viaggio al termine della quajetta (microcosmo3)

27 Ott
photo by c.calati

photo by c.calati

Quando mi hanno invitato a mangiare la “quajetta” per festeggiare il mio ingresso a pieno titolo nell’organico dell’Ospedalino, ho pensato fosse un risotto con le quaglie, piatto un po’ pesante ma sopportabile anche per il mio stomaco cittadino.

Ma mi sono sbagliato di parecchio.

Non credo che arriverò vivo al termine della quajetta
All’aperto, sotto il telone, tirato su in fretta per ripararci dalla pioggia, siamo in parecchi, tutti dell’ospedalino e tutti uomini, compresa la Pina “biunda”. La Pina è un donnone sgraziato, le mani grandi come pale, la voce cavernosa che vorrei avere io.
– Dutur, ci piace la quajetta?- mi chiede mentre rimena nel pentolone dove in un brodo al colesterolo galleggiano enormi pezzi di cotica arrotolata.
– Non so, non l’ho mai mangiata, ma sicuramente mi piacerà.
– Il dottore di sicuro preferisce la passera!- urla Brando all’altro capo della tavolata, suscitando risate grasse.
Accidenti, qui parlano in dialetto, bevono, fanno battute pesanti e ridono; io non so il piemontese e le battute, anche me le scrivessero in perfetto italiano, le afferro dopo una mezz’oretta e neanche allora rido!
L’unico taciturno è Denzio, seduto al mio fianco. Ha la basetta mesta.
– Io me le ricordo le quaglie quando andavamo a fare il fieno con la falce: avanzavi nell’erba alta dando le ritmiche rasoiate e ogni tanto sentivi sotto la falce uno shiitt diverso e la lama ti tornava su insanguinata. Avevi appena tagliato in due una quaglia annidata nell’erba.- i prosperosi favoriti, importati pari pari dall’ultima moda di metà ottocento, incorniciano un volto afflitto, come se la piccola tragedia fosse appena successa.
– Non sapevo avessi fatto anche il contadino.- gli dico cercando di portarlo su discorsi meno agghiaccianti.
– Ho fatto un mucchio di mestieri e in ognuno trovavo qualcosa che mi faceva star male. Il contadino, a parte le quaglie, voleva dire castrare i conigli col mattone e sgozzare i maiali; tu non sai quanto sangue butta fuori un maiale prima di morire. Io da allora non riesco più a mangiare la sua carne. Ho fatto il fotografo: matrimoni, comunioni, ma soprattutto funerali, morti da riprendere nella cassa o morti da fotografare come fossero vivi con gli occhi aperti e un sorriso tirato, per il macabro piacere dei parenti. Ho fatto il ciabattino e…-
– No, fermo, non me lo dire, non stasera. Chissà che raccapricci ti sono capitati anche da ciabattino. Non ho ancora iniziato a mangiare e mi è già passato l’appetito.-
Abbandono Denzio al suo destino e vado a sedermi vicino a Bruno, il fuochista. Non è contento di vedermi e quasi mi implora in un sussurro:
– Ehi dottore, non farmi fare figuracce.
Quella mattina Bruno, il macho tutto muscoli dell’ospedalino, alla vista della siringa che si riempiva del suo sangue, è andato giù lungo e tirato; ora ha paura che io, unico testimone, racconti agli altri l’accaduto. Lo rassicuro e il mio “poteva succedere a chiunque” lo rincuora più dell’assoluzione del parroco. Cambia subito atteggiamento:
– Carlo, mentre aspettiamo che sia pronta la quajetta, assaggia il salame di patate che ho fatto io.
Pensavo ad un salame finto, a base di patate per l’appunto, ne ho messe tre fette nel piatto; invece si tratta di un insaccato di puro aglio con qualche pezzetto di maiale: assolutamente micidiale. Gli altri antipasti non sono certo più leggeri: bruschetta e peperoni in bagna cauda! Cerco di spegnere il gusto dell’aglio con il vinello bianco di Notu, l’elettricista, autentica rivelazione come vignaiuolo. Il vino scende in gola che è un piacere e mi aiuta ad affrontare l’imminente arrivo della quajetta.
– La donna bisogna trattarla con durezza; se gliene perdoni una te ne combina due! No, date retta a me, nessuna pietà: cazzo duro e botte!
Brando, sigaretta tra i denti e occhi a fessura, snocciola pillole di saggezza a un pubblico che sghignazza.
– Poveraccio, è patetico. Si atteggia a grande amatore e nemmeno ha capito che l’abbiamo soprannominato Brando per sfotterlo. Figurati che l’anno scorso, avendo dei dubbi sulla fedeltà della sua donna, s’è nascosto nel bagagliaio della macchina; dopo qualche chilometro di sballottamenti per strade di campagna, s’è messo a guaire come un cane. È andata a finire che l’uomo che effettivamente era con la sua donna l’ha scoperto e l’ha riempito di botte. Insomma cornuto e bastonato, altro che cazzo duro!
Bruno è in vena di confidenze e io mezzo suonato dal vino lo lascio dire.
– Sai invece chi è il vero mandrillo qua dentro? Dante! L’avresti mai detto? Guardalo: brutto da far paura, magro come avesse un cancro, quasi cieco che non sa dire che cos’ha nel piatto, s’è fatto la Nadia, la più bella sposina del paese. È bastato un viaggio in pullman fino a Roma per lo sciopero generale a far scoppiare un amore folle: al ritorno Nadia, sposata da pochi mesi, ha piantato il marito e con un occhio nero è andata a vivere da Dante.
Sono sbalordito: Dante, il portiere notturno che non vede un accidente, Dante che con le carte appiccicate al naso, in una memorabile notte a poker, ha ciucciato a me il primo stipendio e a don Ugo pochi millelire facendolo sbraitare come avesse perso una fortuna, Dante che sembra uscito da una tomba, s’è fatto la Nadia, l’aiuto cuoca dal dolce sorriso. Cazzo, sarà il vino, ma mi piace quell’uomo!
Mentre medito sulle stranezze della vita mi scodellano quattro mestolate di quajetta nel piatto: una montagna di fagioli sfatti e di cotica arrotolata con lo spago. Come taglio lo spago le narici sono invase dall’odore dolciastro di chiodi di garofano, cannella, aglio, lauro e non so cos’altro con cui sono imbottiti i rotoli di cotica. Tracanno un vino acido e forte che mi aiuti a vincere la nausea per tutte queste spezie. Il primo boccone di maiale è ottimo, la carne grassa si scioglie in bocca. Mi sto riconciliando con questo mangiare genuino, ma mentre deglutisco quasi mi strozzo.
– Ehi, ma avete messo del pesce in mezzo al maiale? Una lisca quasi mi uccideva!
– Ma no, dutur. Sono le setole del maiale. Sa, l’abbiamo rasato alla buona con un coltellaccio, qualche setola rimane sempre!-

No, non arriverò vivo al termine della quajetta

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6 Risposte to “viaggio al termine della quajetta (microcosmo3)”

  1. lucilontane 27 ottobre 2015 a 16:13 #

    😂 io morirei al primo assaggio…però che colleghi deliziosi! Almeno non ti annoi…

    • massimolegnani 28 ottobre 2015 a 11:41 #

      erano altri tempi, il mio primo impiego in un ospedaletto sperso in mezzo ai boschi, gente semplice e schietta.
      è un piacevole ricordo, quajetta a parte 🙂
      ml

  2. Stefi 27 ottobre 2015 a 23:09 #

    Godibilissimo racconto, esilarante e “rivoltante” al contempo.

    ps: al mio paese una volta all’anno c’è chi organizza una cena a base di nutrie. Anche nella bassa padana non si scherza. 😉

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