si era immerso sempre più a fondo come l’aiutasse a prendere confidenza con la propria inquietudine. Non aveva consultato la cartina e aveva spento il navigatore, non gli interessava tessere un itinerario preciso, ad ogni bivio decideva sul momento. Probabilmente era passato più volte per gli stessi paesi, pietre simili le une alle altre e indifferenti al suo passaggio. Era un andare lento e inconcludente, ma in qualche modo necessario.

Etienne entrò a Berchidda a passo d’uomo passando in rassegna una casa dopo l’altra alla ricerca di un alloggio per la notte, ma il paese finì in fretta, prima che la sua ricerca avesse sortito qualche effetto. La grossa BMW rispose con un docile ruggito al movimento nervoso del polso destro, ma poche centinaia di metri più avanti dovette obbedire a un ordine contrario. La moto si arrestò davanti a una casa isolata dal cui muro pendeva un’insegna in ferro battuto, Abba Ruja, b&b.

Il tempo di sfilarsi il casco e già una donna dai tratti agitati si manifestò sulla porta. Mentre lui si avvicinava lei iniziò a parlare in modo frenetico. Non riuscì a capire cosa dicesse e le fece segno con la mano di parlare più lentamente. Lei equivocò il gesto e si affrettò a stringere quella mano dicendo molto lieta, Ginevra. L’uomo rispose alla stretta e sorrise un po’ maligno, perfetto, allora saprà il francese.

Iniziò tra i due un breve balletto di sguardi, più imbarazzati che curiosi. Era un gioco sciocco col suo nome, si giustificò lui, Ginevra è nella Svizzera francese, quindi…. La giovane donna arrossì, come colta in fallo, era evidente che inizialmente non aveva compreso la battuta.

Era un’ora anonima di metà pomeriggio, un caldo polveroso, cicale e silenzio, niente di bello intorno e loro due, un uomo dinoccolato stupidamente spossato, una donna piccoletta che aveva sbagliato i primi passi, difficile pensare che potesse succedere un qualche avvenimento interessante. Eppure a volte capita che nei frangenti meno adatti si annidi la piccola magia dell’intesa spontanea, come quei fiori che scelgono luoghi assurdi per crescere, nella crepa di un muro, tra i grani neri dell’asfalto, nel letame della porcilaia e crescono, crescono cocciutamente, e  nella loro fatica a vivere diventano i più belli.

Etienne abbandonò il sorriso per una preghiera sommessa in un italiano cantilenato alla francese, mi dica che ha una camera libera, come se la sua sopravvivenza dipendesse da un letto in quel luogo sperduto.

Ginevra annuì e dimenticò l’ansia dentro il suo sguardo disarmato. Obbligò le parole a uscire con maggiore lentezza, lei è il mio primo cliente, sto sostituendo un’amica per pochi giorni. Per questo sono così agitata, non so bene come muovermi. L’uomo la guardò come se solo in quel momento si fosse accorto di lei come persona e non più come padrona del bed&breakfast, non potevo essere più fortunato. La disturberò poco, ma lei si prenda cura di me come fossi suo ospite e non come un cliente da servire. Ginevra per la prima volta gli sorrise senza aggiungere parole. Entrarono nella penombra della casa che già non erano più gli stessi.

Etienne rimase a lungo sotto la doccia a lavare via assieme alla polvere quella patina d’inquietudine che lo accompagnava dal mattino. In effetti uscì dal bagno con un senso di benessere, mentale prima ancora che fisico. Andò al terrazzino in pietra della camera a farsi asciugare dal sole ancora caldo. Si accorse che il cielo aveva un colore saturo, blu intenso, ma non avrebbe saputo dire se era così anche prima, come se in tutto il giorno non l’avesse mai guardato. Un falco roteava alto, lui lo osservò a lungo, affascinato dall’eleganza di un volo quasi immobile. All’improvviso l’uccello chiuse le ali e si gettò in picchiata. Seguendo la sua traiettoria Etienne ebbe l’impressione che puntasse dritto a Ginevra che in quel momento stava annaffiando l’orto. Lanciò un breve urlo d’allarme, prima di rendersi conto dell’assurdità del suo timore. La donna alzò lo sguardo interrogativa e allora lui trasformò il richiamo d’apprensione in un goffo cenno di saluto, dimenticandosi per altro di essere completamente nudo. Il sorriso aperto con cui lei ricambiò il saluto fugò ogni imbarazzo. Intanto il falco era scomparso dietro una quinta d’alberi. Lo immaginò artigliare la sua preda, ben più piccola di quel che aveva temuto. Essere rapace, esclamò a voce bassa, con un breve moto d’invidia.

Lasciò passare del tempo bighellonando per la stanza e sistemando in un armadio di noce le poche cose che si era portato, come se lì avesse dovuto fermarsi a lungo. A volte provava un sottile piacere a ingannare se stesso.

Quando scese nella sala comune, Ginevra sedeva al tavolo circondata da fogli volanti e libri aperti. Il viso era imbronciato ma Etienne non ci fece caso. Prima l’orto ora i libri, non ha un attimo di tregua! Lei forse avrebbe voluto sorridere ma in realtà le uscì uno sbuffo infastidito a cui non riuscì ad aggiungere parole. L’uomo capì che non era il caso di insistere con le battute e uscì nel piccolo giardino che fiancheggiava l’orto.

Ginevra lo raggiunse quasi subito:

  • Mi scusi, non volevo essere sgarbata. Sono alle prese con una traduzione che mi fa dannare.

Etienne fece un cenno con la mano come a dirle che non se l’era presa e poi le chiese:

  • E cosa sta traducendo di bello?
  • Di bello niente, mi creda.-

Il volto della donna non lasciava dubbi sul suo sconforto, ma lui insistette:

  • Un romanzo ostico? Poesie ermetiche?
  • Niente di così nobile. Il libretto d’istruzioni di un tagliasiepi elettrico.
  • Ha comprato un tagliasiepi senza istruzioni in italiano?
  • Mi prende in giro?
  • No! Se mi fa vedere l’apparecchio probabilmente la posso aiutare, ne capisco abbastanza di quegli aggeggi.
  • Lo faccio per lavoro.
  • Cosa?
  • Traduco opuscoli industriali in quattro lingue.
  • Ah, non avevo capito.
  • È un lavoro avvilente. Sognavo il mondo dell’editoria e mi ritrovo a scrivere in tedesco come si usa un frullino elettrico o in russo le istruzioni per un tostapane.
  • Lei conosce il tedesco e il russo? È davvero in gamba!
  • La finisca. A cosa mi è servito aver studiato?
  • Bè, intanto ha questo lavoro e poi vedrà che troverà qualcosa di più adatto a lei. È ancora così giovane.
  • Ma se nemmeno queste traduzioni cretine riesco a fare bene. Mi perdo in termini tecnici che non conosco, già non comprendo il funzionamento di questi aggeggi in italiano, come posso spiegarlo a un russo? Sono una frana.
  • Senta, ho un’idea. Immagino che debba tradurre il manuale anche in francese. Partiamo da quello.
  • Ma no, lasci stare. Lei è un cliente, l’unico, tra l’altro, e io la coinvolgo nelle mie beghe? Non se ne parla.
  • Le ho già chiesto di non trattarmi come un cliente. Su, leggiamo insieme il testo italiano e la traduzione in francese gliela propongo io. Ci divertiremo, mi creda.

Quando era in forma Etienne sapeva essere tenace in modo piacevole e quel pomeriggio si sentiva davvero in forma.

Si sedettero al tavolo, fianco a fianco, lei ancora un po’ riluttante, lui carico di entusiasmo. Rilessero insieme il manuale, lo studiarono come dovessero davvero usare l’attrezzo e solo una volta compresi i vari passaggi presero carta e penna e incominciarono a scrivere, lui in francese, lei, alla sua ruota, in tedesco. Lavorarono per due ore scambiandosi pareri e suggerimenti. Accanto ad Etienne, che pure non sapeva una parola di tedesco, Ginevra arrivò al fondo della propria traduzione senza aver incontrato intoppi insormontabili. Bastava così poco per fare di un macigno un sassolino e cambiare la giornata? si chiese muta guardandolo. Lui sembrò capire, perchè  spalancando le braccia disse solo et voilà, con la soddisfazione di un mago scalcinato a cui, incredibilmente è riuscito un numero difficile. A lei venne in mente un vecchio filmato di quel comico, brutto, silenzioso, allampanato, domatore di pulci. Rise al ricordo, ma si guardò bene dal mettere l’uomo al corrente di quell’accostamento poco lusinghiero. Invece gli chiese se gli stesse piacendo l’isola.

Da poco, rispose lui, sibillino. E allo sguardo incuriosito della donna dovette aggiungere, quasi fosse una spiegazione inutile:

  • Ci sono arrivato nel modo sbagliato, per ripicca agli amici con cui viaggiavo. E finora è stata fuga più che viaggio. Da che fuggissi non saprei dire, prima da loro, poi dallo sfarzo della costa, ma forse è tutto il giorno che fuggo da me stesso. A volte non mi sopporto.
  • Ma che colpa ne ha la Sardegna, poverina?
  • È che a furia di fuggire non l’ho vista, mi mancavano gli occhi. Ero troppo preso dal desiderio di sfinirmi.
  • Venga con me.- gli disse Ginevra improvvisamente decisa.

Salirono su una scala a chiocciola che portava direttamente al terrazzo che occupava il tetto.

  • Ora li usi gli occhi- quasi gli ordinò, indicandogli a oriente il profilo della costa.
  • Guardi: quell’isola che svapora all’orizzonte è la Tavolara, poco più a Sud Siniscola e un mare di rocce rosse dove non incontrerà né sfarzo né turisti ricchi.

Etienne taceva, ascoltava e finalmente guardava. Ginevra riprese a infervorarsi mostrandogli un altro paesaggio.

  • Guardi questa montagna grigiastra. Appare insignificante, brutta, ma nasconde pietre antiche e piccole bellezze. Il suo crinale è il mio rifugio.
  • Mi porti.
  • Via, sarà stanco. E poi temo che rimarrebbe deluso.
  • Mi porti.- insistette lui. Poi si corresse:
  • Anzi la porto io, se non ha paura della moto.

Scesero le scale a precipizio, invasi da un’improvvisa fretta, come li attendesse uno spettacolo che poteva svanire da un momento all’altro.

Al contrario, il breve viaggio in moto fu lento, Etienne era in debito di sguardi alla terra che stava attraversando, e poi voleva prolungare il contatto di quelle mani che lo stringevano fiduciose o forse solo impaurite. Ginevra dovette forzare la propria indole e gridare per far udire le indicazioni da un casco all’altro. Al prossimo incrocio prenda a sinistra, urlò, ma lui non diede cenno di aver inteso. Fino all’incrocio provò una sottile apprensione, avrà capito? Devo ripeterglielo? Indicarglielo con la mano? si chiedeva senza però far nulla. Quando Etienne voltò a sinistra disegnando una curva piena di grazia, Ginevra fu invasa da un senso di pace, sorrise e appoggiò il casco sulle sue spalle, come fosse la sua guancia direttamente sulla pelle.

La strada saliva tra una vegetazione sempre più scarna, sparite le querce da sughero, nude di corteccia fino ai primi rami, ora solo radi cespugli di mirto e macchie d’erba ingiallita dalla calura.

Il luogo in cui si fermarono era ancora più brullo, sterpaglie e granito che affiorava ovunque, ma privo di forme accattivanti come altrove.

Lo prese sottobraccio e in silenzio si avviarono per un sentiero che sembrava perdersi nel nulla di un crinale stretto. Qui trovo i miei punti cardinali, gli disse con la fiducia di essere compresa, e gli indicò verso occidente le pietre diroccate di un nuraghe. Poi gli mostrò alle loro spalle i resti di una chiesetta a cui mancava il tetto. Non sono credente… ma queste pietre rassicurano. La frase l’aveva iniziata lei ma l’aveva proseguita lui in una sintonia spontanea.

E gli altri due punti? chiese Etienne con la voce calma di chi già sta condividendo qualcosa dai margini sfumati e desidera un dettaglio in più che lo porti alla consapevolezza piena. Ginevra gli indicò i monti della Barbagia che si accavallavano in profili sovrapposti, terra povera che amo e mi arricchisce. Infine indicò dietro di loro un punto vago che non sapevi se cielo o mare. Lontano, quasi invisibile, il mare mi ricorda che questa è un’isola, una prigione, forse dorata.

L’uomo le cinse le spalle, il mare non isola, è un ponte liquido verso infiniti luoghi.

Lei annuì e in silenzio s’immaginò una rotta che arrivasse fino in Francia.

Il sole era tramontato senza chiasso dietro il Pedralonga e un crepuscolo tranquillo ora addolciva l’asprezza del paesaggio. Non si erano ancora mossi di lì, qualcosa li tratteneva, il silenzio probabilmente, e nel silenzio minimi  suoni, il vento tra le rocce, un belato lontano, il frullare d’ali di passeri vicini. E poi quella sensazione, che anche Etienne stava provando, di essere al centro di una bussola. La bussola che non ho mai avuto, pensò lui, ma non lo disse.

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23 Risposte to “Abba ruja (racconto lungo per l’estate)”

  1. lucilontane 10 agosto 2015 a 12:20 #

    Che dolcezza…☺️

    • massimolegnani 10 agosto 2015 a 20:25 #

      Ti ringrazio
      🙂
      ml

      • Minu 19 agosto 2015 a 09:01 #

        bellissimo veramente.

  2. rodixidor 10 agosto 2015 a 18:31 #

    bussola in cui perdersi

  3. Alessandra Bianchi 10 agosto 2015 a 20:58 #

    Molto bello! Buona serata 🙂

  4. sguardiepercorsi 11 agosto 2015 a 17:49 #

    I tuoi racconti trasmettono sempre emozioni, mi fanno sentire ciò che vivono i personaggi. A volte mi è arrivato qualche pugno nello stomaco, ma da questo arriva vita…
    Ciao,
    Chiara

  5. Nuzk 11 agosto 2015 a 20:11 #

    Immagini, suoni, profumi, mentre leggevo mi è sembrato di essere li insieme a loro e di percepire le emozioni di entrambi. Bellissimo. Grazie Massimo

    • massimolegnani 11 agosto 2015 a 22:19 #

      sai, quando posto un racconto lungo ho sempre timore che il lettore si annoi e desista. contento quindi della tua lettura sentita.
      ciao Nuzk,
      ml

      • Nuzk 12 agosto 2015 a 05:33 #

        Avrei continuato molto volentieri a leggere. 🙂

      • massimolegnani 13 agosto 2015 a 10:12 #

        certi racconti mi piace lasciarli sospesi, che li completi chi legge come meglio sente 🙂

        Date: Wed, 12 Aug 2015 03:33:03 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

  6. Minu 19 agosto 2015 a 09:02 #

    bellissimo veramente

    • massimolegnani 19 agosto 2015 a 10:55 #

      cara Minu come sono contento che tu abbia letto questo racconto.
      un abbraccio,
      ml

  7. Miriam Sol 26 agosto 2015 a 01:20 #

    “A volte capita che nei frangenti meno adatti si annidi la piccola magia dell’intesa spontanea, come quei fiori che scelgono luoghi assurdi per crescere, nella crepa di un muro, tra i grani neri dell’asfalto, nel letame della porcilaia e crescono, crescono cocciutamente, e nella loro fatica a vivere diventano i più belli.”. I luoghi dell’ intesa spontanea, sottile, sono sempre (o quasi) assurdi, improbabili; quando un luogo è prevedibile anche l’intesa diventa un qualcosa di rito o facciata. Ho letto con piacere qs racconto, quasi me lo sono bevuto. Bravo perché nel descrivere qs incontro c’era il rischio di scivolare in una dolcezza “esagerata, poco credibile” ma l’attenzione ai dettagli, il modo di raccontare tengono in equilibrio la storia, le danno naturalezza e tu ml te ne stai saldo al centro della bussola delle tue parole.

    • massimolegnani 26 agosto 2015 a 09:25 #

      cara Miriam, che piacere la tua presenza qui, su questo brano.
      i racconti lunghi forse servono a questo, a riportare rari lettori “antichi” lontani dalle novità ma memori di vecchie scritture.
      grazie delle tue parole,
      un abbraccio sincero
      ml

      • Miriam Sol 26 agosto 2015 a 10:09 #

        Un abbraccio anche a te; mi sono temporaneamente?allontanata dal mondo della scrittura, le varie vicende della vita hanno reso in me meno forte in genere il potere e la suggestione delle parole, però ogni tanto mi piace venire a trovarti qui, scommettendo se fra le righe dei tuoi testi troverò un fiume, una donna, una bici, un paesaggio di campagna, un albero … e li ritrovo ogni volta con sfumature diverse

      • massimolegnani 26 agosto 2015 a 10:19 #

        Sei davvero gentile, Miriam, mi commuovi. Grazie

        Date: Wed, 26 Aug 2015 08:09:08 +0000 To: agilulfo_@hotmail.it

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